Incoraggiata da un blogger amico, pubblico un mio racconto, in merito al quale devo fare qualche precisazione (soprattutto per chi, leggendolo, pensasse di riconoscere luoghi e personaggi):
benché sia ispirato a fatti realmente accaduti, e benché io non abbia saputo rinunciare ad usare i veri nomi dei protagonisti, ho usato liberamente i materiali a mia disposizione, incrociando le memorie, riempiendo i vuoti, aggiustando e inventando a mio piacimento...
Quella mattina Mela si era alzata ancora più presto del solito.
Era sempre la prima, in casa, a venir giù dal letto al mattino, sia in estate, quando era bello godersi il fresco da sola mentre gli altri dormivano, che durante l’inverno, quando veniva giù dal letto a piedi nudi e tutta intirizzita correva ad accendere il fuoco.
Si scaldava un po’ di caffè d’orzo avanzato dalla sera prima, addolcito col miele e poi fuori… A volte usciva di casa che non ci si vedeva nemmeno, a inventarsi i lavori più strani senza rendersi conto dei pericoli, come quella volta che si era inerpicata a raccogliere fichi d’india, guidata dal bagliore dei frutti rossi che rilucevano come lumini nell’oscurità. Quando infine sopraggiunse l’alba, si rese conto di essere stata per tutto quel tempo in bilico su un burrone.
Quella mattina era estate e c’era già luce e il sole non avrebbe tardato a infuocare la campagna.
Rimase a casa e fece toletta con più cura del solito: si lavò la faccia, si insaponò il collo e poi bene dietro le orecchie, pettinò a lungo le trecce.
Voleva finire di cucirsi la gonna che si stava preparando per la festa di S. Anna. Trovò ago e filo e si mise seduta sull’uscio di casa, un asciugamano steso sulle gambe a preservare il lavoro e i piedi appoggiati a un’altra sedia. Doveva fare l’orlo, una serie di punti minutissimi e invisibili, e poi aveva in mente di aggiungere qualche abbellimento: dei piccoli fiocchetti di nastro rosa proprio dove si aprivano i due piegoncini sul davanti che davano ampiezza alla gonna.
Pensò con eccitazione che poteva anche indossarla, con la scusa degli ultimi ritocchi, e magari pavoneggiarsi un po’, come se ci fosse “qualcuno” ad ammirarla.
Se “qualcuno” fosse passato davanti alla sua porta aperta, magari con la scusa di chiedere un bicchiere d’acqua, ecco che l’avrebbe vista tutta elegante!
Chi potesse essere questo “qualcuno” non lo pensava con le parole ma lo aspettava con i suoi sensi di diciassettenne allertati e in subbuglio…
Il padre di Mela aveva ingaggiato due giovani di S. Pasquale per fare gli innesti alle viti. La sua era una famiglia di piccoli coltivatori diretti piuttosto agiata: a Marucumbu i terreni erano buoni e rendevano bene. I suoi avevano perfino un servo. Di quando in quando Don Saverio chiamava gente esperta per i lavori più delicati, come questa volta: non si trattava di braccianti, ma di lavoratori capaci e tenuti in una certa considerazione.
Mela li aveva visti due giorni prima, quando era andata a portare la colazione a suo padre come faceva spesso. Una pagnotta di grano duro, che loro stessi cuocevano nel forno di pietra, un pezzo di soppressata e fave fresche, che erano di stagione e suo padre ne andava matto.
Andando, sapeva che c’erano altri contadini, e sua madre le aveva dato anche un’anforetta di vino, la tipica bumbuledda di terracotta. Quella che, oltre alla solita imboccatura, ha un forellino nella parte alta da cui i veri uomini, appoggiata la brocca alla spalla e inclinatala elegantemente a mano rovesciata, bevono a gargarozzo.
Quando arrivò e vide quei due giovani che lavoravano curvi a petto nudo, rimase come imbalsamata a fissare le goccioline di sudore che imperlavano le larghe schiene, finché non arrivò suo padre che le strappò brusco il fagotto dalle mani e la rimandò indietro con un cenno del capo.
Non una parola era stata detta, ma uno dei due si girò e le fece un cenno di saluto al quale lei non rispose.
lunedì 9 gennaio 2012
martedì 27 dicembre 2011
Dopo Natale
In questi giorni, girando per i blog di tanti amici, mi sono sentita con animi e sensazioni contrastanti. Da una parte poco "natalizia" e insofferente dei riti scontati e relativi obblighi (come ricevere regali inutili da ricambiare con altrettante banalità a caro prezzo, o ritrovarsi a brindare, ad esempio al lavoro, con gente sul cui cadavere non dispiacerebbe passeggiare);
dall'altra a fare i conti con la nostalgia di quando il Natale era davvero magico: una festa per gli occhi e per il cuore, di cui i bambini erano i protagonisti migliori, e non strumenti da usare a fini pubblicitari...
Mi ricordo un Natale che ero bambina, e proprio quella mattina era tornata da Milano mia sorella Teresa, per le feste. Aspettavo con ansia di vederle aprire la valigia con i regali: lei si scusò di non aver avuto tempo per comprarmi giocattoli, ma poi tirò fuori per me un impermeabile in miniatura (di quelli di nylon marrone con la cintura) che mi sembrò il capo più elegante del mondo... O quando a casa mia eravamo in tanti e giocavamo a tombola, o quando mio padre, a tavola, il giorno di Natale, dopo aver letto la mia letterina di buoni propositi, come un prestigiatore faceva finire nella mia tasca una moneta da cento lire...
Certo allora era facile guardare il mondo con occhi genuini, oggi è più dura!
E' per questo che a volte, per affrontare il presente, mi tuffo in quel mondo dell'infanzia che mi ricarica e mi fa ricordare chi sono.
E anche adesso - con la parte buona di me - voglio ricambiare sinceramente gli auguri che sento sinceri, e rivolgendomi all'Universo Mondo (ma soprattutto alle persone che più mi stanno a cuore, tra cui tanti nuovi amici che ho conosciuto e apprezzato da questo spazio) faccio l'augurio che il nuovo anno possa offrire ad ognuno opportunità ed occasioni per esprimere al meglio la propria essenza migliore!
dall'altra a fare i conti con la nostalgia di quando il Natale era davvero magico: una festa per gli occhi e per il cuore, di cui i bambini erano i protagonisti migliori, e non strumenti da usare a fini pubblicitari...
Mi ricordo un Natale che ero bambina, e proprio quella mattina era tornata da Milano mia sorella Teresa, per le feste. Aspettavo con ansia di vederle aprire la valigia con i regali: lei si scusò di non aver avuto tempo per comprarmi giocattoli, ma poi tirò fuori per me un impermeabile in miniatura (di quelli di nylon marrone con la cintura) che mi sembrò il capo più elegante del mondo... O quando a casa mia eravamo in tanti e giocavamo a tombola, o quando mio padre, a tavola, il giorno di Natale, dopo aver letto la mia letterina di buoni propositi, come un prestigiatore faceva finire nella mia tasca una moneta da cento lire...
Certo allora era facile guardare il mondo con occhi genuini, oggi è più dura!
E' per questo che a volte, per affrontare il presente, mi tuffo in quel mondo dell'infanzia che mi ricarica e mi fa ricordare chi sono.
E anche adesso - con la parte buona di me - voglio ricambiare sinceramente gli auguri che sento sinceri, e rivolgendomi all'Universo Mondo (ma soprattutto alle persone che più mi stanno a cuore, tra cui tanti nuovi amici che ho conosciuto e apprezzato da questo spazio) faccio l'augurio che il nuovo anno possa offrire ad ognuno opportunità ed occasioni per esprimere al meglio la propria essenza migliore!
martedì 13 dicembre 2011
La caduta degli ideali (Ricordi d'asilo 1)
Di che mi meraviglio?
Io sono nata e cresciuta in mezzo alle grandi battaglie e alle sonore sconfitte!
Fin da piccola mi rendevo conto delle ingiustizie sociali, come quella perpetrata dalla Befana (v. seconda parte) ma camminavo sul crinale infido che divideva l’etica familiare dal perbenismo sociale, barcamenandomi tra il senso di appartenenza e il desiderio di essere accettata, di non dare nell’occhio.
Per esempio, quando all’asilo le suore organizzarono le elezioni, incappai per la prima volta nello scontro tra ideale e realismo e conobbi la tattica.
Le pie donne avevano allestito una vera cabina elettorale, al lato del refettorio, usando vecchie coperte (quelle grigie con una striscia bianca di tipo militare) tirate su con corde. Uno ad uno fecero entrare noi bambini nel "seggio" dove ci aspettava uno di quei fac-simili che si usavano per la propaganda elettorale. Ognuno doveva segnare con la matita una crocetta sul simbolo scelto.
Io sapevo benissimo che il nostro simbolo era falce martello e stella, come spiegava mio padre ai contadini di San Pasquale che venivano a trovarlo, ma vedendo che tutti avevano messo il segno sullo scudo crociato della Democrazia cristiana, scarabocchiai il mio “più” in quei paraggi: ero comunista ma non scema!
Mi ricordo le parole della suora, che mostrò trionfante la scheda a un papà (era uno dei pezzi grossi del paese) esclamando orgogliosa: “Sono tutti nostri!”
Quando lo raccontai a casa, sorvolando sulla mia piccola vigliaccheria, mio padre andò su tutte le furie e voleva fare uno scandalo, ma poi non lo fece …
Io sono nata e cresciuta in mezzo alle grandi battaglie e alle sonore sconfitte!
Fin da piccola mi rendevo conto delle ingiustizie sociali, come quella perpetrata dalla Befana (v. seconda parte) ma camminavo sul crinale infido che divideva l’etica familiare dal perbenismo sociale, barcamenandomi tra il senso di appartenenza e il desiderio di essere accettata, di non dare nell’occhio.
Per esempio, quando all’asilo le suore organizzarono le elezioni, incappai per la prima volta nello scontro tra ideale e realismo e conobbi la tattica.
Le pie donne avevano allestito una vera cabina elettorale, al lato del refettorio, usando vecchie coperte (quelle grigie con una striscia bianca di tipo militare) tirate su con corde. Uno ad uno fecero entrare noi bambini nel "seggio" dove ci aspettava uno di quei fac-simili che si usavano per la propaganda elettorale. Ognuno doveva segnare con la matita una crocetta sul simbolo scelto.
Io sapevo benissimo che il nostro simbolo era falce martello e stella, come spiegava mio padre ai contadini di San Pasquale che venivano a trovarlo, ma vedendo che tutti avevano messo il segno sullo scudo crociato della Democrazia cristiana, scarabocchiai il mio “più” in quei paraggi: ero comunista ma non scema!
Mi ricordo le parole della suora, che mostrò trionfante la scheda a un papà (era uno dei pezzi grossi del paese) esclamando orgogliosa: “Sono tutti nostri!”
Quando lo raccontai a casa, sorvolando sulla mia piccola vigliaccheria, mio padre andò su tutte le furie e voleva fare uno scandalo, ma poi non lo fece …
sabato 12 novembre 2011
ciao Pino
Tanti voti mi veni mi pensu
aundi finiru certi cosi antichi
e si è veru chi a materia resta tutta
e si puru si cangia di natura
nenti sparisci (cusì si ssicura)
volissi iri andarretu pe m’i trovu
cu sapi aundi trovanu cunsolu
Dda puma russa 'i vitru trasparenti
ppoiata 'i latu supra a Vigorelli
a rradiu chi pariva nu casciuni
chi davanti ndaviva du buttuni
(quand’era picciridda mi cridiva
chi d’arretu ccucciatu unu parrava)
U stipu vecchiu, cu na tenda a chjuri
e i giornaletti tutti ncatastati
chi leggiva a mucciuni di me matri
L’artarinu di maggio
U palluni d’a mostra
A bambula settata menz’o lettu
Na mazza di riganu odorusa
fora da porta mpenduta pe’ rispettu
E arretu ‘e cosi veninu paroli
ricordi di quand’eramu figghjoli
U battezzu d’e bambuli,
U rosoliu
“Tegnu apertu l’umbrellu a malaguriu…”
“Sséttati supra domani matina
e tirancillu u coddu (da gaddina)
cusì ti faci l’ovu cu ddu russi”
e po’…“Dissi to mamma mi ti curchi”
aundi finiru certi cosi antichi
e si è veru chi a materia resta tutta
e si puru si cangia di natura
nenti sparisci (cusì si ssicura)
volissi iri andarretu pe m’i trovu
cu sapi aundi trovanu cunsolu
Dda puma russa 'i vitru trasparenti
ppoiata 'i latu supra a Vigorelli
a rradiu chi pariva nu casciuni
chi davanti ndaviva du buttuni
(quand’era picciridda mi cridiva
chi d’arretu ccucciatu unu parrava)
U stipu vecchiu, cu na tenda a chjuri
e i giornaletti tutti ncatastati
chi leggiva a mucciuni di me matri
L’artarinu di maggio
U palluni d’a mostra
A bambula settata menz’o lettu
Na mazza di riganu odorusa
fora da porta mpenduta pe’ rispettu
E arretu ‘e cosi veninu paroli
ricordi di quand’eramu figghjoli
U battezzu d’e bambuli,
U rosoliu
“Tegnu apertu l’umbrellu a malaguriu…”
“Sséttati supra domani matina
e tirancillu u coddu (da gaddina)
cusì ti faci l’ovu cu ddu russi”
e po’…“Dissi to mamma mi ti curchi”
Ma arretu d’e paroli poi chi veni?
veni Tripepi cu a so strata dritta
e a ferrovia chi cumbogghjava u mari
veni nu sonu: fisarmonica a festa
e me frati Pinu chi sonandu camina
mmenz’e loiari assiemi a tant’amici
vestutu di sordatu di marina.
mercoledì 9 novembre 2011
BERSAGLIO MOBILE
Considerazioni tragicomiche sul “piè veloce Achille” che non raggiungerà mai la lenta tartaruga
Faccio parte della categoria dei lavoratori “quattro stagioni”, quelli che nel nostro Paese vanno bene in ogni periodo di crisi (cioè sempre) per essere utilizzati come punching ball dai sedicenti Riformatori / Censori / Mancati Premi Nobel ecc.
Prima di tutto in quanto dipendente pubblico (lavoro come funzionario amministrativo in una ULSS del Veneto).
Ebbene sì, appartengo alla categoria professionale che, passando per alterne vicende, ha conseguito a pieno titolo la qualifica di Fannullone Professionale.
Da quando il Ministrino ha lanciato la moda di darci addosso, affibbiandoci epiteti offensivi e la responsabilità di tutti i mali della galassia, siamo stati inquadrati come Capri Espiatori.
Avete per caso sentito (mentre il reuccio del tornello impazzava) voci autorevoli che si siano levate contro la valanga di fango e offese? Le menti eminenti del circo mediatico hanno forse colto la dissonanza di tali sparate nel mucchio con l’istanza critica del pensiero che non accetta le generalizzazioni?
Non mi risulta: dai giornali ai pollai televisivi mi pare che quasi tutti abbiano preso per buono l’assunto…
Ora comunque sto per conseguire un’ulteriore specializzazione: Dipendente pubblico, Donna non più giovanissima, Aspirante pensionata. Ovvero: come riuscire ad essere sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato!
Modestamente è il mio cavallo di battaglia: io le possibilità e le occasioni, nella vita lavorativa, le ho schivate tutte per un pelo!
Ho sempre azzeccato la direzione sbagliata e sono sempre arrivata o troppo presto o troppo tardi.
Una lunga gavetta mi ha aiutato: fin da bambina, quando partecipavo alle riffe, immancabilmente usciva sempre il numero prima o il numero dopo del mio.
Oggi poi (ça va sans dir) potrei fare bingo perché, sebbene abbia sempre lavorato, non inseguendo favori né onori, ma con impegno e (credetemi sulla fiducia) con capacità, ora vorrei proprio andare in pensione!
E che succede? Il momento è critico, siamo sul ciglio del baratro: Argentina… Grecia… Peste Bubbonica ! Quindi non è rimasto quasi niente (si sono mangiati quasi tutto) dobbiamo capire, fare sacrifici, tirare la cinghia, tirare il collo…
Mi pregio sottoporre alla Vostra attenzione la breve cronistoria del mio ad oggi infruttuoso inseguimento dell'obiettivo:
- quindici anni fa mi mancava un anno per andare in pensione;
- da una legge all’altra, da una finanziaria all’altra, da un decreto all’altro, la meta si è inesorabilmente spostata ogni volta un po’ più in là.
Ne consegue che la sottoscritta è stata ed è tutt’ora sottoposta ad un supplizio di Tantalo: sempre con l’acquolina in bocca e il boccone che se lo pappano gli altri.
Avendo mancato per un soffio la baby pensione, e sempre più posseduta da quell’”oscuro oggetto del desiderio”, ho nel frattempo compiuto ulteriori passi falsi che mi incoroneranno - lo sento - reginetta dei cornuti e mazziati.
Infatti ho avuto proprio di recente la bella idea di riscattare gli anni di università.
Mi pareva la furbata dell’anno: il prezzo era caro e amaro ma, “Se anche alzeranno l’età pensionabile, nessuno toccherà i miei bei quarant’anni di servizio!” (da: Le ultime parole famose).
Non vorrei sfidare l’infallibilità della sfiga esprimendo a parole la paura che mi prende ultimamente quando sento parlare di “eliminare le pensioni di anzianità”.
Ieri sera, mentre cercavo di trovar altrove requie e svago, ho sentito per televisione (non la guardo più a scopo cautelativo) il “più alla moda” che voleva collocare il traguardo a 69 anni!
Concludendo: non vedo l’ora che la Banda Bassotti tolga il disturbo ma, una volta mandati a casa i compari di oggi, da che parte si gireranno i nuovi per dimostrare capacità e rigore, impegno e responsabilità? Da chi busseranno?
Elementare Watson!
Faccio parte della categoria dei lavoratori “quattro stagioni”, quelli che nel nostro Paese vanno bene in ogni periodo di crisi (cioè sempre) per essere utilizzati come punching ball dai sedicenti Riformatori / Censori / Mancati Premi Nobel ecc.
Prima di tutto in quanto dipendente pubblico (lavoro come funzionario amministrativo in una ULSS del Veneto).
Ebbene sì, appartengo alla categoria professionale che, passando per alterne vicende, ha conseguito a pieno titolo la qualifica di Fannullone Professionale.
Da quando il Ministrino ha lanciato la moda di darci addosso, affibbiandoci epiteti offensivi e la responsabilità di tutti i mali della galassia, siamo stati inquadrati come Capri Espiatori.
Avete per caso sentito (mentre il reuccio del tornello impazzava) voci autorevoli che si siano levate contro la valanga di fango e offese? Le menti eminenti del circo mediatico hanno forse colto la dissonanza di tali sparate nel mucchio con l’istanza critica del pensiero che non accetta le generalizzazioni?
Non mi risulta: dai giornali ai pollai televisivi mi pare che quasi tutti abbiano preso per buono l’assunto…
Ora comunque sto per conseguire un’ulteriore specializzazione: Dipendente pubblico, Donna non più giovanissima, Aspirante pensionata. Ovvero: come riuscire ad essere sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato!
Modestamente è il mio cavallo di battaglia: io le possibilità e le occasioni, nella vita lavorativa, le ho schivate tutte per un pelo!
Ho sempre azzeccato la direzione sbagliata e sono sempre arrivata o troppo presto o troppo tardi.
Una lunga gavetta mi ha aiutato: fin da bambina, quando partecipavo alle riffe, immancabilmente usciva sempre il numero prima o il numero dopo del mio.
Oggi poi (ça va sans dir) potrei fare bingo perché, sebbene abbia sempre lavorato, non inseguendo favori né onori, ma con impegno e (credetemi sulla fiducia) con capacità, ora vorrei proprio andare in pensione!
E che succede? Il momento è critico, siamo sul ciglio del baratro: Argentina… Grecia… Peste Bubbonica ! Quindi non è rimasto quasi niente (si sono mangiati quasi tutto) dobbiamo capire, fare sacrifici, tirare la cinghia, tirare il collo…
Mi pregio sottoporre alla Vostra attenzione la breve cronistoria del mio ad oggi infruttuoso inseguimento dell'obiettivo:
- quindici anni fa mi mancava un anno per andare in pensione;
- da una legge all’altra, da una finanziaria all’altra, da un decreto all’altro, la meta si è inesorabilmente spostata ogni volta un po’ più in là.
Ne consegue che la sottoscritta è stata ed è tutt’ora sottoposta ad un supplizio di Tantalo: sempre con l’acquolina in bocca e il boccone che se lo pappano gli altri.
Avendo mancato per un soffio la baby pensione, e sempre più posseduta da quell’”oscuro oggetto del desiderio”, ho nel frattempo compiuto ulteriori passi falsi che mi incoroneranno - lo sento - reginetta dei cornuti e mazziati.
Infatti ho avuto proprio di recente la bella idea di riscattare gli anni di università.
Mi pareva la furbata dell’anno: il prezzo era caro e amaro ma, “Se anche alzeranno l’età pensionabile, nessuno toccherà i miei bei quarant’anni di servizio!” (da: Le ultime parole famose).
Non vorrei sfidare l’infallibilità della sfiga esprimendo a parole la paura che mi prende ultimamente quando sento parlare di “eliminare le pensioni di anzianità”.
Ieri sera, mentre cercavo di trovar altrove requie e svago, ho sentito per televisione (non la guardo più a scopo cautelativo) il “più alla moda” che voleva collocare il traguardo a 69 anni!
Concludendo: non vedo l’ora che la Banda Bassotti tolga il disturbo ma, una volta mandati a casa i compari di oggi, da che parte si gireranno i nuovi per dimostrare capacità e rigore, impegno e responsabilità? Da chi busseranno?
Elementare Watson!
domenica 23 ottobre 2011
"PIZZICOLOGIA"
Dedico questo breve racconto (scritto tempo fa) ad un'amica che di recente mi ha generosamente affidato il ricordo della sua infanzia speciale...
Un giorno eravamo andati a Reggio: io mia madre e mio padre. Fu in quel periodo in cui, a furia di esami e controlli medici perché non mangiavo (non ingranavo) mi trovarono di tutto: prima cosa avevo l’anemia, che mia madre preconizzava essere la porta della leucemia (assonanza dei termini?). Mi ricordo in una sala d’aspetto una signora con cui mia mamma si era confidata, che mi tirava giù la palpebra inferiore e diceva: - Ecco che si vede subito che è anemica!
Dunque eravamo andati a Reggio, viaggio che in genere per me era una festa, con partenza all’alba, treno e città . Quel giorno, dopo ore di attesa in un ambulatorio dove mi fecero altri raggi, diedero ai miei la ferale notizia: tumore attaccato al cuore.
Mia mamma si disperava in maniera appariscente e una cosiddetta infermiera, la apostrofò con una gentilezza che faceva il paio con la sua intelligenza: “Invece di fare tante scene, pensate che la vita di vostra figlia è appesa a un capello!” (e dunque che doveva fare, ridere?)
Camminavamo per strada, lungo un muro alto e grigio e mia mamma piangeva, piangeva. Volendo rassicurarmi, che non morivo, si fermò e mi disse: “Non mi ti schianti chi ciangiu, è perchì sugnu paccia!” (non ti spaventare se piango: è perché sono pazza). Mi ricordo lo sconforto che mi prese allora, perché, oltre al fatto che dovevo morire, avevo pure la mamma demente.
Sembra incredibile: eravamo una tribù (la mia era una famiglia numerosa anche per quei tempi: nove figli) e io ricordo tanti ma tanti momenti di bambina in cui mi sono sentita sola al mondo: quando i grandi litigavano tra loro irrimediabilmente o, come quella volta in giro per Reggio, con mia mamma che mi buttava sulle spalle anche il peso della sua disperazione.
Un giorno eravamo andati a Reggio: io mia madre e mio padre. Fu in quel periodo in cui, a furia di esami e controlli medici perché non mangiavo (non ingranavo) mi trovarono di tutto: prima cosa avevo l’anemia, che mia madre preconizzava essere la porta della leucemia (assonanza dei termini?). Mi ricordo in una sala d’aspetto una signora con cui mia mamma si era confidata, che mi tirava giù la palpebra inferiore e diceva: - Ecco che si vede subito che è anemica!
Dunque eravamo andati a Reggio, viaggio che in genere per me era una festa, con partenza all’alba, treno e città . Quel giorno, dopo ore di attesa in un ambulatorio dove mi fecero altri raggi, diedero ai miei la ferale notizia: tumore attaccato al cuore.
Mia mamma si disperava in maniera appariscente e una cosiddetta infermiera, la apostrofò con una gentilezza che faceva il paio con la sua intelligenza: “Invece di fare tante scene, pensate che la vita di vostra figlia è appesa a un capello!” (e dunque che doveva fare, ridere?)
Camminavamo per strada, lungo un muro alto e grigio e mia mamma piangeva, piangeva. Volendo rassicurarmi, che non morivo, si fermò e mi disse: “Non mi ti schianti chi ciangiu, è perchì sugnu paccia!” (non ti spaventare se piango: è perché sono pazza). Mi ricordo lo sconforto che mi prese allora, perché, oltre al fatto che dovevo morire, avevo pure la mamma demente.
Sembra incredibile: eravamo una tribù (la mia era una famiglia numerosa anche per quei tempi: nove figli) e io ricordo tanti ma tanti momenti di bambina in cui mi sono sentita sola al mondo: quando i grandi litigavano tra loro irrimediabilmente o, come quella volta in giro per Reggio, con mia mamma che mi buttava sulle spalle anche il peso della sua disperazione.
giovedì 6 ottobre 2011
Licenza poetica
Io conosco il cuore degli uomini
lo seguo quando vola alto
portato su dalle correnti ascensionali
delle grandi passioni e dei gesti ideali
Quando distilla il succo della vita
e tronfio si esibisce
indifferente ferisce
raramente capisce
Quando baratta la coscienza
con meschina mercede
Quando professa e non crede
Quando prega
usando tutte le buone maniere
e intanto ti frega
Quando avanza a fatica
e si appende alla vita
inciampando e riprovando
nascondendo gli scacchi
digerendo gli smacchi
Quando batte in picchiata
e a fine giornata
non riesce a sperare
ma vorrebbe ululare
come un cane malato
cattivo e disperato.
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