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domenica 4 novembre 2012

Quel giorno niente giochi e niente merenda.

     Anche quel pomeriggio, obbedendo alla forza centrifuga che ci obbligava (me e le mie sorelle) ad allontanarci il più possibile dalla sfera di influenza di mia madre, mi preparai la merenda e mi precipitai per le scale decisa a raggiungere le altre bambine che due traverse più in là stavano giocando a “Cummari cummari aviti piseddi?” (era un gioco insulso che non vale la pena di stare a descrivere, per noi era principalmente una scusa per stare fuori).

     Scendevo saltellando per le scale pronta a tuffarmi nell'agone sportivo, pregustando il sapore del mio pane col pomodoro (e origano e peperoncino e olio d’oliva…) nonché quello dell’effimera libertà.
Purtroppo, forze contrapposte si fronteggiarono fin dal primo balzo e fecero cadere il primo pezzo di pomodoro.
     Fu un piccolo dispiacere, che in ogni caso non fece arrestare la mia corsa: pazienza, mi dissi con un sospiro, me ne resta ancora mezzo (naturalmente non mi sfiorò neanche l’idea di fermarmi a pulire, a quei tempi non eravamo tanto schizzinosi per la pulizia delle scale).
Continuo la cavalcata: altri due zompi e mi cade anche il secondo pezzo di pomodoro.
A quel punto mi fermai delusa: senza il companatico la merenda perdeva tutta la sua attrattiva.
Che fare?
     Piccolo consiglio di guerra tra me e me e decisione rivoluzionaria: l’avrei recuperato!
Così tornai indietro e raccolsi anche l’altro caduto, di modo che anche l’aspetto delle scale se ne giovò a mia insaputa…
     Raccolti i due mezzi pomodori, che risultavano appesantiti da un terriccio indistinto in cui si poteva intuire una parte di sabbia nonché pezzettini di intonaco biancastri, mi sedetti sullo scalino esterno e cominciai a ripulirli con ancora un po’ di dispiacere ma con amorevole pazienza.
Già avevo superato lo choc iniziale e risistemavo il tutto sulla fetta di pane con cura e professionalità. La merenda era come nuova, l'acquolina riprendeva a dilagare in bocca, mentre mi concentravo nel posizionare le dita della mano destra in modo tale da impedire ulteriori tentativi di fuga. Quasi finito…
     Di colpo mi sentii invasa da una sensazione spiacevole. Che poteva essere? Non certo il senso di schifo (a quel tempo, se non si fosse capito, non eravamo tanto schizzinosi). Veniva dalla strada, mi sentivo come con un faro puntato addosso…
Intuivo che era meglio non farlo ma, attratta come da una calamita, fui costretta ad alzare gli occhi fino a incrociare lo sguardo sprezzante della signora Coppolino, quella che già ci guardava dall’alto in basso.
     Quella volta era un dato di fatto che io ero in basso, essendo seduta sull’uscio di casa e lei in alto, giacché era in piedi... Ma ciò che mi uccise fu quel misto di alterigia, riprovazione e disgusto che la megera ostentava soddisfatta, avendo sotto i suoi occhi la prova di quanto noi fossimo incivili e arretrati, maleducati e inadeguati a rivestire il ruolo di suoi vicini di casa.
     Smascherata irrimediabilmente, tutto l’odio con il quale avrei voluto annichilire la signora Coppolino, sua madre tornata dall’America che le aveva portato bauli e bauli di cose preziose, quella stronzetta di sua figlia a cui era permesso di mettersi la gonna stretta a dieci anni (solo uno più dei miei) mentre io dovevo accontentarmi dei vestiti smessi delle mie sorelle; tutto quell'odio, dicevo, con accompagnamento di invidia e vergogna, lo concentrai sulla mia fetta di pane e pomodoro: con rabbia e disperazione li gettai a terra (a quei tempi non si era poi così schizzinosi per la pulizia delle strade) e me ne scappai dentro casa con l'intenzione di non uscirne mai più.




giovedì 16 febbraio 2012

E lontano lontan... Francia

                       Quando arrivava l’estate e finiva la scuola noi andavamo sempre a mare, dove avevamo la baracca che mio padre costruiva ogni anno con i paletti delle agavi e con le foglie delle palme. La mattina facevamo il bagno, correndo come pazzi sulla sabbia per non scottarci, al pomeriggio, giocavamo a campo, a faddaru, a “dissi to’ mamma mi ti curchi” e verso sera, seduti a ruota in riva al mare, giocavamo al cucuzzaru. Ma questa era vita normale. La vera vacanza era poter passare un periodo in città, o comunque al Nord.

Per fortuna nella mia famiglia c’erano un sacco di zii, fratelli e cugini emigrati, chi stava a Milano, chi a Domodossola, Svizzera o Francia, così ogni tanto anche noi andavamo in vacanza.
Nell’estate dei quattordici anni toccò a me: sarei andata due mesi in Francia, da mia sorella che abitava ad Annonay (un paesino non tanto grande in Ardèche, che alle mie orecchie suonava come il Centro del Mondo Avanzato e che, avevo saputo, aveva perfino dato i natali ai fratelli Mongolfier). Prima tappa Milano, accompagnata fin lì da mia sorella Teresa che rientrava al lavoro dopo le ferie e da lì avrei proseguito con una mia cugina che viveva in città da molti anni e che appunto andava anche lei à l’étranger.
Partenza alle nove di mattina dalla stazione Garibaldi. Prima di salire sul treno vado all’edicola con l’idea di prendermi il solito Topolino. Una volta lì, però, cambio idea e compro Amica, tornando indietro col giornale sotto il braccio, fintamente disinvolta ma in realtà tutta emozionata per aver compiuto una scelta da “grande”.
Il treno era affollato e noi abbiamo trovato posto in uno scompartimento già quasi tutto pieno. C’era una famiglia di meridionali che andavano in Francia anche loro. L’uomo comincia subito a parlarci chiedendo di-dove-siamo-dove andiamo-cosa facciamo-e-perché. Mia cugina risponde, io tiro fuori il giornale e lo sfoglio avanti e indietro, senza in realtà leggere niente.
Dopo un po’ quelli si mettono a mangiare, tirano fuori un pane intero e una mezza mortadella che il capo famiglia tagliava e distribuiva “Favorite, favorite…”
A me la mortadella piace tantissimo, soprattutto quella tagliata grossa, (tanto che, quando ero piccola e pensavo che “guerra” volesse dire che ognuno può fare quello che vuole, mi immaginavo che, se veniva la guerra, potevo entrare nella bottega di Donna Ursulina, aprire la vetrinetta e agguantare la mortadellona che c’era dentro andandomene in giro a mangiarla a grandi morsi, tanto nessuno avrebbe potuto dirmi niente) ma quella volta in treno non ne volli accettare a nessun costo.
Uscii fuori nel corridoio e mi misi a guardare il paesaggio, fantasticando su quei paesini che punteggiavano colli e vallate, con tetti spioventi così strani e con i camini che fumavano, proprio come quelli dei disegni che facevo alle elementari.

Un po’ curavo il paesaggio e un po’ il corridoio: in fondo al vagone c’era un gruppo di ragazzi che suonavano la chitarra e cantavano ballate scouts. Come mi attirava il mondo di quelle canzoni, mi immaginavo bivacchi e spazi immensi, cavalcate e l’avventura a portata di mano. Ogni due e due quattro lanciavo un’occhiata timida da quella parte, con la paura e il desiderio che si accorgessero di me, ma nessuno mi notò.
Peccato, ma forse meglio così: ero sicura che se qualcuno mi avesse rivolto la parola sarei morta sul colpo.
E in fondo anche così un po’ facevo parte, di quel mondo: ero anch’io su quel treno e stavo andando all’estero, in Francia precisamente, non ero sottoposta alla implacabile tutela di mia madre (che non mi avrebbe permesso neanche di uscire dallo scompartimento) ero bensì affidata a una mia cugina, che era moderna e già da tanti anni viveva al Nord. Senza contare che indossavo il vestitino “Courrege” che mi aveva cucito Jole: bianco e blu con tre file di bottoncini che facevano un effetto positivo/negativo (blu sul bianco e bianco sul blu) quasi psichedelico (boh! Era una parola che mi piaceva tanto e dove potevo ce la infilavo).
Insomma avevo tutte le carte in regola per quel viaggio che mi avrebbe emancipato definitivamente dall’infanzia (oltre che dallo stereotipo della calabrese arretrata da cui assolutamente volevo prendere le distanze: non per niente avevo rifiutato la mortadella) e me la godevo e mi davo anche un po’ di arie.
Nel frattempo arriviamo alla frontiere che si trova proprio sotto una galleria tra le stazioni di Bardonecchia (in Italia) e Modane (in Francia). Passano le guardie a controllare i documenti. Sento quella leggera inquietudine che mi prende ancora oggi ogni volta che ho a che fare con l’autorità costituita. Ma so di essere in regola, pulita, ben vestita, ho anche il giornale Amica e so anche un po' di francese… per non dire che proprio in quel momento mi ero accorta, specchiandomi nel vetro del finestrino, che se mi posizionavo in una certa maniera, di tre quarti, si notava anche un po’ di seno.
Comunque per sicurezza rientro mi siedo al mio posto, riprendendo in mano il giornale, mentre mia cugina consegna i documenti.
Che strano quanto ci mettono. Però che carino quello giovane che è rimasto fuori, devo mettermi più dritta e cercare di posizionarmi di tre quarti… Certo che se questo qui non si toglie davanti…
"Il documento della bambina non è in regola: manca l’autorizzazione dei genitori”.
E’ evidente che io tutto mi sentivo tranne che una bambina ma ebbi immediatamente consapevolezza che parlava di me.
Intanto mia cugina non si capacitava “Ma come, non è possibile, ma sono stati in Comune a fare i documenti, e hanno detto che è tutto a posto…”
“Lei è la madre? No? E dunque la bambina non può espatriare se sul foglio non c’è l’autorizzazione dei genitori. E qui non c’è”.
Interviene anche il nostro compagno di viaggio, cerca di mettersi in mezzo in qualità di uomo di mondo “Ma su, per questa volta…” naturalmente con zero risultati. Insomma, mentre di colpo precipitavo nel girone dei fuorilegge per di più retrocessa al rango di mocciosa (addio seno, addio Courrege, addio Amica) arriviamo alla stazione di Modane e ci dicono che dobbiamo scendere e presentarci al posto di polizia. Giù dal treno, con le nostre valige (discreta quella di mia cugina, miserabile la mia) accompagnate dai poliziotti e per giunta dal signore meridionale che ripete a voce alta “Non vi preoccupate, ci parlo io, vedrete che sistemiamo tutto”.
Così che chi non se ne fosse ancora accorto, poteva comodamente affacciarsi al finestrino per godersi lo spettacolo delle due deportate. Per fortuna i ragazzi con la chitarra pareva non se ne fossero accorti.
Al posto di polizia c’era un gendarme terribile: grasso e con una divisa stranissima che mi sovrastava tempestandomi di domande “Mamma e papà lo sanno che vai in Francia? Sono contenti? Questa signora è tua cugina? Sei sicura?...” io rispondevo con un filo di voce sì, sì, sì e mi rincuoravo pensando che, giacché me lo chiedeva, avrebbe preso per buone le mie risposte. Il vicino di treno ci riprova “Garantisco io, Signor maresciallo, sono mie paesà…” “Non sono maresciallo! E lei chi è? E un parente? No? E allora se ne vada! Salga immediatamente sul treno!”
Sarà stato per quest’intervento che lo aveva fatto arrabbiare, ma pareva si fosse dimenticato che gli avevo detto che sì, che i miei genitori erano d’accordo che andassi in Francia con mia cugina.
Cominciò a fare una sceneggiata che lui non poteva farci niente, che lì eravamo già sul suolo di De Gaulle, che anche lui era ospite dei francesi, che non si poteva prendere questa responsabilità… Non ricordo che altro e neanche cosa diceva mia cugina, che non avevo il coraggio di guardare in faccia. Ormai ero nello sconforto totale e intanto il nostro treno se ne partiva con i nostri due posti vuoti, con il meridionale e la sua famiglia con la mortadella e con tutti quei ragazzi che cantavano suonando la chitarra.
Con una navetta ci riaccompagnarono a Bardonecchia dalla polizia italiana. Da lì avrebbero mandato un telegramma ai carabinieri di Bova Marina che avrebbero appurato se ero stata rapita o se invece stavo andando in vacanza da mia sorella Chicca in Ardechè, ad Annonay, il paese dei fratelli Mongolfier.
Mia cugina stava dentro con i poliziotti e io aspettavo fuori. Cominciavo a sentire freddino anche se eravamo in agosto, ma mi consolavo al pensiero che almeno lì non c’era nessuno di quelli del treno. Per far passare il tempo mi guardavo intorno. Ero meravigliata che sulle montagne ci fosse la neve.
Ogni tanto dall’ufficio usciva un poliziotto, mi guardava ma non diceva niente. Ad un tratto venne fuori mentre si fermava un treno e si mise a parlare con il macchinista “E allora, quando si va in ferie?” Beato te! Io devo stare qua al freddo. Ancora dieci mesi e poi via, si torna a casa” dall’accento capii che era meridionale come me, doveva essere lì a fare il militare. Ogni volta che veniva fuori lo guardavo come se fosse uno di casa.
Finalmente uscì anche mia cugina “Vieni che ci accompagnano in albergo. Ormai per stasera dobbiamo restare qui” Prendiamo un tassì e in cinque minuti arriviamo in albergo. Io ero preoccupata perché avevo in tutto settemila e cinquecento lire che per me erano una gran cifra ma chissà un albergo quanto costava. Per fortuna mia cugina non mi chiese soldi.
La disavventura cominciò a prendere una piega non del tutto spiacevole: era la prima volta che andavo in albergo ed ero la prima in assoluto della mia famiglia: chissà Serena e Jole quando glie lo avrei raccontato!
Anche Rina pareva aver superato lo choc, ma ogni tanto la sentivo canticchiare tra i denti “Mannaia li calabrisi, mannaia li calabrisi…” In camera, messe giù le valigie, si rilassò del tutto e anch’io tirai un respiro di sollievo. C’era un lavandino con due rubinetti: uno per l’acqua fredda e uno per l’acqua calda. Così ci lavammo lì dentro i piedi che erano gelati, poi uscimmo a fare una passeggiata per il paese. C’erano tante vetrine e nessuno ci conosceva, potevamo sembrare due turiste vere. Faceva freddo, però.
Tornammo in albergo per ora di cena. Al banco c’era una signora bionda piuttosto robusta e con una magliettina celeste aderente che ascoltava una cliente e ripeteva continuamente “Oui madame, oui madame…” Che soddisfazione, capivo tutto ciò che diceva, mi sentivo davvero internazionale.
In sala da pranzo capitammo al tavolo con altre due signore che erano lì per le vacanze, vestite da montagna con pantaloni di velluto e giacche di una lana fitta fitta e con i bottoni argentati. Da come ho capito, venivano lì tutti gli anni. Ci salutarono gentilmente ma poi si misero a parlare tra di loro
“Lo sai che c’è Mario?
“Certo, io vengo sempre qui proprio perché c’è Mario
“Com’è gentile Mario!
" E' bravo Mario!
“È bravissimo Mario
“Vero, vero!
(Caspita 'sto Mario, già me lo immaginavo come un cavaliere a cavallo con tanto di mantello e spada luccicante).
In quello arriva Mario e riprendono i salamelecchi, e lui era gentilissimo con le signore e doveva essere proprio bravo, ma era proprio brutto, cosicché me ne fregai di non far parte di quel gotha.
Non mangiai quasi niente perché a quel tempo ero inappetente e mi saziavo subito. Poi ce ne andammo a dormire.
C’erano due letti con un piumone alto come una montagna e due stranissimi cuscini fatti a cilindro. Mi addormentai quasi subito di un sonno popolato di nazisti che mi davano la caccia, intrighi internazionali, spie e agenti segreti, avventure in elicottero… finché mi svegliai e decisi che ne avevo abbastanza e che doveva essere ormai mattino.
Tra i due lettini c’era un interruttore appeso ad un filo e io, convinta che fosse quello della luce premetti per guardare l’orologio. Ma la luce non si accese e così capii che dovevo averne combinata un’altra e che le forze dell’ordine sarebbero quanto prima arrivate ad arrestarmi. Non osavo svegliare mia cugina e stavo in attesa con il fiato sospeso nell’attesa dei fatidici passi.
Da lì a qualche minuto li sentii che si avvicinavano e che si fermavano proprio davanti alla porta. Poi si sentì bussare. Avrei voluto sparire dalla faccia della terra ma riuscii solo a ficcarmi ancora più sotto al piumino.
Mia cugina si alzò e andò alla porta. Sentivo parlare, voci di donne (una era Rina) e di uomini, per un tempo che mi sembrò eterno.
Poi Rina rientrò in stanza e mi disse. “Dai, vestiti che ce ne andiamo. Sono arrivati Ninì e Fiorenzo, ci stanno aspettando di sotto”.
In un nano secondo fui pronta e scendemmo giù, dove trovammo mio cognato e mio fratello che erano venuti a prenderci.
Non vedendoci arrivare a Grenoble, dove ci aspettavano con la macchina, avevano intuito l’accaduto e avevano proseguito viaggiando tutta la notte fino alla frontiera. Alla polizia, sembrerà strano, capirono subito che tutto combaciava e che non eravamo due fuggitive e prima ancora che arrivasse la risposta dei carabinieri di Bova, ci “liberarono”.


Così, per la seconda volta in meno di ventiquattro ore, attraversai la frontiera e finalmente fui accolta in Francia.








martedì 13 dicembre 2011

La caduta degli ideali (Ricordi d'asilo 1)

Di che mi meraviglio?
Io sono nata e cresciuta in mezzo alle grandi battaglie e alle sonore sconfitte!
Fin da piccola mi rendevo conto delle ingiustizie sociali, come quella perpetrata dalla Befana (v. seconda parte) ma camminavo sul crinale infido che divideva l’etica familiare dal perbenismo sociale, barcamenandomi tra il senso di appartenenza e il desiderio di essere accettata, di non dare nell’occhio. 
Per esempio,  quando all’asilo le suore organizzarono le elezioni, incappai per la prima volta nello scontro tra ideale e realismo e conobbi la tattica.
Le pie donne avevano allestito una vera cabina elettorale, al lato del refettorio,  usando vecchie coperte (quelle grigie con una striscia bianca di tipo militare) tirate su con corde. Uno ad uno fecero entrare noi bambini nel "seggio" dove ci aspettava uno di quei fac-simili che si usavano per la propaganda elettorale. Ognuno doveva segnare con la matita una crocetta sul simbolo scelto.
Io sapevo benissimo che il nostro simbolo era falce martello e stella, come spiegava mio padre ai contadini di San Pasquale che venivano a trovarlo, ma vedendo che tutti avevano messo il segno sullo scudo crociato della Democrazia cristiana, scarabocchiai il mio “più” in quei paraggi: ero comunista ma non scema!
Mi ricordo le parole della suora, che mostrò trionfante la scheda a un papà (era uno dei pezzi grossi del paese) esclamando orgogliosa: “Sono tutti nostri!”


Quando lo raccontai a casa, sorvolando sulla mia piccola vigliaccheria, mio padre andò su tutte le furie e voleva fare uno scandalo, ma poi non lo fece …

domenica 23 ottobre 2011

"PIZZICOLOGIA"

Dedico questo breve racconto (scritto tempo fa)  ad un'amica che di recente mi ha  generosamente affidato il ricordo della sua infanzia speciale...

Un giorno eravamo andati a Reggio: io mia madre e mio padre. Fu in quel periodo in cui, a furia di esami e controlli medici perché non mangiavo (non ingranavo) mi trovarono di tutto: prima cosa avevo l’anemia, che mia madre preconizzava essere la porta della leucemia (assonanza dei termini?). Mi ricordo in una sala d’aspetto una signora con cui mia mamma si era confidata, che mi tirava giù la palpebra inferiore e diceva: - Ecco che si vede subito che è anemica!
Dunque eravamo andati a Reggio, viaggio che in genere per me era una festa, con partenza all’alba, treno e città . Quel giorno, dopo ore di attesa in un ambulatorio dove mi fecero altri raggi, diedero ai miei la ferale notizia: tumore attaccato al cuore.
Mia mamma si disperava in maniera appariscente e una cosiddetta infermiera, la apostrofò con una gentilezza che faceva il paio con la sua intelligenza: “Invece di fare tante scene, pensate che la vita di vostra figlia è appesa a un capello!” (e dunque che doveva fare, ridere?)
Camminavamo per strada, lungo un muro alto e grigio e mia mamma piangeva, piangeva. Volendo rassicurarmi, che non morivo, si fermò e mi disse: “Non mi ti schianti chi ciangiu, è perchì sugnu paccia!” (non ti spaventare se piango: è perché sono pazza). Mi ricordo lo sconforto che mi prese allora, perché, oltre al fatto che dovevo morire, avevo pure la mamma demente.
Sembra incredibile: eravamo una tribù (la mia era una famiglia numerosa anche per quei tempi: nove figli) e io ricordo tanti ma tanti momenti di bambina in cui mi sono sentita sola al mondo: quando i grandi litigavano tra loro irrimediabilmente o, come quella volta in giro per Reggio, con mia mamma che mi buttava sulle spalle anche il peso della sua disperazione.

mercoledì 25 maggio 2011

IL CIRCO

Io e le mie sorelle ci sentivamo delle stelle anzi delle STAR. Giocavamo al “Musichiere”, facendo le concorrenti, le cantanti o Mario Riva, ci preparavamo alla danza classica, trascinate dall’ambizione di Jole che ci faceva stare ore e ore attaccate alla sbarra, cioè alla testiera del letto dalla parte dei piedi. Ci ammaestrava con improbabili esercizi di "danza classica" da lei inventati e io e Serena la seguivamo docili, riconoscendole una indiscussa autorità. Mica bau bau micio micio: lei aveva tanto di tenuta da ballo con gonnellina di pizzo nero a ruota (non era un tutù ma dava l’idea) e scarpette bianche di raso con i legacci incrociati che si era cucita da sola.
Non solo danza e musica, io passavo ore davanti allo specchio a improvvisare arringhe alla Perry Mason, denotando già allora quella vena istrionica che mi avrebbe portato un giorno a calcare le scene dei più grandi … hem …teatrini.
Il vero mito però era il circo: ginnastica acrobatica spettacolare!

Di quando in quando in paese arrivava il Circo Gulino, una compagnia di “sgarrupati” di quindicesima categoria provenienti dalla Sicilia, e a Bova era un avvenimento. Quando se ne andavano, per più di un mese in paese circolavano ancora le battute dei pagliacci:
“Le signorine di Bova /si metton le gonne corte /per far vedere a tutti /le loro gambe storte…”
A volte diventavano modi di dire tipo: “E piangi bimbo? Dovevi piangere prima!” molto alla moda tra noi ragazzini.
Tra un numero e l’altro, le trapeziste cantavano le canzoni in voga: “Nessuno” e “Tintarella di luna” di Mina, “Romantica” di Renato Rascel… C’erano due bambine piccole col costumino pieno di paillettes che facevano le capriole (come le invidiavo!); un ragazzino dodicenne con l’occhio da malandrino di cui mi innamorai seduta stante, che camminava sulla fune e cantava “Ciao ciao bambina” (Oh, mi pareva proprio che guardasse dalla mia parte!)
Tra noi bambine una delle sfide più qualificanti era quella del “trapezio”. A mare, tra le capanne di frasche fatte per l’estate, ce n’era una con un paletto che sporgeva in orizzontale a circa un metro da terra e noi, agganciandoci con le gambe piegate e buttandoci all’indietro a testa in giù, ci dondolavamo ricreando il circo in una gara di coraggio e resistenza. A turno ci esibivamo e quando toccò a me volli superare tutti cercando di sostenermi con le sole punte dei piedi… Funzionò! …Ma solo per un attimo, Poi persi la presa e mi piantai di testa sulla sabbia. Devo essermi accorciata di cinque centimetri. Mi ricordo la delusione e lo smacco.
Il dolore passava in fretta senza lacrime e soprattutto senza dirlo a mia mamma che se mai ci avrebbe aggiunto qualcosina di suo. Quindi acqua in bocca e aspettare che passi. Come quella volta che con mia sorella Serena ci dondolavamo, sempre noi del circo, appese al fil di ferro che serviva per stendere i panni, a casa di cugina Cata. Con quel dondolio il palo che sosteneva il filo ed era semplicemente appoggiato a terra, perse la presa e noi rovinammo giù battendo di nuovo la testa. Rimasi stordita per tre giorni ma non fiatai. Avrei potuto ispirare Gorkij, lo scrittore sovietico autore di “Come fu temprato l’acciaio”, un libro che lessi qualche anno dopo, quando mi buttai in politica.

giovedì 31 marzo 2011

I Ziti!

…Quando mia sorella Chicca si sposò (e io avevo due anni) tutti si divertivano con i miei commenti. A Ninì, “u zitu”, dicevo: “T’a maritasti? E portattilla!” te la sei sposata? E allora portatela via.
Vedendo mia mamma che le approntava il corredo: “E tutti sti cosi nci duni? Tutti i cosi a idda?” Evidente che si faceva già strada il mio senso di giustizia sociale: eravamo in tanti, ce ne sarebbe stato per tutti? Infine, di fronte alla commozione dei grandi: “E vui chi nci ciangiti affari! Pari chi mori: si marita e basta!” Cosa state a piangere, non muore mica, si sposa soltanto! Quella saggezza spicciola che mi ha accompagnato per tutta la vita, assieme al bisogno di sdrammatizzare e di trovare la via di scampo per tutto.
Alla festa di matrimonio di Chicca posso collocare il mio ricordo più antico.
Il matrimonio di Chicca rappresenta uno dei capisaldi dell’epopea familiare, un matrimonio veramente inusuale: in assoluto il primo matrimonio civile a Bova Marina e sicuramente uno dei primi in tutta Italia.
Era successo che il prete, per celebrare le nozze, pretendeva che mia sorella gli firmasse una carta in cui diceva che mio padre la obbligava a votare per i comunisti (era il periodo in cui i comunisti mangiavano i bambini e il clero tutto era impegnato in una santa crociata). Un ricatto a cui mia sorella non intese sottostare: il corteo, arrivato all’altezza della chiesa, tirò dritto e continuò fino al Municipio, mentre il prete si mangiava il fegato!
Questi fatti si raccontavano in famiglia e ci sono ancora le foto del matrimonio: il corteo sul ponte della fiumara, gli sposi in Municipio che firmano: Chicca in un vestito di raso color avorio splendido nella sua semplicità e Ninì, allegro, con una faccia da attore americano.
Il mio ricordo, chiaro e circoscritto, si colloca durante il rinfresco.
Casa degli sposi, gli invitati seduti sulle sedie allineate lungo il perimetro della stanza; ogni tanto qualcuno passava con un vassoio pieno di "cumpetti e pastetti" con in mezzo tanti cioccolatini incartati con quelle belle stagnole colorate. Mi passavano davanti ma nessuno mi offriva. Evidente che non tenevano nella dovuta considerazione il fatto che fossi sorella della sposa. E che cavolo!
Allora vado nell’altra stanza, quella da cui partivano quei dolci vassoi, forte del mio ruolo e col fermo proposito di esercitare il mio proprio diritto di prelazione. Già dalla porta si vedeva il tavolo, al centro della stanza, su cui era stata riversata una piramide di quelle leccornie. Andavo matta soprattutto per la cioccolata, tanto che fantasticavo che, se fossimo tutti fatti di cioccolato invece che di carne, io mi mangiavo per esempio un braccio, e poi quello mi ricresceva e me lo potevo rimangiare all’infinito: che dolce vita!
Mi piacevano tanto anche i “pastetti” fatti con la pasta di mandorle e un pezzo di ciliegia candita sopra. Per ultimi venivano i confetti, con la mandorla dentro, che però erano tanto duri. Quelli erano per il prestigio sociale. Infatti noi bambini facevamo a gara a chi ne raccoglieva di più quando, fuori dalla chiesa, i parenti degli sposi li lanciavano in aria (la moda del riso fu importata molto tempo dopo da quelli che erano stati al nord). Nessuno si vergognava di raccogliere i confetti da terra, neanche i grandi, e noi bambini ci lanciavamo nella mischia. Poi ci ritrovavamo ognuno con il suo bottino di confetti interi rotti e scheggiati a contarli per vedere chi era stato più bravo.
Dunque: a) sono la sorella della sposa, b) ho libero accesso alle stanze interne, c) sul tavolo c’è una vera montagna di dolci, d) posso prenderne quanto voglio, e) …e quando mi ricapita una cosa del genere?
Mi precipito dentro, decisa ad approfittare della circostanza quando, appena superata la soglia, vedo seduto di sghembo su una sedia alla mia sinistra un signore con una pancia enorme (penso fosse quello che in paese chiamavamo “U Piparu” e sul quale circolavano tanti aneddoti buffi dovuti alla sua mole). Tutta la baldanza e la determinazione di poco prima sparirono alla vista di quell’uomo che mi incuteva soggezione. Che fare? Scoppiare a piangere? Girarmi e tornare indietro? Fingere di star cercando qualcuno?
Dopo un primo momento di smarrimento proseguii come in automatico fino al tavolo, allungai la mano e presi un unico cioccolatino, guadagnando al più presto l’uscita.
Fu lì, credo, che si incardinò la prima costante: quella delle occasioni mancate. Per quel che ricordo cominciai quella volta, a due anni, e da allora un’inarrestabile galoppata finché non si sono quasi del tutto esaurite le occasioni da perdere.

lunedì 14 marzo 2011

IMPRINTING

Nella mia vita la Costante n. 1 (quella delle Occasioni Mancate) si ritrova spesso intrecciata con la Costante n. 2 che si può riassumere in “Ma perché non mi dite mai a che gioco giochiamo?” comparsa nella mia esistenza, e incardinatasi  stabilmente, molto probabilmente a partire dall'episodio del Piano (C).
…Era successo durante una missione esplorativa della nostra squadra di ragazzine del rione Tripepi capitanata dalle mie sorelle più grandi. Battevamo il territorio nelle vicinanze di casa. Mi pare fosse dalle parti del mulino che qualcuno trovò una vecchia moneta fuori corso del periodo fascista. Era una moneta da una lira con il profilo di Mussolini da una parte e un’aquila dall’altra. Aveva l’aspetto delle 100 lire: una vera fortuna.
Il consiglio di guerra decise che avremmo provato a spacciarla nella bottega di Ursulina, un’ignorantona che sapeva appena appena leggere e scrivere (per esempio una volta che doveva segnare sulla libretta un acquisto fatto a credito, invece di scrivere il nome di mia sorella Francesca scrisse “Lazza Frasca” . Questa cosa scatenò una feroce ironia da parte di tutta la famiglia, e anche noi piccole ci sentivamo autorizzate a dileggiare la detestata Ursula). La quale del resto era veramente odiosa e a noi bambine non ci poteva vedere. Anche a mia mamma non andava a genio perché si dava tante arie, dato che se la passava molto meglio di noi. Raccontava di una volta che si trovava nella sala d’attesa del dottore, tanta gente ognuno aspettando il proprio turno, quando arrivò Ursula. Piena di boria, "panza avanti" e senza salutare nessuno, entrò dritta dritta nell’ambulatorio del medico.
Tanti buoni motivi, dunque, per centrare il bersaglio. Sì, ma chi ci va? Tutte la temevano, perché era capace anche di menare le mani e chissà che altro.
“Mandiamoci Nina” che ero io, la più piccola e insospettabile. Quella che se Ursula si fosse accorta dell’inganno, poteva ancora passare come un’altra vittima innocente dei falsari.
Dunque, addestrata per la bisogna, entro nella bottega che era vuota e, garbatamente chiamo:
- Donna Ursulina?...
La vecchia abitava là stesso e quindi affacciava ogni tanto, ma in genere stava nel retro a fare le sue faccende.
Dopo un pezzo arriva e, indifferente alla mia grazia infantile, chiede brusca:
- Chi voi?
- Menzu chilu ‘ i zzuccheru…
e appoggiai la moneta sul bancone, girata dalla parte che c’era la testa di Mussolini. Lei con quei suoi piccoli occhietti diffidenti la prese in mano. La guardò la guardò la guardò. Era evidente che si era accorta che non era buona. Lei, una bottegaia, e per di più malfidata e maldisposta. Mentre pensavo al piano (A): discolparmi giurando e spergiurando sulla mia buona fede, stavo là con il fiato sospeso, un occhio a Ursula e uno alla porta, pronta a battere in ritirata: piano (B).
Dopo un tempo che mi sembrò eterno, Ursula, che non aveva mai rigirato la moneta dalla parte dell’aquila, pur non del tutto rasserenata (o era la mia immaginazione?) aprì il cassetto dove teneva i soldi e la fece cadere là in mezzo. Poi appoggiò sulla bilancia uno di quei fogli di carta dei bottegai, gialli e porosi e sopra ancora un altro foglio più piccolo di carta oleata (uno dei suoi trucchi per guadagnarci sul peso) e con la grossa sessola luccicante cominciò a versare lo zucchero. Una stupenda montagnola friabile bianca entusiasmante.
Io ero paralizzata, il cervello che girava a vuoto e non riuscivo a comprendere cosa stesse succedendo.
Avanti.
Ursula ha pesato, appoggia tutto sul banco e comincia a confezionare il pacchetto (Io andavo matta per quel rapido movimento di mani che partiva dalla base, ai due lati dell’involucro e con un abile gioco di pollice da una parte e indice e medio dall’altro, saliva su su veloce, facendo tante piccole pieghette fino a chiudere il tutto in quella tipica forma triangolare di quando si vendevano i prodotti sfusi).
Come dicevo, non ero preparata… Io avevo due piani:
(A) Se ne accorge e io professo innocenza
(B) Si arrabbia di brutto non credendomi e io scappo…
Ma tutto questo zucchero e tutto quel resto non erano previsti! La mia centralina si era inceppata e non mandava più istruzioni.
Non sapevo che fare e dev’essere stato perché ero a bocca aperta che la scemenza trovò la strada libera. Infatti, senza capire cosa stava succedendo e perché, sentii la mia propria piagnucolosa voce che diceva (roba da non crederci!) “Eranu farsi”.
E-ra-no-fal-si!! EH?!! Ma come? La vecchia taccagna aveva abboccato… aveva mescolato la moneta falsa in mezzo a quelle buone, e chi avrebbe più potuto incolparmi?... Mi aveva pesato mezzo chilo di zucchero… Mi aveva anche messo a disposizione un piccolo tesoro…E io?! Io rinunciavo a tutto e per giunta autodenunciandomi?! Ma perché?!
Per onestà? Per non fare peccato mortale? Per paura dell’inferno? Non so dirlo ora ma credo per niente di tutto questo: il fatto è che io ho bisogno di istruzioni precise. Se mi avessero preparata per il paradosso di una bottegaia che si fa abbindolare nel suo da una mocciosa, avrei sicuramente portato a termine l’impresa. Sarei tornata con mezzo chilo di zucchero e un sacco di soldi veri e forse la mia vita avrebbe preso un’altra piega: per anni e anni pensai con rammarico a tutta la cioccolata che avrei potuto comprare!
Naturalmente Ursula, messa alla berlina da una bambina di cinque anni, andò su tutte le furie e sbraitò e ingiuriò e deprecò la cattiva educazione ecc. ecc. Fuggii e mi misi in salvo ma il gruppo dei mandanti fu ancora più spietato:
Ma sei scema?! Quanto sei cretina! Ma vattene!!
Ma come? Anziché congratularsi con me per lo scherzo riuscito (se era uno scherzo non si doveva fare per davvero, no?) si imbufalirono come bisce per i danni che avevo provocato: la perdita del giusto bottino e le immancabili ritorsioni di Ursula.
Non ricordo che mi abbiano picchiato ma mi sentivo come quando si dice: dalle stelle alle stalle.

giovedì 25 novembre 2010

BRIC A BRAC

Qualche tempo fa ho visto alla mostra del cinema di Venezia il film “Cosmonauta” di Susanna Nicchiarelli, gustoso di situazioni ed atmosfere anni sessanta legate al modo di fare politica di quegli anni: le macchine con l’altoparlante che giravano per il paese “votate e fate votare…”, il dualismo tra America e Russia che si confrontava a colpi di avanzata nello spazio. Idee, simboli che consentivano scelte di campo nette e fiduciose. Personalmente l’ho trovato delizioso ed evocativo, mi ha fatto sentire il profumo un mondo che anch’io ho respirato, e la cui presenza coltivo dentro di me come un bel fiore…

Nell’ingresso della casa delle vacanze che condivido con un mucchio di gente, sopra la grande cassa panca che noi chiamiamo “casciuni” e che mia sorella Cilla ha fatto restaurare da poco, troneggia un grande manifesto che trovammo anni fa nella soffitta della casa paterna, quando dovemmo sbaraccare perché i proprietari non ce la lasciavano più in affitto.
Nella ricerca disperata di tutto quello che poteva racchiudere ed esalare ancora profumo di vita vissuta, rovistammo dappertutto. Era difficile trovare qualcosa di significativo: parti di oggetti informi, irriconoscibili e databili solo al carbonio 14; cianfrusaglie anonime come quando giri per i cassetti e trovi solo viti spaiate e pezzettini di fil di ferro che non si capisce che ci stanno lì a fare. Qualche quadernetto di quelli sottili da quindici lire a righe di terza (dei tempi in cui andavo alle elementari) con appunti di mio padre. A volte erano solo conti indecifrabili, altre volte criptici promemoria, ogni tanto un nome familiare: cose sparse, frammenti minimi ma pur sempre una traccia: era stata proprio la sua mano destra (quella con l’indice e il medio ingialliti dalla nicotina) che, impugnata la bic nera, aveva inciso se così si può dire quelle pagine disordinate ma piene di energia!
Nel mentre che un po’ deluse e un po’ volenterose radunavamo il nostro scarso bottino, acquattato dietro un vecchio baule, arrotolato su se stesso con noncurante infingardaggine, ESSO si nascondeva.
Se mia sorella non avesse inciampato nel piede rotto del baule quasi rompendosi il piede, non ce ne saremmo accorte. Ma nell’urto poderoso delle due masse, il baule ebbe un sussulto e irritato si spostò di dieci centimetri. Fu così che lo trovammo: un poster gigantesco in cui su uno sfondo blu notte si stagliava grigia l’immagine della sfera lunare, brufolosa di cento crateri, con piantato spavaldo e sventolante (ma non erano “bandiere senza vento…”?) un rosso vessillo e in basso la scritta:
IL RAZZO SOVIETICO SULLA LUNA…
UN'ALTRA CONQUISTA DEL MONDO COMUNISTA
VERSO IL PROGRESSO E LA PACE
L’abbiamo fatto incorniciare con una striscia di legno rosso, ricoperto con una lastra di vetro per proteggerlo dalla polvere e dal tempo, per quanto possibile. L’abbiamo appeso sul casciuni, proprio in entrata, ad accogliere gli sguardi incuriositi o sconcertati degli ospiti.
Ogni volta che entrando in casa, accaldata dalla spiaggia o carica di borse della spesa, me lo ritrovo addosso, provo un’emozione di nostalgia per l’ingenuità di quella assurda e anacronistica scritta. Mi riattiva sensori che a loro volta ne svegliano altri, mettendo in moto un meccanismo di ricordi che si tirano dietro ricordi. Parole magiche: Sputnik, Laika (la prima cagnetta nello spazio), I96I (data che si legge uguale anche se capovolta), Gagarin, quel primo cosmonauta russo che mi sembrava quasi un parente (*).

(*)A lui le mie sorelle grandi avevano dedicato una canzoncina sulla musica di Bongo Cha Cha Cha che noi filosovietici cantavamo orgogliosi:
 Yu-ri Ga – Ju-ri- Ga-ga-rìn
 par-la-ci tu de-llo spa-zio                                    
 di-cce-lo con sin-ce-ri-tà
 den-tro l’a-stro-na-ve che si fa?
 in te-sta è be-llo me-tte-re
 il ca-sco di a-stro-na-u-ta…

Faccio un salto per riportare un altro pensiero che ogni tanto mi attraversa la mente, quando penso a mio padre: penso che se c’è un senso nella morte, ancorché prematura, di chi come lui ha impegnato la propria vita per il perseguimento di un ideale, è che ne ha preservato i sogni, la grandezza dell’animo e la fanciullezza dello spirito che forse non avrebbero retto al deteriorarsi dei tempi.

giovedì 15 aprile 2010

LA POLITICA

Per non cedere allo sconforto dovuto alla deriva barbarica che mi pare trascini il nostro paese verso l'apatia e il disinteresse della cosa comune, voglio rievocare come si respirava "la politica" a casa mia, ai miei tempi...



Mio padre era rrussu. A casa mia eravamo tutti rrussi, con due erre.
Fin da piccola io lo sapevo che eravamo rrussi: infatti quando passava il treno noi salutavamo con il pugno chiuso.
Quando c'erano le votazioni, ai comizi dei comunisti mio padre era sempre sul palco a fianco dell'oratore.
Una volta, che doveva venire un deputato di Roma, mio padre disse che dovevo salire sul palco anch'io per dargli i fiori.
Passammo il pomeriggio intero: io in piedi su una sedia e mio padre che mi faceva ripetere la stessa frase. Che avrebbe dovuto essere sempre la stessa, ma lui la modificava ogni volta:
- Offro questo fascio di garofani rossi al compagno onorevole Mario Zagari.
Io ripetevo:
- Offro questo fascio di garofani rossi al compagno onorevole Mario Zagari.
- No! fascio no! Sennò sembra che siamo fascisti …
Di nuovo...
- Offro questi garofani al compagno onorevole Mario Zagari
- Ma non c'è più la parola rossi. Deve esserci il rosso! Devi dire:
- Offro questo mazzo di garofani rossi - rrossi, mi raccomando, rrossi, al compagno onorevole Mario Zagari…
Io ripetevo giusto, ma se lui cambiava ogni volta, logico che poi mi confondevo...
Mio padre si arrabbiava, sbraitava, bestemmiava, sudava, poi mi prendeva con le buone e ricominciavamo daccapo.

La sera andammo al comizio e mia mamma mi accompagnò dietro il palco, dalla parte della stazione. Sentivo il verso di un uccello in quattro tempi.
A un certo punto mi fecero salire, però non vedevo i fiori. Ero preoccupata perché come facevo a dire "Offro questo mazzo di garofani rossi al compagno onorevole Mario Zagari" se non ce li avevo?
Finalmente arrivò qualcuno con i garofani e mio padre mi prese in braccio.
Eravamo di lato al compagno onorevole che gridava. Era molto arrabbiato contro i nemici del popolo che facevano venire la schiena curva alle raccoglitrici di gelsomino.
Gridava e sputava, sputava e gridava: gli spruzzi di saliva uscivano dalla sua bocca come scintille luminose che si spegnevano dopo una breve parabola sul microfono. Non seguivo più tutte quelle parole complicate, e mi misi a pensare se anch’io ero un uccello che potevo volare e cose di questo genere...
Il comizio finì, applausi, qualche commento dal pubblico, mio padre che incalzava - Avanti Nina, tocca a te! … Toccava a chi? A me!?
Ah sì, la frase “Offro questo mazzo di garofani - e ce li avevo – rrossi - con due erre – al compagno onorevole Mario Zagari”
La sapevo perfettamente. Mio padre mi sporse in avanti...avvicinandomi al microfono tutto coperto di saliva!
Io, giuro, volevo… volevo… cioè no, non volevo. Assolutamente non volevo. Non volevo deludere mio padre, ma non dissi una parola.

Comunque era bello quando c’erano le elezioni a Bova! La sera andavamo a sentire il comizio, camminavamo tutte allineate con mia mamma che si metteva la sciarpa con le frange e quando passavamo davanti al cortile con i gelsomini diceva “Puh che puzza!”. Ascoltavamo il comizio dalla piazzetta e poi il giorno dopo c’erano i commenti. Se l’oratore era dello schieramento avversario era stato stupido e ridicolo, se era uno dei nostri era stato intelligente e divertente. Ancora più bello era a casa mia il pomeriggio che precedeva un “nostro” comizio, perché i compagni portavano su da noi i microfoni e l’amplificatore per provarlo e io e le mie sorelle ne approfittavamo per fare le star: cantare, imitare i nostri beniamini della televisione, ché ci sentivano fin dalla piazza.
Allora era tutto molto facile: c’erano i buoni e i cattivi e, pensate un po’ che fortuna, noi eravamo tra i buoni!

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