martedì 13 dicembre 2011

La caduta degli ideali (Ricordi d'asilo 1)

Di che mi meraviglio?
Io sono nata e cresciuta in mezzo alle grandi battaglie e alle sonore sconfitte!
Fin da piccola mi rendevo conto delle ingiustizie sociali, come quella perpetrata dalla Befana (v. seconda parte) ma camminavo sul crinale infido che divideva l’etica familiare dal perbenismo sociale, barcamenandomi tra il senso di appartenenza e il desiderio di essere accettata, di non dare nell’occhio. 
Per esempio,  quando all’asilo le suore organizzarono le elezioni, incappai per la prima volta nello scontro tra ideale e realismo e conobbi la tattica.
Le pie donne avevano allestito una vera cabina elettorale, al lato del refettorio,  usando vecchie coperte (quelle grigie con una striscia bianca di tipo militare) tirate su con corde. Uno ad uno fecero entrare noi bambini nel "seggio" dove ci aspettava uno di quei fac-simili che si usavano per la propaganda elettorale. Ognuno doveva segnare con la matita una crocetta sul simbolo scelto.
Io sapevo benissimo che il nostro simbolo era falce martello e stella, come spiegava mio padre ai contadini di San Pasquale che venivano a trovarlo, ma vedendo che tutti avevano messo il segno sullo scudo crociato della Democrazia cristiana, scarabocchiai il mio “più” in quei paraggi: ero comunista ma non scema!
Mi ricordo le parole della suora, che mostrò trionfante la scheda a un papà (era uno dei pezzi grossi del paese) esclamando orgogliosa: “Sono tutti nostri!”


Quando lo raccontai a casa, sorvolando sulla mia piccola vigliaccheria, mio padre andò su tutte le furie e voleva fare uno scandalo, ma poi non lo fece …

sabato 12 novembre 2011

ciao Pino

Tanti voti mi veni mi pensu
aundi finiru certi cosi antichi
e si è veru chi a materia resta tutta
e si puru si cangia di natura
nenti sparisci (cusì  si ssicura)
volissi iri andarretu pe m’i trovu
cu sapi aundi trovanu cunsolu

Dda puma russa 'i vitru trasparenti
ppoiata 'i latu supra a Vigorelli
a rradiu chi pariva nu casciuni
chi davanti ndaviva du buttuni
(quand’era picciridda mi cridiva
chi d’arretu  ccucciatu unu parrava)

U stipu vecchiu, cu na tenda a chjuri
e i giornaletti tutti ncatastati
chi leggiva a mucciuni di me matri
L’artarinu di maggio
U palluni d’a mostra
A bambula settata menz’o lettu
Na mazza di riganu odorusa
fora da porta mpenduta pe’ rispettu

E arretu ‘e cosi veninu paroli
ricordi di quand’eramu figghjoli
U battezzu d’e bambuli,
U rosoliu
“Tegnu apertu l’umbrellu a malaguriu…”
“Sséttati supra domani matina
e tirancillu u coddu (da gaddina)
cusì ti faci l’ovu cu ddu russi”
e po’…“Dissi to mamma mi ti curchi”

Ma arretu d’e paroli poi chi veni?
veni Tripepi cu a so strata dritta
e a ferrovia chi cumbogghjava u mari
veni nu sonu:  fisarmonica a festa
e me frati Pinu chi sonandu camina
mmenz’e loiari assiemi a tant’amici
vestutu di sordatu di marina.

mercoledì 9 novembre 2011

BERSAGLIO MOBILE

Considerazioni tragicomiche sul “piè veloce Achille” che non raggiungerà mai la lenta tartaruga
Faccio parte della categoria dei lavoratori “quattro stagioni”, quelli che nel nostro Paese vanno bene in ogni periodo di crisi (cioè sempre) per essere utilizzati come punching ball dai sedicenti Riformatori / Censori / Mancati Premi Nobel ecc.
Prima di tutto in quanto dipendente pubblico (lavoro come funzionario amministrativo in una ULSS del Veneto).
Ebbene sì, appartengo alla categoria professionale che, passando per alterne vicende, ha conseguito a pieno titolo la qualifica di Fannullone Professionale.
Da quando il Ministrino ha lanciato la moda di darci addosso, affibbiandoci epiteti offensivi e la responsabilità di tutti i mali della galassia, siamo stati inquadrati come Capri Espiatori.
Avete per caso sentito (mentre il reuccio del tornello impazzava) voci autorevoli che si siano levate contro la valanga di fango e offese? Le menti eminenti del circo mediatico hanno forse colto la dissonanza di tali sparate nel mucchio con l’istanza critica del pensiero che non accetta le generalizzazioni?
Non mi risulta: dai giornali ai pollai televisivi mi pare che quasi tutti abbiano preso per buono l’assunto…
Ora comunque sto per conseguire un’ulteriore specializzazione: Dipendente pubblico, Donna non più giovanissima, Aspirante pensionata. Ovvero: come riuscire ad essere sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato!
Modestamente è il mio cavallo di battaglia: io le possibilità e le occasioni, nella vita lavorativa, le ho schivate tutte per un pelo!
Ho sempre azzeccato la direzione sbagliata e sono sempre arrivata o troppo presto o troppo tardi.
Una lunga gavetta mi ha aiutato: fin da bambina, quando partecipavo alle riffe, immancabilmente usciva sempre il numero prima o il numero dopo del mio.
Oggi poi (ça va sans dir) potrei fare bingo perché, sebbene abbia sempre lavorato, non inseguendo favori né onori, ma con impegno e (credetemi sulla fiducia) con capacità, ora vorrei proprio andare in pensione!
E che succede? Il momento è critico, siamo sul ciglio del baratro: Argentina… Grecia… Peste Bubbonica ! Quindi non è rimasto quasi niente (si sono mangiati quasi tutto) dobbiamo capire, fare sacrifici, tirare la cinghia, tirare il collo…
Mi pregio sottoporre alla Vostra attenzione la breve cronistoria del mio ad oggi infruttuoso inseguimento dell'obiettivo:
- quindici anni fa mi mancava un anno per andare in pensione;
- da una legge all’altra, da una finanziaria all’altra, da un decreto all’altro, la meta si è inesorabilmente spostata ogni volta un po’ più in là.
Ne consegue che la sottoscritta è stata ed è tutt’ora sottoposta ad un supplizio di Tantalo: sempre con l’acquolina in bocca e il boccone che se lo pappano gli altri.
Avendo mancato per un soffio la baby pensione, e sempre più posseduta da quell’”oscuro oggetto del desiderio”, ho nel frattempo compiuto ulteriori passi falsi che mi incoroneranno - lo sento - reginetta dei cornuti e mazziati.
Infatti ho avuto proprio di recente la bella idea di riscattare gli anni di università.
Mi pareva la furbata dell’anno: il prezzo era caro e amaro ma, “Se anche alzeranno l’età pensionabile, nessuno toccherà i miei bei quarant’anni di servizio!” (da: Le ultime parole famose).
Non vorrei sfidare l’infallibilità della sfiga esprimendo a parole la paura che mi prende ultimamente quando sento parlare di “eliminare le pensioni di anzianità”.
Ieri sera, mentre cercavo di trovar altrove requie e svago, ho sentito per televisione (non la guardo più a scopo cautelativo) il “più alla moda” che voleva collocare  il traguardo a 69 anni!
Concludendo: non vedo l’ora che la Banda Bassotti tolga il disturbo ma, una volta mandati a casa i compari di oggi, da che parte si gireranno i nuovi per dimostrare capacità e rigore, impegno e responsabilità? Da chi busseranno?
Elementare Watson!

domenica 23 ottobre 2011

"PIZZICOLOGIA"

Dedico questo breve racconto (scritto tempo fa)  ad un'amica che di recente mi ha  generosamente affidato il ricordo della sua infanzia speciale...

Un giorno eravamo andati a Reggio: io mia madre e mio padre. Fu in quel periodo in cui, a furia di esami e controlli medici perché non mangiavo (non ingranavo) mi trovarono di tutto: prima cosa avevo l’anemia, che mia madre preconizzava essere la porta della leucemia (assonanza dei termini?). Mi ricordo in una sala d’aspetto una signora con cui mia mamma si era confidata, che mi tirava giù la palpebra inferiore e diceva: - Ecco che si vede subito che è anemica!
Dunque eravamo andati a Reggio, viaggio che in genere per me era una festa, con partenza all’alba, treno e città . Quel giorno, dopo ore di attesa in un ambulatorio dove mi fecero altri raggi, diedero ai miei la ferale notizia: tumore attaccato al cuore.
Mia mamma si disperava in maniera appariscente e una cosiddetta infermiera, la apostrofò con una gentilezza che faceva il paio con la sua intelligenza: “Invece di fare tante scene, pensate che la vita di vostra figlia è appesa a un capello!” (e dunque che doveva fare, ridere?)
Camminavamo per strada, lungo un muro alto e grigio e mia mamma piangeva, piangeva. Volendo rassicurarmi, che non morivo, si fermò e mi disse: “Non mi ti schianti chi ciangiu, è perchì sugnu paccia!” (non ti spaventare se piango: è perché sono pazza). Mi ricordo lo sconforto che mi prese allora, perché, oltre al fatto che dovevo morire, avevo pure la mamma demente.
Sembra incredibile: eravamo una tribù (la mia era una famiglia numerosa anche per quei tempi: nove figli) e io ricordo tanti ma tanti momenti di bambina in cui mi sono sentita sola al mondo: quando i grandi litigavano tra loro irrimediabilmente o, come quella volta in giro per Reggio, con mia mamma che mi buttava sulle spalle anche il peso della sua disperazione.

giovedì 6 ottobre 2011

Licenza poetica

Io conosco il cuore degli uomini
lo seguo quando vola alto
portato su dalle correnti ascensionali
delle grandi passioni e dei gesti ideali

Quando distilla il succo della vita
e tronfio si esibisce
indifferente ferisce
raramente capisce

Quando baratta la coscienza
con meschina mercede
Quando professa e non crede
Quando prega
usando tutte le buone maniere
e intanto ti frega

Quando avanza a fatica
e si appende alla vita
inciampando e riprovando
nascondendo gli scacchi
digerendo gli smacchi

Quando batte in picchiata
e a fine giornata
non riesce a sperare
ma vorrebbe ululare
come un cane malato
cattivo e disperato.

lunedì 5 settembre 2011

VEDO NERO (I giorni vuoto a perdere)

Se tutto ha un senso
Se niente ha senso
Se non so dove andare...
Dove mi sono perduta
Se passo davanti allo specchio
E non mi riconosco?
Se vivo stancamente,
Non ho voglia di niente,
Ma se ancora la vita
Non è finita.
FORSE POTREI/ FORSE DOVREI  /FORSE VORREI!
Paradigma forsennato
Dei miei giorni vuoto a perdere:
Ecco il mio niente quotidiano
Che mi riempie piano...
Mi annullo e mi consumo
Nel caos affastellato delle mie mattine
Nelle pieghe svogliate delle mie giornate
Nelle mie risate.



domenica 28 agosto 2011

Solita vita

Ebbene anche per quest'anno sono torntata...

A che cosa? Al tran tran non ancora perché  riprenderò il lavoro solo tra qualche giorno: sono ancora in un luogo di mezzo tra il tuffo nel passato che la Calabria rappresenta e la mia vita a Spinea, in ufficio, tra gli impegni familiari e sociali.
Mi aggiro apatica per casa senza sapere bene che fare: mi devo ancora riprendere e trovare il ritmo.
Andrebbe un po' meglio se non fossi impedita dal mettere il naso fuori dalla porta dai nugoli di zanzare, pappataci e altre bestie mutanti che mi assolgono e mi riempiono di mozzichi, pizzichi e prurito. Quindi trascorro gran parte del tempo chiusa in casa a far parole crociate, massimo al conputer (qualche piccolo lavoretto domestico senza strafare)
E pensare che mentre ero via sentivo anche un po' di nostalgia...

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