Vento d’Africa bianco
orizzonte appannato
piccole formiche di mare lontano
e rocce d’onde e cani.
Suoni d’uccelli strani
alle spalle
e sabbia e bianche vesti.
Opalescente l'ora
pigra dietro il muretto
e caffè e sigarette e caffè ancora.
Nostalgia già di adesso
come un aroma fine sottovento.
Assurde masserizie accatastate
lisciate ripiegate
stipate a forza
raccolte ricevute...
Cose comprate
nei mercati di polvere e di mosche
di mani ammiccanti
e voci e occhi e capre,
Cose pagate al prezzo del disincanto
e della frustrazione di impotenza
con l’animo sospeso
sull’odore di pesce ad essiccare.
Miei sacri oggetti di mistificazione
domani e poi
quando distanza e tempo
evaporeranno noia e scontento
distilleranno ancora l’illusione.
giovedì 9 giugno 2011
mercoledì 25 maggio 2011
IL CIRCO
Io e le mie sorelle ci sentivamo delle stelle anzi delle STAR. Giocavamo al “Musichiere”, facendo le concorrenti, le cantanti o Mario Riva, ci preparavamo alla danza classica, trascinate dall’ambizione di Jole che ci faceva stare ore e ore attaccate alla sbarra, cioè alla testiera del letto dalla parte dei piedi. Ci ammaestrava con improbabili esercizi di "danza classica" da lei inventati e io e Serena la seguivamo docili, riconoscendole una indiscussa autorità. Mica bau bau micio micio: lei aveva tanto di tenuta da ballo con gonnellina di pizzo nero a ruota (non era un tutù ma dava l’idea) e scarpette bianche di raso con i legacci incrociati che si era cucita da sola.
Non solo danza e musica, io passavo ore davanti allo specchio a improvvisare arringhe alla Perry Mason, denotando già allora quella vena istrionica che mi avrebbe portato un giorno a calcare le scene dei più grandi … hem …teatrini.
Il vero mito però era il circo: ginnastica acrobatica spettacolare!
Di quando in quando in paese arrivava il Circo Gulino, una compagnia di “sgarrupati” di quindicesima categoria provenienti dalla Sicilia, e a Bova era un avvenimento. Quando se ne andavano, per più di un mese in paese circolavano ancora le battute dei pagliacci:
“Le signorine di Bova /si metton le gonne corte /per far vedere a tutti /le loro gambe storte…”
A volte diventavano modi di dire tipo: “E piangi bimbo? Dovevi piangere prima!” molto alla moda tra noi ragazzini.
Tra un numero e l’altro, le trapeziste cantavano le canzoni in voga: “Nessuno” e “Tintarella di luna” di Mina, “Romantica” di Renato Rascel… C’erano due bambine piccole col costumino pieno di paillettes che facevano le capriole (come le invidiavo!); un ragazzino dodicenne con l’occhio da malandrino di cui mi innamorai seduta stante, che camminava sulla fune e cantava “Ciao ciao bambina” (Oh, mi pareva proprio che guardasse dalla mia parte!)
Tra noi bambine una delle sfide più qualificanti era quella del “trapezio”. A mare, tra le capanne di frasche fatte per l’estate, ce n’era una con un paletto che sporgeva in orizzontale a circa un metro da terra e noi, agganciandoci con le gambe piegate e buttandoci all’indietro a testa in giù, ci dondolavamo ricreando il circo in una gara di coraggio e resistenza. A turno ci esibivamo e quando toccò a me volli superare tutti cercando di sostenermi con le sole punte dei piedi… Funzionò! …Ma solo per un attimo, Poi persi la presa e mi piantai di testa sulla sabbia. Devo essermi accorciata di cinque centimetri. Mi ricordo la delusione e lo smacco.
Il dolore passava in fretta senza lacrime e soprattutto senza dirlo a mia mamma che se mai ci avrebbe aggiunto qualcosina di suo. Quindi acqua in bocca e aspettare che passi. Come quella volta che con mia sorella Serena ci dondolavamo, sempre noi del circo, appese al fil di ferro che serviva per stendere i panni, a casa di cugina Cata. Con quel dondolio il palo che sosteneva il filo ed era semplicemente appoggiato a terra, perse la presa e noi rovinammo giù battendo di nuovo la testa. Rimasi stordita per tre giorni ma non fiatai. Avrei potuto ispirare Gorkij, lo scrittore sovietico autore di “Come fu temprato l’acciaio”, un libro che lessi qualche anno dopo, quando mi buttai in politica.
Non solo danza e musica, io passavo ore davanti allo specchio a improvvisare arringhe alla Perry Mason, denotando già allora quella vena istrionica che mi avrebbe portato un giorno a calcare le scene dei più grandi … hem …teatrini.
Il vero mito però era il circo: ginnastica acrobatica spettacolare!
Di quando in quando in paese arrivava il Circo Gulino, una compagnia di “sgarrupati” di quindicesima categoria provenienti dalla Sicilia, e a Bova era un avvenimento. Quando se ne andavano, per più di un mese in paese circolavano ancora le battute dei pagliacci:
“Le signorine di Bova /si metton le gonne corte /per far vedere a tutti /le loro gambe storte…”
A volte diventavano modi di dire tipo: “E piangi bimbo? Dovevi piangere prima!” molto alla moda tra noi ragazzini.
Tra un numero e l’altro, le trapeziste cantavano le canzoni in voga: “Nessuno” e “Tintarella di luna” di Mina, “Romantica” di Renato Rascel… C’erano due bambine piccole col costumino pieno di paillettes che facevano le capriole (come le invidiavo!); un ragazzino dodicenne con l’occhio da malandrino di cui mi innamorai seduta stante, che camminava sulla fune e cantava “Ciao ciao bambina” (Oh, mi pareva proprio che guardasse dalla mia parte!)
Tra noi bambine una delle sfide più qualificanti era quella del “trapezio”. A mare, tra le capanne di frasche fatte per l’estate, ce n’era una con un paletto che sporgeva in orizzontale a circa un metro da terra e noi, agganciandoci con le gambe piegate e buttandoci all’indietro a testa in giù, ci dondolavamo ricreando il circo in una gara di coraggio e resistenza. A turno ci esibivamo e quando toccò a me volli superare tutti cercando di sostenermi con le sole punte dei piedi… Funzionò! …Ma solo per un attimo, Poi persi la presa e mi piantai di testa sulla sabbia. Devo essermi accorciata di cinque centimetri. Mi ricordo la delusione e lo smacco.
Il dolore passava in fretta senza lacrime e soprattutto senza dirlo a mia mamma che se mai ci avrebbe aggiunto qualcosina di suo. Quindi acqua in bocca e aspettare che passi. Come quella volta che con mia sorella Serena ci dondolavamo, sempre noi del circo, appese al fil di ferro che serviva per stendere i panni, a casa di cugina Cata. Con quel dondolio il palo che sosteneva il filo ed era semplicemente appoggiato a terra, perse la presa e noi rovinammo giù battendo di nuovo la testa. Rimasi stordita per tre giorni ma non fiatai. Avrei potuto ispirare Gorkij, lo scrittore sovietico autore di “Come fu temprato l’acciaio”, un libro che lessi qualche anno dopo, quando mi buttai in politica.
mercoledì 4 maggio 2011
Il mio primo maggio
Quest'anno ero a Bova per Pasqua ed ho prolungato la vacanza fino a ieri. Un'ordinaria vacanza fuori stagione, un'occasione per ritrovarci tra sorelle. L'idea di partenza quella di respirare gli aromi e i profumi della giovinezza: gelsomino, zagara, bergamotto, sole, passeggiate in spiaggia o tra i colori delle campagne in fiore e magari un temerario bagno di mare.
In realtà la vacanza scorreva fiacca (saltata la pasquetta in scampagnata, saltato il bagno marino per il brutto tempo): qualche partita a carte, qualche passeggiata in via Marina tra una pioggia e l'altra, cibo, troppe calorie accompagnate da sensi di colpa.
Come ogni volta le aspettative erano non completamente disattese ma in qualche modo ridimensionate.
Domenica finalmente il tempo era discreto perciò, nel primo pomeriggio, dopo l'ennesima abbuffata, io e le mie sorelle (Iole Serena e Franca) abbiamo deciso di fare una passeggiata (in macchina!) e di andare verso il cimitero: un posto per emozioni forti ed in più con un panorama mozzafiato.
Attraversiamo il ponte, poi Tripepi, poi giriamo a destra per la strada vecchia che va a Bova Supra.
Alla prima curva ci troviamo davanti, in mezzo alla strada in ordine sparso, i suonatori della banda musicale che si ricomponevano: chi si allacciava le scarpe, chi provava il proprio strumento, chi si raddrizzava lo spartito.
Oltre a loro cinque o sei persone, qualcuno lo conosciamo, ci sporgiamo a salutare.
Partono le note del primo pezzo: Bella ciao. A quel punto io e le mie sorelle decidiamo che il cimitero può attendere e concitatamente cerchiamo nella strada tutta curve un posto per girare. Abbandoniamo la vettura sotto un pilone della Superstrada e rincorriamo il piccolo corteo che intanto aveva svoltato per Tripepi.
Raggiuntolo trafelate, qualcuno ci dà un garofano rosso e ci ritroviamo, quattro donne ultra cinquantine (come direbbe Camilleri) a cantare a squarciagola Bandiera rossa, Bella ciao, l'Internazionale.
Poi siccome il repertorio della banda era più o meno esaurito, abbiamo intonato a cappella Hasta siempre! con gran successo e con i complimenti del Maestro che ci ha chiesto di fargliene avere lo spartito.
Il corteo, a mano a mano che giunto al paese si addentrava per via Borgo, cresceva sempre più: una piccola sosta davanti casa di un vecchio compagno scomparso da poco, uno dei fautori della tradizione della banda; poi passaggio dalla vecchia sede della Camera del lavoro e nuova gente che si univa, anche tanti ragazzi e ragazze. Ad ogni fermata un bicchiere di vino, poi più avanti sarebbero state offerte anche le "zippole",
Il sole si era riattivato, le strade erano in salita, il caldo si faceva sentire, il vino pure, la banda era stonata, l'allegria presente.
Eravamo vicini a casa mia perciò corsi a prendere la telecamera...
Non so quanto le immagini riescano a raccontare di quell'emozionante pomeriggio, so che per me è stato quel tuffo nel passato, nel mondo bambino degli ideali, della gioia e della speranza che mi auguro sempre e ogni volta che torno a Bova...
In realtà la vacanza scorreva fiacca (saltata la pasquetta in scampagnata, saltato il bagno marino per il brutto tempo): qualche partita a carte, qualche passeggiata in via Marina tra una pioggia e l'altra, cibo, troppe calorie accompagnate da sensi di colpa.
Come ogni volta le aspettative erano non completamente disattese ma in qualche modo ridimensionate.
Domenica finalmente il tempo era discreto perciò, nel primo pomeriggio, dopo l'ennesima abbuffata, io e le mie sorelle (Iole Serena e Franca) abbiamo deciso di fare una passeggiata (in macchina!) e di andare verso il cimitero: un posto per emozioni forti ed in più con un panorama mozzafiato.
Attraversiamo il ponte, poi Tripepi, poi giriamo a destra per la strada vecchia che va a Bova Supra.
Alla prima curva ci troviamo davanti, in mezzo alla strada in ordine sparso, i suonatori della banda musicale che si ricomponevano: chi si allacciava le scarpe, chi provava il proprio strumento, chi si raddrizzava lo spartito.
Oltre a loro cinque o sei persone, qualcuno lo conosciamo, ci sporgiamo a salutare.
Partono le note del primo pezzo: Bella ciao. A quel punto io e le mie sorelle decidiamo che il cimitero può attendere e concitatamente cerchiamo nella strada tutta curve un posto per girare. Abbandoniamo la vettura sotto un pilone della Superstrada e rincorriamo il piccolo corteo che intanto aveva svoltato per Tripepi.
Raggiuntolo trafelate, qualcuno ci dà un garofano rosso e ci ritroviamo, quattro donne ultra cinquantine (come direbbe Camilleri) a cantare a squarciagola Bandiera rossa, Bella ciao, l'Internazionale.
Poi siccome il repertorio della banda era più o meno esaurito, abbiamo intonato a cappella Hasta siempre! con gran successo e con i complimenti del Maestro che ci ha chiesto di fargliene avere lo spartito.
Il corteo, a mano a mano che giunto al paese si addentrava per via Borgo, cresceva sempre più: una piccola sosta davanti casa di un vecchio compagno scomparso da poco, uno dei fautori della tradizione della banda; poi passaggio dalla vecchia sede della Camera del lavoro e nuova gente che si univa, anche tanti ragazzi e ragazze. Ad ogni fermata un bicchiere di vino, poi più avanti sarebbero state offerte anche le "zippole",
Il sole si era riattivato, le strade erano in salita, il caldo si faceva sentire, il vino pure, la banda era stonata, l'allegria presente.
Eravamo vicini a casa mia perciò corsi a prendere la telecamera...
Non so quanto le immagini riescano a raccontare di quell'emozionante pomeriggio, so che per me è stato quel tuffo nel passato, nel mondo bambino degli ideali, della gioia e della speranza che mi auguro sempre e ogni volta che torno a Bova...
venerdì 22 aprile 2011
mercoledì 20 aprile 2011
ALEC
Quante storie sotto il panama
Con quel naso avanti ad esplorare
Quanti sogni dietro gli occhi impavidi
Stretti a fessura per non lasciarli scappare
Un sorriso che è quasi un riso o un pianto
E la barba di tre giorni
Con le spalle forti e grandi e curve
E un pensiero che ritorni
Proprio al punto da cui era partito
Per i suoi mari, nei suoi giorni strani
Ancora a caccia di donne e di eroi
Coi coltelli e con i cani
Serate d’estate
Serenate
Rumori di chitarra
Con l’amico disperato
Lattine di birra in fila sul muro
E il futuro
Che si mescola al passato
Il giaguaro è fermo immobile concentrato
Fissa un crocevia di punti fuori di sé
Nell’indolente pomeriggio calabro
Odoroso
Di fico lattiginoso.
venerdì 15 aprile 2011
Gelsominaie dal libro di Ninì Martelli " L'avventura di un uomo"
In quel periodo (primi anni '30, n.d.b.) fu dato inizio alla coltivazione del gelsomino per fare i profumi. Incaricato di tale impresa era il S. Cundari, nostro vicino di casa il quale, sapendo che mia madre aveva lavorato in tale coltura in Francia, dove eravamo stati emigrati per un paio di anni, le propose di fargli da assistente ed insegnare alle operaie i metodi di piantagione e potatura.
Iniziò così l’avventura dei gelsomini che poi si estese in parecchi comuni della provincia di Reggio, dando lavoro a migliaia di donne raccoglitrici.
Come il gelsomino cominciò a vendersi, venne impiantata la prima distilleria sperimentale, costruita in Francia.
Il gelsomino esiste dove c’è miseria e la manodopera costa pochissimo. Ricordo quelle povere donne scalze e malvestite che si portavano dietro i figlioletti. I più grandicelli raccoglievano come potevano i fiori per aiutare le madri, e i più piccini venivano avvolti in qualche vecchia coperta e coricati tra i filari.
Lavoro massacrante che aveva inizio al mattino alle quattro per finire verso le dieci. Molte ore poi bisognava attendere per la pesa, che veniva calcolata un po’ più bassa per via dell’umidità.
Come se non bastasse la fatica, il disagio veniva dalle malattie provocate da alcuni tipi di concime, in cui si annidavano parassiti che, attraverso i piedi scalzi, contaminavano le raccoglitrici. Nelle persone infettate si formava nello stomaco un ammasso di parassiti filamentosi e le vittime diventavano sempre più deboli ed esangui. Più di qualcuna morì.
In seguito fu trovato un rimedio e facevano ingoiare alle persone infettate delle capsule (contenenti etere?) che si aprivano nello stomaco e il farmaco uccideva i parassiti.
Il buono che mi ricordo è che dopo la raccolta dei fiori le donne rientrando a casa lasciavano una scia di profumo che nessun prodotto confezionato può pareggiare.
Iniziò così l’avventura dei gelsomini che poi si estese in parecchi comuni della provincia di Reggio, dando lavoro a migliaia di donne raccoglitrici.
Come il gelsomino cominciò a vendersi, venne impiantata la prima distilleria sperimentale, costruita in Francia.
Il gelsomino esiste dove c’è miseria e la manodopera costa pochissimo. Ricordo quelle povere donne scalze e malvestite che si portavano dietro i figlioletti. I più grandicelli raccoglievano come potevano i fiori per aiutare le madri, e i più piccini venivano avvolti in qualche vecchia coperta e coricati tra i filari.
Lavoro massacrante che aveva inizio al mattino alle quattro per finire verso le dieci. Molte ore poi bisognava attendere per la pesa, che veniva calcolata un po’ più bassa per via dell’umidità.
Come se non bastasse la fatica, il disagio veniva dalle malattie provocate da alcuni tipi di concime, in cui si annidavano parassiti che, attraverso i piedi scalzi, contaminavano le raccoglitrici. Nelle persone infettate si formava nello stomaco un ammasso di parassiti filamentosi e le vittime diventavano sempre più deboli ed esangui. Più di qualcuna morì.
In seguito fu trovato un rimedio e facevano ingoiare alle persone infettate delle capsule (contenenti etere?) che si aprivano nello stomaco e il farmaco uccideva i parassiti.
Il buono che mi ricordo è che dopo la raccolta dei fiori le donne rientrando a casa lasciavano una scia di profumo che nessun prodotto confezionato può pareggiare.
domenica 10 aprile 2011
Grazie Concita
IL NOSTRO POSTO
Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere il posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare, chiedere ...scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri per capirne meglio e più piano la lezione. Sono andata all’estero a studiare ancora, ho visto gli occhi sbigottiti di coloro a cui dicevo che se hai bisogno di ingessare una frattura, nei nostri ospedali, che tu sia il Rettore dell’Università o il bidello della Facoltà fa lo stesso, la cura è dovuta e l’assistenza identica per tutti. Sono stata una giovane donna che ha avuto accesso al lavoro in virtù di quel che aveva imparato a fare e di quel che poteva dare: mai, nemmeno per un istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana, nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno. Ho saputo senza ombra di dubbio che essere di destra o di sinistra sono cose profondamente diverse, radicalmente diverse: per troppe ragioni da elencare qui ma per una fondamentale, quella che la nostra Costituzione – una Costituzione
antifascista - spiega all’articolo 2, proprio all’inizio: l’esistenza (e il rispetto, e il valore, e l’amore) del prossimo. Il “dovere inderogabile di solidarietà” che non è concessione né compassione: è il fondamento della convivenza. Non erano mille anni fa, erano pochi. I miei genitori sapevano che il mio futuro sarebbe stato migliore del loro. Hanno investito su questo – investito in educazione e in conoscenza – ed è stato così. È stato facile, relativamente facile. È stato giusto. Per i nostri figli il futuro sarà peggiore del nostro. Lo è. Precario, più povero, opaco. Chi può li manda altrove, li finanzia per l’espatrio, insegna loro a “farsi furbi”. Chi non può soccombe. È un disastro collettivo, la più grande tragedia: stiamo perdendo la
fiducia, la voglia di combattere, la speranza. Qualcosa di terribile è accaduto negli ultimi vent’anni. Un modello culturale, etico, morale si è corrotto. La politica non è che lo specchio di un mutamento antropologico, i modelli oggi vincenti ne sono stati il volano: ci hanno mostrato che se violi la legge basta avere i soldi per pagare, se hai belle le gambe puoi sposare un miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella presidenza di ente pubblico, di un ministero. Mettiti in salvo tu da solo e per te: gli altri si arrangino, se ne vadano, tornino a casa loro, crepino. Ciò che si è insinuato nelle coscienze, nel profondo del Paese, nel comune sentire è un problema più profondo della rappresentanza politica che ha trovato. Quello che ora chiamiamo "berlusconismo” ne è stato il concime e ne è il frutto. Un uomo con un potere immenso che ha promosso e salvato se stesso dalle conseguenze che qualunque altro comune cittadino avrebbe patito nelle medesime condizioni - lo ha fatto col denaro, con le tv che piegano il consenso - e che ha intanto negli anni forgiato e avvilito il comune sentire all’accettazione di questa vergogna come fosse “normale”, anzi auspicabile: un modello vincente. È un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in quinta elementare, sperano di fare le veline così poi da grandi trovano un ricco che le sposi. È un tempo triste quello in cui chi è andato solo pochi mesi fa a votare alle primarie del Partito Democratico ha già rinunciato alla speranza, sepolta da incomprensibili diaspore e rancori privati di uomini pubblici. Non è irrimediabile, però. È venuto il momento di restituire ciò che ci è stato dato. Prima di tutto la mia generazione, che è stata l’ultima di un tempo che aveva un futuro e la prima di quello che non ne ha più. Torniamo a casa, torniamo a scuola, torniamo in battaglia: coltivare i pomodori dietro casa non è una buona idea, metterci la musica in cuffia è un esilio in patria. Lamentarsi che “tanto, ormai” è un inganno e un rifugio, una resa che pagheranno i bambini di dieci anni, regalargli per Natale la playstation non è l’alternativa a una speranza. “Istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza”, diceva l’uomo che ha fondato questo giornale. Leggete, pensate, imparate, capite e la vita sarà vostra. Nelle vostre mani il destino. Sarete voi la giustizia. Ricominciamo da qui. Prendiamo in mano il testimone dei padri e portiamolo, navigando nella complessità di questo tempo, nelle mani dei figli. Nulla avrà senso se non potremo dirci di averci provato. Questo solo posso fare, io stessa, mentre ricevo da chi è venuto prima di me il compito e la responsabilità di portare avanti un grande lavoro collettivo.
L'Unità - Concita de Gregorio
Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere il posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare, chiedere ...scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri per capirne meglio e più piano la lezione. Sono andata all’estero a studiare ancora, ho visto gli occhi sbigottiti di coloro a cui dicevo che se hai bisogno di ingessare una frattura, nei nostri ospedali, che tu sia il Rettore dell’Università o il bidello della Facoltà fa lo stesso, la cura è dovuta e l’assistenza identica per tutti. Sono stata una giovane donna che ha avuto accesso al lavoro in virtù di quel che aveva imparato a fare e di quel che poteva dare: mai, nemmeno per un istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana, nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno. Ho saputo senza ombra di dubbio che essere di destra o di sinistra sono cose profondamente diverse, radicalmente diverse: per troppe ragioni da elencare qui ma per una fondamentale, quella che la nostra Costituzione – una Costituzione
antifascista - spiega all’articolo 2, proprio all’inizio: l’esistenza (e il rispetto, e il valore, e l’amore) del prossimo. Il “dovere inderogabile di solidarietà” che non è concessione né compassione: è il fondamento della convivenza. Non erano mille anni fa, erano pochi. I miei genitori sapevano che il mio futuro sarebbe stato migliore del loro. Hanno investito su questo – investito in educazione e in conoscenza – ed è stato così. È stato facile, relativamente facile. È stato giusto. Per i nostri figli il futuro sarà peggiore del nostro. Lo è. Precario, più povero, opaco. Chi può li manda altrove, li finanzia per l’espatrio, insegna loro a “farsi furbi”. Chi non può soccombe. È un disastro collettivo, la più grande tragedia: stiamo perdendo la
fiducia, la voglia di combattere, la speranza. Qualcosa di terribile è accaduto negli ultimi vent’anni. Un modello culturale, etico, morale si è corrotto. La politica non è che lo specchio di un mutamento antropologico, i modelli oggi vincenti ne sono stati il volano: ci hanno mostrato che se violi la legge basta avere i soldi per pagare, se hai belle le gambe puoi sposare un miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella presidenza di ente pubblico, di un ministero. Mettiti in salvo tu da solo e per te: gli altri si arrangino, se ne vadano, tornino a casa loro, crepino. Ciò che si è insinuato nelle coscienze, nel profondo del Paese, nel comune sentire è un problema più profondo della rappresentanza politica che ha trovato. Quello che ora chiamiamo "berlusconismo” ne è stato il concime e ne è il frutto. Un uomo con un potere immenso che ha promosso e salvato se stesso dalle conseguenze che qualunque altro comune cittadino avrebbe patito nelle medesime condizioni - lo ha fatto col denaro, con le tv che piegano il consenso - e che ha intanto negli anni forgiato e avvilito il comune sentire all’accettazione di questa vergogna come fosse “normale”, anzi auspicabile: un modello vincente. È un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in quinta elementare, sperano di fare le veline così poi da grandi trovano un ricco che le sposi. È un tempo triste quello in cui chi è andato solo pochi mesi fa a votare alle primarie del Partito Democratico ha già rinunciato alla speranza, sepolta da incomprensibili diaspore e rancori privati di uomini pubblici. Non è irrimediabile, però. È venuto il momento di restituire ciò che ci è stato dato. Prima di tutto la mia generazione, che è stata l’ultima di un tempo che aveva un futuro e la prima di quello che non ne ha più. Torniamo a casa, torniamo a scuola, torniamo in battaglia: coltivare i pomodori dietro casa non è una buona idea, metterci la musica in cuffia è un esilio in patria. Lamentarsi che “tanto, ormai” è un inganno e un rifugio, una resa che pagheranno i bambini di dieci anni, regalargli per Natale la playstation non è l’alternativa a una speranza. “Istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza”, diceva l’uomo che ha fondato questo giornale. Leggete, pensate, imparate, capite e la vita sarà vostra. Nelle vostre mani il destino. Sarete voi la giustizia. Ricominciamo da qui. Prendiamo in mano il testimone dei padri e portiamolo, navigando nella complessità di questo tempo, nelle mani dei figli. Nulla avrà senso se non potremo dirci di averci provato. Questo solo posso fare, io stessa, mentre ricevo da chi è venuto prima di me il compito e la responsabilità di portare avanti un grande lavoro collettivo.
L'Unità - Concita de Gregorio
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