Frohe Ostern , Joyeuse Paques Happy Easter Feliz Pascua Boa Pascoa Kalo Paska Zalig Paasfest
Schastilvoi Paschi Sretan Uskrs Fouai Hwo Gie Quai Le Eid-Foss’h Mubarak Buine Pasche!!!
venerdì 22 aprile 2011
mercoledì 20 aprile 2011
ALEC
Quante storie sotto il panama
Con quel naso avanti ad esplorare
Quanti sogni dietro gli occhi impavidi
Stretti a fessura per non lasciarli scappare
Un sorriso che è quasi un riso o un pianto
E la barba di tre giorni
Con le spalle forti e grandi e curve
E un pensiero che ritorni
Proprio al punto da cui era partito
Per i suoi mari, nei suoi giorni strani
Ancora a caccia di donne e di eroi
Coi coltelli e con i cani
Serate d’estate
Serenate
Rumori di chitarra
Con l’amico disperato
Lattine di birra in fila sul muro
E il futuro
Che si mescola al passato
Il giaguaro è fermo immobile concentrato
Fissa un crocevia di punti fuori di sé
Nell’indolente pomeriggio calabro
Odoroso
Di fico lattiginoso.
venerdì 15 aprile 2011
Gelsominaie dal libro di Ninì Martelli " L'avventura di un uomo"
In quel periodo (primi anni '30, n.d.b.) fu dato inizio alla coltivazione del gelsomino per fare i profumi. Incaricato di tale impresa era il S. Cundari, nostro vicino di casa il quale, sapendo che mia madre aveva lavorato in tale coltura in Francia, dove eravamo stati emigrati per un paio di anni, le propose di fargli da assistente ed insegnare alle operaie i metodi di piantagione e potatura.
Iniziò così l’avventura dei gelsomini che poi si estese in parecchi comuni della provincia di Reggio, dando lavoro a migliaia di donne raccoglitrici.
Come il gelsomino cominciò a vendersi, venne impiantata la prima distilleria sperimentale, costruita in Francia.
Il gelsomino esiste dove c’è miseria e la manodopera costa pochissimo. Ricordo quelle povere donne scalze e malvestite che si portavano dietro i figlioletti. I più grandicelli raccoglievano come potevano i fiori per aiutare le madri, e i più piccini venivano avvolti in qualche vecchia coperta e coricati tra i filari.
Lavoro massacrante che aveva inizio al mattino alle quattro per finire verso le dieci. Molte ore poi bisognava attendere per la pesa, che veniva calcolata un po’ più bassa per via dell’umidità.
Come se non bastasse la fatica, il disagio veniva dalle malattie provocate da alcuni tipi di concime, in cui si annidavano parassiti che, attraverso i piedi scalzi, contaminavano le raccoglitrici. Nelle persone infettate si formava nello stomaco un ammasso di parassiti filamentosi e le vittime diventavano sempre più deboli ed esangui. Più di qualcuna morì.
In seguito fu trovato un rimedio e facevano ingoiare alle persone infettate delle capsule (contenenti etere?) che si aprivano nello stomaco e il farmaco uccideva i parassiti.
Il buono che mi ricordo è che dopo la raccolta dei fiori le donne rientrando a casa lasciavano una scia di profumo che nessun prodotto confezionato può pareggiare.
Iniziò così l’avventura dei gelsomini che poi si estese in parecchi comuni della provincia di Reggio, dando lavoro a migliaia di donne raccoglitrici.
Come il gelsomino cominciò a vendersi, venne impiantata la prima distilleria sperimentale, costruita in Francia.
Il gelsomino esiste dove c’è miseria e la manodopera costa pochissimo. Ricordo quelle povere donne scalze e malvestite che si portavano dietro i figlioletti. I più grandicelli raccoglievano come potevano i fiori per aiutare le madri, e i più piccini venivano avvolti in qualche vecchia coperta e coricati tra i filari.
Lavoro massacrante che aveva inizio al mattino alle quattro per finire verso le dieci. Molte ore poi bisognava attendere per la pesa, che veniva calcolata un po’ più bassa per via dell’umidità.
Come se non bastasse la fatica, il disagio veniva dalle malattie provocate da alcuni tipi di concime, in cui si annidavano parassiti che, attraverso i piedi scalzi, contaminavano le raccoglitrici. Nelle persone infettate si formava nello stomaco un ammasso di parassiti filamentosi e le vittime diventavano sempre più deboli ed esangui. Più di qualcuna morì.
In seguito fu trovato un rimedio e facevano ingoiare alle persone infettate delle capsule (contenenti etere?) che si aprivano nello stomaco e il farmaco uccideva i parassiti.
Il buono che mi ricordo è che dopo la raccolta dei fiori le donne rientrando a casa lasciavano una scia di profumo che nessun prodotto confezionato può pareggiare.
domenica 10 aprile 2011
Grazie Concita
IL NOSTRO POSTO
Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere il posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare, chiedere ...scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri per capirne meglio e più piano la lezione. Sono andata all’estero a studiare ancora, ho visto gli occhi sbigottiti di coloro a cui dicevo che se hai bisogno di ingessare una frattura, nei nostri ospedali, che tu sia il Rettore dell’Università o il bidello della Facoltà fa lo stesso, la cura è dovuta e l’assistenza identica per tutti. Sono stata una giovane donna che ha avuto accesso al lavoro in virtù di quel che aveva imparato a fare e di quel che poteva dare: mai, nemmeno per un istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana, nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno. Ho saputo senza ombra di dubbio che essere di destra o di sinistra sono cose profondamente diverse, radicalmente diverse: per troppe ragioni da elencare qui ma per una fondamentale, quella che la nostra Costituzione – una Costituzione
antifascista - spiega all’articolo 2, proprio all’inizio: l’esistenza (e il rispetto, e il valore, e l’amore) del prossimo. Il “dovere inderogabile di solidarietà” che non è concessione né compassione: è il fondamento della convivenza. Non erano mille anni fa, erano pochi. I miei genitori sapevano che il mio futuro sarebbe stato migliore del loro. Hanno investito su questo – investito in educazione e in conoscenza – ed è stato così. È stato facile, relativamente facile. È stato giusto. Per i nostri figli il futuro sarà peggiore del nostro. Lo è. Precario, più povero, opaco. Chi può li manda altrove, li finanzia per l’espatrio, insegna loro a “farsi furbi”. Chi non può soccombe. È un disastro collettivo, la più grande tragedia: stiamo perdendo la
fiducia, la voglia di combattere, la speranza. Qualcosa di terribile è accaduto negli ultimi vent’anni. Un modello culturale, etico, morale si è corrotto. La politica non è che lo specchio di un mutamento antropologico, i modelli oggi vincenti ne sono stati il volano: ci hanno mostrato che se violi la legge basta avere i soldi per pagare, se hai belle le gambe puoi sposare un miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella presidenza di ente pubblico, di un ministero. Mettiti in salvo tu da solo e per te: gli altri si arrangino, se ne vadano, tornino a casa loro, crepino. Ciò che si è insinuato nelle coscienze, nel profondo del Paese, nel comune sentire è un problema più profondo della rappresentanza politica che ha trovato. Quello che ora chiamiamo "berlusconismo” ne è stato il concime e ne è il frutto. Un uomo con un potere immenso che ha promosso e salvato se stesso dalle conseguenze che qualunque altro comune cittadino avrebbe patito nelle medesime condizioni - lo ha fatto col denaro, con le tv che piegano il consenso - e che ha intanto negli anni forgiato e avvilito il comune sentire all’accettazione di questa vergogna come fosse “normale”, anzi auspicabile: un modello vincente. È un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in quinta elementare, sperano di fare le veline così poi da grandi trovano un ricco che le sposi. È un tempo triste quello in cui chi è andato solo pochi mesi fa a votare alle primarie del Partito Democratico ha già rinunciato alla speranza, sepolta da incomprensibili diaspore e rancori privati di uomini pubblici. Non è irrimediabile, però. È venuto il momento di restituire ciò che ci è stato dato. Prima di tutto la mia generazione, che è stata l’ultima di un tempo che aveva un futuro e la prima di quello che non ne ha più. Torniamo a casa, torniamo a scuola, torniamo in battaglia: coltivare i pomodori dietro casa non è una buona idea, metterci la musica in cuffia è un esilio in patria. Lamentarsi che “tanto, ormai” è un inganno e un rifugio, una resa che pagheranno i bambini di dieci anni, regalargli per Natale la playstation non è l’alternativa a una speranza. “Istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza”, diceva l’uomo che ha fondato questo giornale. Leggete, pensate, imparate, capite e la vita sarà vostra. Nelle vostre mani il destino. Sarete voi la giustizia. Ricominciamo da qui. Prendiamo in mano il testimone dei padri e portiamolo, navigando nella complessità di questo tempo, nelle mani dei figli. Nulla avrà senso se non potremo dirci di averci provato. Questo solo posso fare, io stessa, mentre ricevo da chi è venuto prima di me il compito e la responsabilità di portare avanti un grande lavoro collettivo.
L'Unità - Concita de Gregorio
Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere il posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare, chiedere ...scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri per capirne meglio e più piano la lezione. Sono andata all’estero a studiare ancora, ho visto gli occhi sbigottiti di coloro a cui dicevo che se hai bisogno di ingessare una frattura, nei nostri ospedali, che tu sia il Rettore dell’Università o il bidello della Facoltà fa lo stesso, la cura è dovuta e l’assistenza identica per tutti. Sono stata una giovane donna che ha avuto accesso al lavoro in virtù di quel che aveva imparato a fare e di quel che poteva dare: mai, nemmeno per un istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana, nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno. Ho saputo senza ombra di dubbio che essere di destra o di sinistra sono cose profondamente diverse, radicalmente diverse: per troppe ragioni da elencare qui ma per una fondamentale, quella che la nostra Costituzione – una Costituzione
antifascista - spiega all’articolo 2, proprio all’inizio: l’esistenza (e il rispetto, e il valore, e l’amore) del prossimo. Il “dovere inderogabile di solidarietà” che non è concessione né compassione: è il fondamento della convivenza. Non erano mille anni fa, erano pochi. I miei genitori sapevano che il mio futuro sarebbe stato migliore del loro. Hanno investito su questo – investito in educazione e in conoscenza – ed è stato così. È stato facile, relativamente facile. È stato giusto. Per i nostri figli il futuro sarà peggiore del nostro. Lo è. Precario, più povero, opaco. Chi può li manda altrove, li finanzia per l’espatrio, insegna loro a “farsi furbi”. Chi non può soccombe. È un disastro collettivo, la più grande tragedia: stiamo perdendo la
fiducia, la voglia di combattere, la speranza. Qualcosa di terribile è accaduto negli ultimi vent’anni. Un modello culturale, etico, morale si è corrotto. La politica non è che lo specchio di un mutamento antropologico, i modelli oggi vincenti ne sono stati il volano: ci hanno mostrato che se violi la legge basta avere i soldi per pagare, se hai belle le gambe puoi sposare un miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella presidenza di ente pubblico, di un ministero. Mettiti in salvo tu da solo e per te: gli altri si arrangino, se ne vadano, tornino a casa loro, crepino. Ciò che si è insinuato nelle coscienze, nel profondo del Paese, nel comune sentire è un problema più profondo della rappresentanza politica che ha trovato. Quello che ora chiamiamo "berlusconismo” ne è stato il concime e ne è il frutto. Un uomo con un potere immenso che ha promosso e salvato se stesso dalle conseguenze che qualunque altro comune cittadino avrebbe patito nelle medesime condizioni - lo ha fatto col denaro, con le tv che piegano il consenso - e che ha intanto negli anni forgiato e avvilito il comune sentire all’accettazione di questa vergogna come fosse “normale”, anzi auspicabile: un modello vincente. È un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in quinta elementare, sperano di fare le veline così poi da grandi trovano un ricco che le sposi. È un tempo triste quello in cui chi è andato solo pochi mesi fa a votare alle primarie del Partito Democratico ha già rinunciato alla speranza, sepolta da incomprensibili diaspore e rancori privati di uomini pubblici. Non è irrimediabile, però. È venuto il momento di restituire ciò che ci è stato dato. Prima di tutto la mia generazione, che è stata l’ultima di un tempo che aveva un futuro e la prima di quello che non ne ha più. Torniamo a casa, torniamo a scuola, torniamo in battaglia: coltivare i pomodori dietro casa non è una buona idea, metterci la musica in cuffia è un esilio in patria. Lamentarsi che “tanto, ormai” è un inganno e un rifugio, una resa che pagheranno i bambini di dieci anni, regalargli per Natale la playstation non è l’alternativa a una speranza. “Istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza”, diceva l’uomo che ha fondato questo giornale. Leggete, pensate, imparate, capite e la vita sarà vostra. Nelle vostre mani il destino. Sarete voi la giustizia. Ricominciamo da qui. Prendiamo in mano il testimone dei padri e portiamolo, navigando nella complessità di questo tempo, nelle mani dei figli. Nulla avrà senso se non potremo dirci di averci provato. Questo solo posso fare, io stessa, mentre ricevo da chi è venuto prima di me il compito e la responsabilità di portare avanti un grande lavoro collettivo.
L'Unità - Concita de Gregorio
giovedì 31 marzo 2011
I Ziti!
…Quando mia sorella Chicca si sposò (e io avevo due anni) tutti si divertivano con i miei commenti. A Ninì, “u zitu”, dicevo: “T’a maritasti? E portattilla!” te la sei sposata? E allora portatela via.
Vedendo mia mamma che le approntava il corredo: “E tutti sti cosi nci duni? Tutti i cosi a idda?” Evidente che si faceva già strada il mio senso di giustizia sociale: eravamo in tanti, ce ne sarebbe stato per tutti? Infine, di fronte alla commozione dei grandi: “E vui chi nci ciangiti affari! Pari chi mori: si marita e basta!” Cosa state a piangere, non muore mica, si sposa soltanto! Quella saggezza spicciola che mi ha accompagnato per tutta la vita, assieme al bisogno di sdrammatizzare e di trovare la via di scampo per tutto.
Alla festa di matrimonio di Chicca posso collocare il mio ricordo più antico.
Il matrimonio di Chicca rappresenta uno dei capisaldi dell’epopea familiare, un matrimonio veramente inusuale: in assoluto il primo matrimonio civile a Bova Marina e sicuramente uno dei primi in tutta Italia.
Era successo che il prete, per celebrare le nozze, pretendeva che mia sorella gli firmasse una carta in cui diceva che mio padre la obbligava a votare per i comunisti (era il periodo in cui i comunisti mangiavano i bambini e il clero tutto era impegnato in una santa crociata). Un ricatto a cui mia sorella non intese sottostare: il corteo, arrivato all’altezza della chiesa, tirò dritto e continuò fino al Municipio, mentre il prete si mangiava il fegato!
Questi fatti si raccontavano in famiglia e ci sono ancora le foto del matrimonio: il corteo sul ponte della fiumara, gli sposi in Municipio che firmano: Chicca in un vestito di raso color avorio splendido nella sua semplicità e Ninì, allegro, con una faccia da attore americano.
Il mio ricordo, chiaro e circoscritto, si colloca durante il rinfresco.
Casa degli sposi, gli invitati seduti sulle sedie allineate lungo il perimetro della stanza; ogni tanto qualcuno passava con un vassoio pieno di "cumpetti e pastetti" con in mezzo tanti cioccolatini incartati con quelle belle stagnole colorate. Mi passavano davanti ma nessuno mi offriva. Evidente che non tenevano nella dovuta considerazione il fatto che fossi sorella della sposa. E che cavolo!
Allora vado nell’altra stanza, quella da cui partivano quei dolci vassoi, forte del mio ruolo e col fermo proposito di esercitare il mio proprio diritto di prelazione. Già dalla porta si vedeva il tavolo, al centro della stanza, su cui era stata riversata una piramide di quelle leccornie. Andavo matta soprattutto per la cioccolata, tanto che fantasticavo che, se fossimo tutti fatti di cioccolato invece che di carne, io mi mangiavo per esempio un braccio, e poi quello mi ricresceva e me lo potevo rimangiare all’infinito: che dolce vita!
Mi piacevano tanto anche i “pastetti” fatti con la pasta di mandorle e un pezzo di ciliegia candita sopra. Per ultimi venivano i confetti, con la mandorla dentro, che però erano tanto duri. Quelli erano per il prestigio sociale. Infatti noi bambini facevamo a gara a chi ne raccoglieva di più quando, fuori dalla chiesa, i parenti degli sposi li lanciavano in aria (la moda del riso fu importata molto tempo dopo da quelli che erano stati al nord). Nessuno si vergognava di raccogliere i confetti da terra, neanche i grandi, e noi bambini ci lanciavamo nella mischia. Poi ci ritrovavamo ognuno con il suo bottino di confetti interi rotti e scheggiati a contarli per vedere chi era stato più bravo.
Dunque: a) sono la sorella della sposa, b) ho libero accesso alle stanze interne, c) sul tavolo c’è una vera montagna di dolci, d) posso prenderne quanto voglio, e) …e quando mi ricapita una cosa del genere?
Mi precipito dentro, decisa ad approfittare della circostanza quando, appena superata la soglia, vedo seduto di sghembo su una sedia alla mia sinistra un signore con una pancia enorme (penso fosse quello che in paese chiamavamo “U Piparu” e sul quale circolavano tanti aneddoti buffi dovuti alla sua mole). Tutta la baldanza e la determinazione di poco prima sparirono alla vista di quell’uomo che mi incuteva soggezione. Che fare? Scoppiare a piangere? Girarmi e tornare indietro? Fingere di star cercando qualcuno?
Dopo un primo momento di smarrimento proseguii come in automatico fino al tavolo, allungai la mano e presi un unico cioccolatino, guadagnando al più presto l’uscita.
Fu lì, credo, che si incardinò la prima costante: quella delle occasioni mancate. Per quel che ricordo cominciai quella volta, a due anni, e da allora un’inarrestabile galoppata finché non si sono quasi del tutto esaurite le occasioni da perdere.
Vedendo mia mamma che le approntava il corredo: “E tutti sti cosi nci duni? Tutti i cosi a idda?” Evidente che si faceva già strada il mio senso di giustizia sociale: eravamo in tanti, ce ne sarebbe stato per tutti? Infine, di fronte alla commozione dei grandi: “E vui chi nci ciangiti affari! Pari chi mori: si marita e basta!” Cosa state a piangere, non muore mica, si sposa soltanto! Quella saggezza spicciola che mi ha accompagnato per tutta la vita, assieme al bisogno di sdrammatizzare e di trovare la via di scampo per tutto.
Alla festa di matrimonio di Chicca posso collocare il mio ricordo più antico.
Il matrimonio di Chicca rappresenta uno dei capisaldi dell’epopea familiare, un matrimonio veramente inusuale: in assoluto il primo matrimonio civile a Bova Marina e sicuramente uno dei primi in tutta Italia.
Era successo che il prete, per celebrare le nozze, pretendeva che mia sorella gli firmasse una carta in cui diceva che mio padre la obbligava a votare per i comunisti (era il periodo in cui i comunisti mangiavano i bambini e il clero tutto era impegnato in una santa crociata). Un ricatto a cui mia sorella non intese sottostare: il corteo, arrivato all’altezza della chiesa, tirò dritto e continuò fino al Municipio, mentre il prete si mangiava il fegato!
Questi fatti si raccontavano in famiglia e ci sono ancora le foto del matrimonio: il corteo sul ponte della fiumara, gli sposi in Municipio che firmano: Chicca in un vestito di raso color avorio splendido nella sua semplicità e Ninì, allegro, con una faccia da attore americano.
Il mio ricordo, chiaro e circoscritto, si colloca durante il rinfresco.
Casa degli sposi, gli invitati seduti sulle sedie allineate lungo il perimetro della stanza; ogni tanto qualcuno passava con un vassoio pieno di "cumpetti e pastetti" con in mezzo tanti cioccolatini incartati con quelle belle stagnole colorate. Mi passavano davanti ma nessuno mi offriva. Evidente che non tenevano nella dovuta considerazione il fatto che fossi sorella della sposa. E che cavolo!
Allora vado nell’altra stanza, quella da cui partivano quei dolci vassoi, forte del mio ruolo e col fermo proposito di esercitare il mio proprio diritto di prelazione. Già dalla porta si vedeva il tavolo, al centro della stanza, su cui era stata riversata una piramide di quelle leccornie. Andavo matta soprattutto per la cioccolata, tanto che fantasticavo che, se fossimo tutti fatti di cioccolato invece che di carne, io mi mangiavo per esempio un braccio, e poi quello mi ricresceva e me lo potevo rimangiare all’infinito: che dolce vita!
Mi piacevano tanto anche i “pastetti” fatti con la pasta di mandorle e un pezzo di ciliegia candita sopra. Per ultimi venivano i confetti, con la mandorla dentro, che però erano tanto duri. Quelli erano per il prestigio sociale. Infatti noi bambini facevamo a gara a chi ne raccoglieva di più quando, fuori dalla chiesa, i parenti degli sposi li lanciavano in aria (la moda del riso fu importata molto tempo dopo da quelli che erano stati al nord). Nessuno si vergognava di raccogliere i confetti da terra, neanche i grandi, e noi bambini ci lanciavamo nella mischia. Poi ci ritrovavamo ognuno con il suo bottino di confetti interi rotti e scheggiati a contarli per vedere chi era stato più bravo.
Dunque: a) sono la sorella della sposa, b) ho libero accesso alle stanze interne, c) sul tavolo c’è una vera montagna di dolci, d) posso prenderne quanto voglio, e) …e quando mi ricapita una cosa del genere?
Mi precipito dentro, decisa ad approfittare della circostanza quando, appena superata la soglia, vedo seduto di sghembo su una sedia alla mia sinistra un signore con una pancia enorme (penso fosse quello che in paese chiamavamo “U Piparu” e sul quale circolavano tanti aneddoti buffi dovuti alla sua mole). Tutta la baldanza e la determinazione di poco prima sparirono alla vista di quell’uomo che mi incuteva soggezione. Che fare? Scoppiare a piangere? Girarmi e tornare indietro? Fingere di star cercando qualcuno?
Dopo un primo momento di smarrimento proseguii come in automatico fino al tavolo, allungai la mano e presi un unico cioccolatino, guadagnando al più presto l’uscita.
Fu lì, credo, che si incardinò la prima costante: quella delle occasioni mancate. Per quel che ricordo cominciai quella volta, a due anni, e da allora un’inarrestabile galoppata finché non si sono quasi del tutto esaurite le occasioni da perdere.
lunedì 14 marzo 2011
IMPRINTING
Nella mia vita la Costante n. 1 (quella delle Occasioni Mancate) si ritrova spesso intrecciata con la Costante n. 2 che si può riassumere in “Ma perché non mi dite mai a che gioco giochiamo?” comparsa nella mia esistenza, e incardinatasi stabilmente, molto probabilmente a partire dall'episodio del Piano (C).
…Era successo durante una missione esplorativa della nostra squadra di ragazzine del rione Tripepi capitanata dalle mie sorelle più grandi. Battevamo il territorio nelle vicinanze di casa. Mi pare fosse dalle parti del mulino che qualcuno trovò una vecchia moneta fuori corso del periodo fascista. Era una moneta da una lira con il profilo di Mussolini da una parte e un’aquila dall’altra. Aveva l’aspetto delle 100 lire: una vera fortuna.
Il consiglio di guerra decise che avremmo provato a spacciarla nella bottega di Ursulina, un’ignorantona che sapeva appena appena leggere e scrivere (per esempio una volta che doveva segnare sulla libretta un acquisto fatto a credito, invece di scrivere il nome di mia sorella Francesca scrisse “Lazza Frasca” . Questa cosa scatenò una feroce ironia da parte di tutta la famiglia, e anche noi piccole ci sentivamo autorizzate a dileggiare la detestata Ursula). La quale del resto era veramente odiosa e a noi bambine non ci poteva vedere. Anche a mia mamma non andava a genio perché si dava tante arie, dato che se la passava molto meglio di noi. Raccontava di una volta che si trovava nella sala d’attesa del dottore, tanta gente ognuno aspettando il proprio turno, quando arrivò Ursula. Piena di boria, "panza avanti" e senza salutare nessuno, entrò dritta dritta nell’ambulatorio del medico.
Tanti buoni motivi, dunque, per centrare il bersaglio. Sì, ma chi ci va? Tutte la temevano, perché era capace anche di menare le mani e chissà che altro.
“Mandiamoci Nina” che ero io, la più piccola e insospettabile. Quella che se Ursula si fosse accorta dell’inganno, poteva ancora passare come un’altra vittima innocente dei falsari.
Dunque, addestrata per la bisogna, entro nella bottega che era vuota e, garbatamente chiamo:
- Donna Ursulina?...
La vecchia abitava là stesso e quindi affacciava ogni tanto, ma in genere stava nel retro a fare le sue faccende.
Dopo un pezzo arriva e, indifferente alla mia grazia infantile, chiede brusca:
- Chi voi?
- Menzu chilu ‘ i zzuccheru…
e appoggiai la moneta sul bancone, girata dalla parte che c’era la testa di Mussolini. Lei con quei suoi piccoli occhietti diffidenti la prese in mano. La guardò la guardò la guardò. Era evidente che si era accorta che non era buona. Lei, una bottegaia, e per di più malfidata e maldisposta. Mentre pensavo al piano (A): discolparmi giurando e spergiurando sulla mia buona fede, stavo là con il fiato sospeso, un occhio a Ursula e uno alla porta, pronta a battere in ritirata: piano (B).
Dopo un tempo che mi sembrò eterno, Ursula, che non aveva mai rigirato la moneta dalla parte dell’aquila, pur non del tutto rasserenata (o era la mia immaginazione?) aprì il cassetto dove teneva i soldi e la fece cadere là in mezzo. Poi appoggiò sulla bilancia uno di quei fogli di carta dei bottegai, gialli e porosi e sopra ancora un altro foglio più piccolo di carta oleata (uno dei suoi trucchi per guadagnarci sul peso) e con la grossa sessola luccicante cominciò a versare lo zucchero. Una stupenda montagnola friabile bianca entusiasmante.
Io ero paralizzata, il cervello che girava a vuoto e non riuscivo a comprendere cosa stesse succedendo.
Avanti.
Ursula ha pesato, appoggia tutto sul banco e comincia a confezionare il pacchetto (Io andavo matta per quel rapido movimento di mani che partiva dalla base, ai due lati dell’involucro e con un abile gioco di pollice da una parte e indice e medio dall’altro, saliva su su veloce, facendo tante piccole pieghette fino a chiudere il tutto in quella tipica forma triangolare di quando si vendevano i prodotti sfusi).
Come dicevo, non ero preparata… Io avevo due piani:
(A) Se ne accorge e io professo innocenza
(B) Si arrabbia di brutto non credendomi e io scappo…
Ma tutto questo zucchero e tutto quel resto non erano previsti! La mia centralina si era inceppata e non mandava più istruzioni.
Non sapevo che fare e dev’essere stato perché ero a bocca aperta che la scemenza trovò la strada libera. Infatti, senza capire cosa stava succedendo e perché, sentii la mia propria piagnucolosa voce che diceva (roba da non crederci!) “Eranu farsi”.
E-ra-no-fal-si!! EH?!! Ma come? La vecchia taccagna aveva abboccato… aveva mescolato la moneta falsa in mezzo a quelle buone, e chi avrebbe più potuto incolparmi?... Mi aveva pesato mezzo chilo di zucchero… Mi aveva anche messo a disposizione un piccolo tesoro…E io?! Io rinunciavo a tutto e per giunta autodenunciandomi?! Ma perché?!
Per onestà? Per non fare peccato mortale? Per paura dell’inferno? Non so dirlo ora ma credo per niente di tutto questo: il fatto è che io ho bisogno di istruzioni precise. Se mi avessero preparata per il paradosso di una bottegaia che si fa abbindolare nel suo da una mocciosa, avrei sicuramente portato a termine l’impresa. Sarei tornata con mezzo chilo di zucchero e un sacco di soldi veri e forse la mia vita avrebbe preso un’altra piega: per anni e anni pensai con rammarico a tutta la cioccolata che avrei potuto comprare!
Naturalmente Ursula, messa alla berlina da una bambina di cinque anni, andò su tutte le furie e sbraitò e ingiuriò e deprecò la cattiva educazione ecc. ecc. Fuggii e mi misi in salvo ma il gruppo dei mandanti fu ancora più spietato:
Ma sei scema?! Quanto sei cretina! Ma vattene!!
Ma come? Anziché congratularsi con me per lo scherzo riuscito (se era uno scherzo non si doveva fare per davvero, no?) si imbufalirono come bisce per i danni che avevo provocato: la perdita del giusto bottino e le immancabili ritorsioni di Ursula.
Non ricordo che mi abbiano picchiato ma mi sentivo come quando si dice: dalle stelle alle stalle.
…Era successo durante una missione esplorativa della nostra squadra di ragazzine del rione Tripepi capitanata dalle mie sorelle più grandi. Battevamo il territorio nelle vicinanze di casa. Mi pare fosse dalle parti del mulino che qualcuno trovò una vecchia moneta fuori corso del periodo fascista. Era una moneta da una lira con il profilo di Mussolini da una parte e un’aquila dall’altra. Aveva l’aspetto delle 100 lire: una vera fortuna.
Il consiglio di guerra decise che avremmo provato a spacciarla nella bottega di Ursulina, un’ignorantona che sapeva appena appena leggere e scrivere (per esempio una volta che doveva segnare sulla libretta un acquisto fatto a credito, invece di scrivere il nome di mia sorella Francesca scrisse “Lazza Frasca” . Questa cosa scatenò una feroce ironia da parte di tutta la famiglia, e anche noi piccole ci sentivamo autorizzate a dileggiare la detestata Ursula). La quale del resto era veramente odiosa e a noi bambine non ci poteva vedere. Anche a mia mamma non andava a genio perché si dava tante arie, dato che se la passava molto meglio di noi. Raccontava di una volta che si trovava nella sala d’attesa del dottore, tanta gente ognuno aspettando il proprio turno, quando arrivò Ursula. Piena di boria, "panza avanti" e senza salutare nessuno, entrò dritta dritta nell’ambulatorio del medico.
Tanti buoni motivi, dunque, per centrare il bersaglio. Sì, ma chi ci va? Tutte la temevano, perché era capace anche di menare le mani e chissà che altro.
“Mandiamoci Nina” che ero io, la più piccola e insospettabile. Quella che se Ursula si fosse accorta dell’inganno, poteva ancora passare come un’altra vittima innocente dei falsari.
Dunque, addestrata per la bisogna, entro nella bottega che era vuota e, garbatamente chiamo:
- Donna Ursulina?...
La vecchia abitava là stesso e quindi affacciava ogni tanto, ma in genere stava nel retro a fare le sue faccende.
Dopo un pezzo arriva e, indifferente alla mia grazia infantile, chiede brusca:
- Chi voi?
- Menzu chilu ‘ i zzuccheru…
e appoggiai la moneta sul bancone, girata dalla parte che c’era la testa di Mussolini. Lei con quei suoi piccoli occhietti diffidenti la prese in mano. La guardò la guardò la guardò. Era evidente che si era accorta che non era buona. Lei, una bottegaia, e per di più malfidata e maldisposta. Mentre pensavo al piano (A): discolparmi giurando e spergiurando sulla mia buona fede, stavo là con il fiato sospeso, un occhio a Ursula e uno alla porta, pronta a battere in ritirata: piano (B).
Dopo un tempo che mi sembrò eterno, Ursula, che non aveva mai rigirato la moneta dalla parte dell’aquila, pur non del tutto rasserenata (o era la mia immaginazione?) aprì il cassetto dove teneva i soldi e la fece cadere là in mezzo. Poi appoggiò sulla bilancia uno di quei fogli di carta dei bottegai, gialli e porosi e sopra ancora un altro foglio più piccolo di carta oleata (uno dei suoi trucchi per guadagnarci sul peso) e con la grossa sessola luccicante cominciò a versare lo zucchero. Una stupenda montagnola friabile bianca entusiasmante.
Io ero paralizzata, il cervello che girava a vuoto e non riuscivo a comprendere cosa stesse succedendo.
Avanti.
Ursula ha pesato, appoggia tutto sul banco e comincia a confezionare il pacchetto (Io andavo matta per quel rapido movimento di mani che partiva dalla base, ai due lati dell’involucro e con un abile gioco di pollice da una parte e indice e medio dall’altro, saliva su su veloce, facendo tante piccole pieghette fino a chiudere il tutto in quella tipica forma triangolare di quando si vendevano i prodotti sfusi).
Come dicevo, non ero preparata… Io avevo due piani:
(A) Se ne accorge e io professo innocenza
(B) Si arrabbia di brutto non credendomi e io scappo…
Ma tutto questo zucchero e tutto quel resto non erano previsti! La mia centralina si era inceppata e non mandava più istruzioni.
Non sapevo che fare e dev’essere stato perché ero a bocca aperta che la scemenza trovò la strada libera. Infatti, senza capire cosa stava succedendo e perché, sentii la mia propria piagnucolosa voce che diceva (roba da non crederci!) “Eranu farsi”.
E-ra-no-fal-si!! EH?!! Ma come? La vecchia taccagna aveva abboccato… aveva mescolato la moneta falsa in mezzo a quelle buone, e chi avrebbe più potuto incolparmi?... Mi aveva pesato mezzo chilo di zucchero… Mi aveva anche messo a disposizione un piccolo tesoro…E io?! Io rinunciavo a tutto e per giunta autodenunciandomi?! Ma perché?!
Per onestà? Per non fare peccato mortale? Per paura dell’inferno? Non so dirlo ora ma credo per niente di tutto questo: il fatto è che io ho bisogno di istruzioni precise. Se mi avessero preparata per il paradosso di una bottegaia che si fa abbindolare nel suo da una mocciosa, avrei sicuramente portato a termine l’impresa. Sarei tornata con mezzo chilo di zucchero e un sacco di soldi veri e forse la mia vita avrebbe preso un’altra piega: per anni e anni pensai con rammarico a tutta la cioccolata che avrei potuto comprare!
Naturalmente Ursula, messa alla berlina da una bambina di cinque anni, andò su tutte le furie e sbraitò e ingiuriò e deprecò la cattiva educazione ecc. ecc. Fuggii e mi misi in salvo ma il gruppo dei mandanti fu ancora più spietato:
Ma sei scema?! Quanto sei cretina! Ma vattene!!
Ma come? Anziché congratularsi con me per lo scherzo riuscito (se era uno scherzo non si doveva fare per davvero, no?) si imbufalirono come bisce per i danni che avevo provocato: la perdita del giusto bottino e le immancabili ritorsioni di Ursula.
Non ricordo che mi abbiano picchiato ma mi sentivo come quando si dice: dalle stelle alle stalle.
lunedì 28 febbraio 2011
FOTOGRAFIE
Una foto in bianco e nero
sullo sfondo rocce chiare
Carne stanca dalla canottiera
e mani macchiate dal tempo
incrociate sulle tue ginocchia
Il tuo sguardo del disincanto
all’ombra del cappello bianco
fugge lontano l’orizzonte
Una ruga ti segna la fronte
una linea d’amarezza fine
Teatri lontani di vita e di lotte
condensati in grumo di ricordi
Nove figli ed eri solo
come un uomo quando è solo
Dov’è adesso quello sguardo
dov’è adesso la tua casa
dove c’è per me la chiave
per capire cos’è stato.
sullo sfondo rocce chiare
Carne stanca dalla canottiera
e mani macchiate dal tempo
incrociate sulle tue ginocchia
Il tuo sguardo del disincanto
all’ombra del cappello bianco
fugge lontano l’orizzonte
Una ruga ti segna la fronte
una linea d’amarezza fine
Teatri lontani di vita e di lotte
condensati in grumo di ricordi
Nove figli ed eri solo
come un uomo quando è solo
Dov’è adesso quello sguardo
dov’è adesso la tua casa
dove c’è per me la chiave
per capire cos’è stato.
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