Ebbene anche per quest'anno sono torntata...
A che cosa? Al tran tran non ancora perché riprenderò il lavoro solo tra qualche giorno: sono ancora in un luogo di mezzo tra il tuffo nel passato che la Calabria rappresenta e la mia vita a Spinea, in ufficio, tra gli impegni familiari e sociali.
Mi aggiro apatica per casa senza sapere bene che fare: mi devo ancora riprendere e trovare il ritmo.
Andrebbe un po' meglio se non fossi impedita dal mettere il naso fuori dalla porta dai nugoli di zanzare, pappataci e altre bestie mutanti che mi assolgono e mi riempiono di mozzichi, pizzichi e prurito. Quindi trascorro gran parte del tempo chiusa in casa a far parole crociate, massimo al conputer (qualche piccolo lavoretto domestico senza strafare)
E pensare che mentre ero via sentivo anche un po' di nostalgia...
domenica 28 agosto 2011
giovedì 14 luglio 2011
Buona estate a tutti
Un caro saluto a tuttigli amici di blog ed anche ai passanti occasionali.
Parto per la mia agognata vacanza al mare che spero mi ritempri nello spirito e nel corpo.
Conto molto sulle nuotate e le passeggiate di primo mattino per rinvigorire le mie stanche membra.
Vi seguirò saltuariamente da postazioni occasionali e in ogni caso vi porterò nei miei pensieri.
Belle cose per tutti voi e arrivederci
Nina
Parto per la mia agognata vacanza al mare che spero mi ritempri nello spirito e nel corpo.
Conto molto sulle nuotate e le passeggiate di primo mattino per rinvigorire le mie stanche membra.
Vi seguirò saltuariamente da postazioni occasionali e in ogni caso vi porterò nei miei pensieri.
Belle cose per tutti voi e arrivederci
Nina
domenica 10 luglio 2011
'U coriceddu
Quandu vidivanu a so fotografia
mmenz’e carti di Arconti
supra a to’ scrivania
tanti ti domandavanu
Ma comu
non era chiddu d’a gran tirannia?
E tu riduliavi e nci cuntavi:
'U coriceddu tremava comu fogghja
cori battenti d’omini ntanati…
A sira a rradju chi faciva scrusciu
cu buci rutta di luntanu parrava:
"I Tedeschi assediaru a Stalingradu!"
pariva chi cchiù nenti li fermava
Mala jenìa, ferocia senza fini
rrivata nfinu aundi u nosciu cori
battiva comu fussi primu amori.
U hjatu fermu e senza zirriari
a vita noscia comu potiva stari
ancora viva
e mi si chiama vita…?
Si dda paccìa vinciva
cchjù non si riparava la ferita.
Iddu i fermau e rihjatammu fora
e cumbattimmu e cumbattimu ancora...
E po’ riduliandu tu dicivi
chi nta vita du n’omu e nto so cori
nci su ricordi a littira di focu
E puru si t’accorgi dell’errori
e chi non era oru ciò chi luci
puru u penseru resta un pocu duci.
Quando vedevano la sua fotografia
tra le carte di Arconti sulla tua scrivania
tanti ti domandavano "Ma come?
non era quello della gran tirannia?"
non era quello della gran tirannia?"
e tu un po' ridevi e raccontavi:
Il nostro cuore tremava come foglia
cuor che batteva di uomini acquattati
di sera la radio tra tanti rumori
con voce rotta da lontano parlava
"I tedeschi hanno assediato Stalingrado"
pareva che più niente li fermava...
Mala genìa, ferocia senza fine
giunta fino dove il nostro cuore
batteva come fosse primo amore.
Trattenendo il fiato senza poter parlare
la nostra vita come poteva continuare
ad essere chiamata ancora vita?
Se quella follia vinceva
più non si riparava la ferita.
Lui li fermò e tornammo a respirare
e combattemmo e combattiamo ancora...
E infine sorridendo poi dicevi
che nella vita d'un uomo e nel suo cuore
ci son ricordi a lettera di fuoco
e pure se t'accorgi dell'errore
e che non sempre è oro ciò che luce
pure il pensiero resta un poco dolce.giovedì 9 giugno 2011
Tempesta di sabbia in Senegal
Vento d’Africa bianco
orizzonte appannato
piccole formiche di mare lontano
e rocce d’onde e cani.
Suoni d’uccelli strani
alle spalle
e sabbia e bianche vesti.
Opalescente l'ora
pigra dietro il muretto
e caffè e sigarette e caffè ancora.
Nostalgia già di adesso
come un aroma fine sottovento.
Assurde masserizie accatastate
lisciate ripiegate
stipate a forza
raccolte ricevute...
Cose comprate
nei mercati di polvere e di mosche
di mani ammiccanti
e voci e occhi e capre,
Cose pagate al prezzo del disincanto
e della frustrazione di impotenza
con l’animo sospeso
sull’odore di pesce ad essiccare.
Miei sacri oggetti di mistificazione
domani e poi
quando distanza e tempo
evaporeranno noia e scontento
distilleranno ancora l’illusione.
orizzonte appannato
piccole formiche di mare lontano
e rocce d’onde e cani.
Suoni d’uccelli strani
alle spalle
e sabbia e bianche vesti.
Opalescente l'ora
pigra dietro il muretto
e caffè e sigarette e caffè ancora.
Nostalgia già di adesso
come un aroma fine sottovento.
Assurde masserizie accatastate
lisciate ripiegate
stipate a forza
raccolte ricevute...
Cose comprate
nei mercati di polvere e di mosche
di mani ammiccanti
e voci e occhi e capre,
Cose pagate al prezzo del disincanto
e della frustrazione di impotenza
con l’animo sospeso
sull’odore di pesce ad essiccare.
Miei sacri oggetti di mistificazione
domani e poi
quando distanza e tempo
evaporeranno noia e scontento
distilleranno ancora l’illusione.
mercoledì 25 maggio 2011
IL CIRCO
Io e le mie sorelle ci sentivamo delle stelle anzi delle STAR. Giocavamo al “Musichiere”, facendo le concorrenti, le cantanti o Mario Riva, ci preparavamo alla danza classica, trascinate dall’ambizione di Jole che ci faceva stare ore e ore attaccate alla sbarra, cioè alla testiera del letto dalla parte dei piedi. Ci ammaestrava con improbabili esercizi di "danza classica" da lei inventati e io e Serena la seguivamo docili, riconoscendole una indiscussa autorità. Mica bau bau micio micio: lei aveva tanto di tenuta da ballo con gonnellina di pizzo nero a ruota (non era un tutù ma dava l’idea) e scarpette bianche di raso con i legacci incrociati che si era cucita da sola.
Non solo danza e musica, io passavo ore davanti allo specchio a improvvisare arringhe alla Perry Mason, denotando già allora quella vena istrionica che mi avrebbe portato un giorno a calcare le scene dei più grandi … hem …teatrini.
Il vero mito però era il circo: ginnastica acrobatica spettacolare!
Di quando in quando in paese arrivava il Circo Gulino, una compagnia di “sgarrupati” di quindicesima categoria provenienti dalla Sicilia, e a Bova era un avvenimento. Quando se ne andavano, per più di un mese in paese circolavano ancora le battute dei pagliacci:
“Le signorine di Bova /si metton le gonne corte /per far vedere a tutti /le loro gambe storte…”
A volte diventavano modi di dire tipo: “E piangi bimbo? Dovevi piangere prima!” molto alla moda tra noi ragazzini.
Tra un numero e l’altro, le trapeziste cantavano le canzoni in voga: “Nessuno” e “Tintarella di luna” di Mina, “Romantica” di Renato Rascel… C’erano due bambine piccole col costumino pieno di paillettes che facevano le capriole (come le invidiavo!); un ragazzino dodicenne con l’occhio da malandrino di cui mi innamorai seduta stante, che camminava sulla fune e cantava “Ciao ciao bambina” (Oh, mi pareva proprio che guardasse dalla mia parte!)
Tra noi bambine una delle sfide più qualificanti era quella del “trapezio”. A mare, tra le capanne di frasche fatte per l’estate, ce n’era una con un paletto che sporgeva in orizzontale a circa un metro da terra e noi, agganciandoci con le gambe piegate e buttandoci all’indietro a testa in giù, ci dondolavamo ricreando il circo in una gara di coraggio e resistenza. A turno ci esibivamo e quando toccò a me volli superare tutti cercando di sostenermi con le sole punte dei piedi… Funzionò! …Ma solo per un attimo, Poi persi la presa e mi piantai di testa sulla sabbia. Devo essermi accorciata di cinque centimetri. Mi ricordo la delusione e lo smacco.
Il dolore passava in fretta senza lacrime e soprattutto senza dirlo a mia mamma che se mai ci avrebbe aggiunto qualcosina di suo. Quindi acqua in bocca e aspettare che passi. Come quella volta che con mia sorella Serena ci dondolavamo, sempre noi del circo, appese al fil di ferro che serviva per stendere i panni, a casa di cugina Cata. Con quel dondolio il palo che sosteneva il filo ed era semplicemente appoggiato a terra, perse la presa e noi rovinammo giù battendo di nuovo la testa. Rimasi stordita per tre giorni ma non fiatai. Avrei potuto ispirare Gorkij, lo scrittore sovietico autore di “Come fu temprato l’acciaio”, un libro che lessi qualche anno dopo, quando mi buttai in politica.
Non solo danza e musica, io passavo ore davanti allo specchio a improvvisare arringhe alla Perry Mason, denotando già allora quella vena istrionica che mi avrebbe portato un giorno a calcare le scene dei più grandi … hem …teatrini.
Il vero mito però era il circo: ginnastica acrobatica spettacolare!
Di quando in quando in paese arrivava il Circo Gulino, una compagnia di “sgarrupati” di quindicesima categoria provenienti dalla Sicilia, e a Bova era un avvenimento. Quando se ne andavano, per più di un mese in paese circolavano ancora le battute dei pagliacci:
“Le signorine di Bova /si metton le gonne corte /per far vedere a tutti /le loro gambe storte…”
A volte diventavano modi di dire tipo: “E piangi bimbo? Dovevi piangere prima!” molto alla moda tra noi ragazzini.
Tra un numero e l’altro, le trapeziste cantavano le canzoni in voga: “Nessuno” e “Tintarella di luna” di Mina, “Romantica” di Renato Rascel… C’erano due bambine piccole col costumino pieno di paillettes che facevano le capriole (come le invidiavo!); un ragazzino dodicenne con l’occhio da malandrino di cui mi innamorai seduta stante, che camminava sulla fune e cantava “Ciao ciao bambina” (Oh, mi pareva proprio che guardasse dalla mia parte!)
Tra noi bambine una delle sfide più qualificanti era quella del “trapezio”. A mare, tra le capanne di frasche fatte per l’estate, ce n’era una con un paletto che sporgeva in orizzontale a circa un metro da terra e noi, agganciandoci con le gambe piegate e buttandoci all’indietro a testa in giù, ci dondolavamo ricreando il circo in una gara di coraggio e resistenza. A turno ci esibivamo e quando toccò a me volli superare tutti cercando di sostenermi con le sole punte dei piedi… Funzionò! …Ma solo per un attimo, Poi persi la presa e mi piantai di testa sulla sabbia. Devo essermi accorciata di cinque centimetri. Mi ricordo la delusione e lo smacco.
Il dolore passava in fretta senza lacrime e soprattutto senza dirlo a mia mamma che se mai ci avrebbe aggiunto qualcosina di suo. Quindi acqua in bocca e aspettare che passi. Come quella volta che con mia sorella Serena ci dondolavamo, sempre noi del circo, appese al fil di ferro che serviva per stendere i panni, a casa di cugina Cata. Con quel dondolio il palo che sosteneva il filo ed era semplicemente appoggiato a terra, perse la presa e noi rovinammo giù battendo di nuovo la testa. Rimasi stordita per tre giorni ma non fiatai. Avrei potuto ispirare Gorkij, lo scrittore sovietico autore di “Come fu temprato l’acciaio”, un libro che lessi qualche anno dopo, quando mi buttai in politica.
mercoledì 4 maggio 2011
Il mio primo maggio
Quest'anno ero a Bova per Pasqua ed ho prolungato la vacanza fino a ieri. Un'ordinaria vacanza fuori stagione, un'occasione per ritrovarci tra sorelle. L'idea di partenza quella di respirare gli aromi e i profumi della giovinezza: gelsomino, zagara, bergamotto, sole, passeggiate in spiaggia o tra i colori delle campagne in fiore e magari un temerario bagno di mare.
In realtà la vacanza scorreva fiacca (saltata la pasquetta in scampagnata, saltato il bagno marino per il brutto tempo): qualche partita a carte, qualche passeggiata in via Marina tra una pioggia e l'altra, cibo, troppe calorie accompagnate da sensi di colpa.
Come ogni volta le aspettative erano non completamente disattese ma in qualche modo ridimensionate.
Domenica finalmente il tempo era discreto perciò, nel primo pomeriggio, dopo l'ennesima abbuffata, io e le mie sorelle (Iole Serena e Franca) abbiamo deciso di fare una passeggiata (in macchina!) e di andare verso il cimitero: un posto per emozioni forti ed in più con un panorama mozzafiato.
Attraversiamo il ponte, poi Tripepi, poi giriamo a destra per la strada vecchia che va a Bova Supra.
Alla prima curva ci troviamo davanti, in mezzo alla strada in ordine sparso, i suonatori della banda musicale che si ricomponevano: chi si allacciava le scarpe, chi provava il proprio strumento, chi si raddrizzava lo spartito.
Oltre a loro cinque o sei persone, qualcuno lo conosciamo, ci sporgiamo a salutare.
Partono le note del primo pezzo: Bella ciao. A quel punto io e le mie sorelle decidiamo che il cimitero può attendere e concitatamente cerchiamo nella strada tutta curve un posto per girare. Abbandoniamo la vettura sotto un pilone della Superstrada e rincorriamo il piccolo corteo che intanto aveva svoltato per Tripepi.
Raggiuntolo trafelate, qualcuno ci dà un garofano rosso e ci ritroviamo, quattro donne ultra cinquantine (come direbbe Camilleri) a cantare a squarciagola Bandiera rossa, Bella ciao, l'Internazionale.
Poi siccome il repertorio della banda era più o meno esaurito, abbiamo intonato a cappella Hasta siempre! con gran successo e con i complimenti del Maestro che ci ha chiesto di fargliene avere lo spartito.
Il corteo, a mano a mano che giunto al paese si addentrava per via Borgo, cresceva sempre più: una piccola sosta davanti casa di un vecchio compagno scomparso da poco, uno dei fautori della tradizione della banda; poi passaggio dalla vecchia sede della Camera del lavoro e nuova gente che si univa, anche tanti ragazzi e ragazze. Ad ogni fermata un bicchiere di vino, poi più avanti sarebbero state offerte anche le "zippole",
Il sole si era riattivato, le strade erano in salita, il caldo si faceva sentire, il vino pure, la banda era stonata, l'allegria presente.
Eravamo vicini a casa mia perciò corsi a prendere la telecamera...
Non so quanto le immagini riescano a raccontare di quell'emozionante pomeriggio, so che per me è stato quel tuffo nel passato, nel mondo bambino degli ideali, della gioia e della speranza che mi auguro sempre e ogni volta che torno a Bova...
In realtà la vacanza scorreva fiacca (saltata la pasquetta in scampagnata, saltato il bagno marino per il brutto tempo): qualche partita a carte, qualche passeggiata in via Marina tra una pioggia e l'altra, cibo, troppe calorie accompagnate da sensi di colpa.
Come ogni volta le aspettative erano non completamente disattese ma in qualche modo ridimensionate.
Domenica finalmente il tempo era discreto perciò, nel primo pomeriggio, dopo l'ennesima abbuffata, io e le mie sorelle (Iole Serena e Franca) abbiamo deciso di fare una passeggiata (in macchina!) e di andare verso il cimitero: un posto per emozioni forti ed in più con un panorama mozzafiato.
Attraversiamo il ponte, poi Tripepi, poi giriamo a destra per la strada vecchia che va a Bova Supra.
Alla prima curva ci troviamo davanti, in mezzo alla strada in ordine sparso, i suonatori della banda musicale che si ricomponevano: chi si allacciava le scarpe, chi provava il proprio strumento, chi si raddrizzava lo spartito.
Oltre a loro cinque o sei persone, qualcuno lo conosciamo, ci sporgiamo a salutare.
Partono le note del primo pezzo: Bella ciao. A quel punto io e le mie sorelle decidiamo che il cimitero può attendere e concitatamente cerchiamo nella strada tutta curve un posto per girare. Abbandoniamo la vettura sotto un pilone della Superstrada e rincorriamo il piccolo corteo che intanto aveva svoltato per Tripepi.
Raggiuntolo trafelate, qualcuno ci dà un garofano rosso e ci ritroviamo, quattro donne ultra cinquantine (come direbbe Camilleri) a cantare a squarciagola Bandiera rossa, Bella ciao, l'Internazionale.
Poi siccome il repertorio della banda era più o meno esaurito, abbiamo intonato a cappella Hasta siempre! con gran successo e con i complimenti del Maestro che ci ha chiesto di fargliene avere lo spartito.
Il corteo, a mano a mano che giunto al paese si addentrava per via Borgo, cresceva sempre più: una piccola sosta davanti casa di un vecchio compagno scomparso da poco, uno dei fautori della tradizione della banda; poi passaggio dalla vecchia sede della Camera del lavoro e nuova gente che si univa, anche tanti ragazzi e ragazze. Ad ogni fermata un bicchiere di vino, poi più avanti sarebbero state offerte anche le "zippole",
Il sole si era riattivato, le strade erano in salita, il caldo si faceva sentire, il vino pure, la banda era stonata, l'allegria presente.
Eravamo vicini a casa mia perciò corsi a prendere la telecamera...
Non so quanto le immagini riescano a raccontare di quell'emozionante pomeriggio, so che per me è stato quel tuffo nel passato, nel mondo bambino degli ideali, della gioia e della speranza che mi auguro sempre e ogni volta che torno a Bova...
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