Il piccolo triangolo di pelle nera che ricopriva il sellino della mia bicicletta era un posto che ci si stava veramente bene.
Abitavo ancora a Marghera e, grazie alla nuova pista ciclabile, potevo finalmente andare al lavoro in bici, facendola finita con la calca maleodorante degli autobus.
Partendo dalla CITA, il famigerato quartiere dormitorio, mi buttavo nel sottopassaggio della stazione e sbucavo a Mestre: via Dante, via Querini, piazzale Donatori di Sangue, via Rosa in contro mano e infine Calle Due Portoni, secondo piano. In venti minuti ero già lì che timbravo il cartellino.
Ogni mattina, dopo aver superato il trauma della sveglia, aver fatto colazione, essermi lavata e sommariamente vestiva (cercando qualcosa da mettermi al buio, a tentoni, per non disturbare il Grande Russatore) inforcavo gli occhiali da sole, infilavo i guanti se era inverno, le cuffiette per ascoltare la musica e via! A pedalare verso l’ufficio.
La strada era sempre la stessa ma l’atmosfera ogni giorno diversa, a seconda della cassetta che avevo scelto: l’allegria scatenata dei ritmi brasiliani, il fascino esistenziale di Giuliette Greco, il pathos dei bassifondi e la erre rotolante di Edith Piaf che cantava “Milord”.
Arrivata al sottopasso dovevo stare attenta, perché iniziava in curva e ci si poteva scontrare con chi pedalava in senso inverso.
Nell’ultimo tratto di salita, o appena fuori dal tunnel, quasi sempre incontravo l’Uomo Che Correva: in maniche di camicia sia d’estate che d’inverno, una pesante cartella di cuoio in mano e un giubbetto al braccio, galoppava trafelato cercando di prendere il treno (credo).
Ogni volta mi dicevo che prima o poi l’avrei fermato per dirgli che era un personaggio da film, e che gli avrei fatto firmare un contratto…
Poi mi godevo la vista di tutti i giardinetti che circondavano le case dei ferrovieri, che scandivano con i loro colori il passare delle stagioni. Sognavo di avere anch’io una casa con un po' di verde, me ne sarebbe bastato un pezzetto, tanto da piantarci le rosa e il gelsomino.
Annusavo l’odore del pane fresco che usciva dalla bottega del fornaio, coglievo qualche scorcio di conversazione su cui poi andavo avanti a fantasticare.
Da quell’osservatorio mobile guardavo tutti con benevola superiorità, mi sentivo la padrona del mondo e mi godevo la libertà fugace di quel non luogo tra casa e lavoro in cui non c’era nessuno che si aspettasse qualcosa da me.
martedì 13 marzo 2012
giovedì 16 febbraio 2012
E lontano lontan... Francia
Per fortuna nella mia famiglia c’erano un sacco di zii, fratelli e cugini emigrati, chi stava a Milano, chi a Domodossola, Svizzera o Francia, così ogni tanto anche noi andavamo in vacanza.
Nell’estate dei quattordici anni toccò a me: sarei andata due mesi in Francia, da mia sorella che abitava ad Annonay (un paesino non tanto grande in Ardèche, che alle mie orecchie suonava come il Centro del Mondo Avanzato e che, avevo saputo, aveva perfino dato i natali ai fratelli Mongolfier). Prima tappa Milano, accompagnata fin lì da mia sorella Teresa che rientrava al lavoro dopo le ferie e da lì avrei proseguito con una mia cugina che viveva in città da molti anni e che appunto andava anche lei à l’étranger.
Partenza alle nove di mattina dalla stazione Garibaldi. Prima di salire sul treno vado all’edicola con l’idea di prendermi il solito Topolino. Una volta lì, però, cambio idea e compro Amica, tornando indietro col giornale sotto il braccio, fintamente disinvolta ma in realtà tutta emozionata per aver compiuto una scelta da “grande”.
Il treno era affollato e noi abbiamo trovato posto in uno scompartimento già quasi tutto pieno. C’era una famiglia di meridionali che andavano in Francia anche loro. L’uomo comincia subito a parlarci chiedendo di-dove-siamo-dove andiamo-cosa facciamo-e-perché. Mia cugina risponde, io tiro fuori il giornale e lo sfoglio avanti e indietro, senza in realtà leggere niente.
Dopo un po’ quelli si mettono a mangiare, tirano fuori un pane intero e una mezza mortadella che il capo famiglia tagliava e distribuiva “Favorite, favorite…”
A me la mortadella piace tantissimo, soprattutto quella tagliata grossa, (tanto che, quando ero piccola e pensavo che “guerra” volesse dire che ognuno può fare quello che vuole, mi immaginavo che, se veniva la guerra, potevo entrare nella bottega di Donna Ursulina, aprire la vetrinetta e agguantare la mortadellona che c’era dentro andandomene in giro a mangiarla a grandi morsi, tanto nessuno avrebbe potuto dirmi niente) ma quella volta in treno non ne volli accettare a nessun costo.
Uscii fuori nel corridoio e mi misi a guardare il paesaggio, fantasticando su quei paesini che punteggiavano colli e vallate, con tetti spioventi così strani e con i camini che fumavano, proprio come quelli dei disegni che facevo alle elementari.
Un po’ curavo il paesaggio e un po’ il corridoio: in fondo al vagone c’era un gruppo di ragazzi che suonavano la chitarra e cantavano ballate scouts. Come mi attirava il mondo di quelle canzoni, mi immaginavo bivacchi e spazi immensi, cavalcate e l’avventura a portata di mano. Ogni due e due quattro lanciavo un’occhiata timida da quella parte, con la paura e il desiderio che si accorgessero di me, ma nessuno mi notò.
Peccato, ma forse meglio così: ero sicura che se qualcuno mi avesse rivolto la parola sarei morta sul colpo.
E in fondo anche così un po’ facevo parte, di quel mondo: ero anch’io su quel treno e stavo andando all’estero, in Francia precisamente, non ero sottoposta alla implacabile tutela di mia madre (che non mi avrebbe permesso neanche di uscire dallo scompartimento) ero bensì affidata a una mia cugina, che era moderna e già da tanti anni viveva al Nord. Senza contare che indossavo il vestitino “Courrege” che mi aveva cucito Jole: bianco e blu con tre file di bottoncini che facevano un effetto positivo/negativo (blu sul bianco e bianco sul blu) quasi psichedelico (boh! Era una parola che mi piaceva tanto e dove potevo ce la infilavo).
Insomma avevo tutte le carte in regola per quel viaggio che mi avrebbe emancipato definitivamente dall’infanzia (oltre che dallo stereotipo della calabrese arretrata da cui assolutamente volevo prendere le distanze: non per niente avevo rifiutato la mortadella) e me la godevo e mi davo anche un po’ di arie.
Nel frattempo arriviamo alla frontiere che si trova proprio sotto una galleria tra le stazioni di Bardonecchia (in Italia) e Modane (in Francia). Passano le guardie a controllare i documenti. Sento quella leggera inquietudine che mi prende ancora oggi ogni volta che ho a che fare con l’autorità costituita. Ma so di essere in regola, pulita, ben vestita, ho anche il giornale Amica e so anche un po' di francese… per non dire che proprio in quel momento mi ero accorta, specchiandomi nel vetro del finestrino, che se mi posizionavo in una certa maniera, di tre quarti, si notava anche un po’ di seno.
Comunque per sicurezza rientro mi siedo al mio posto, riprendendo in mano il giornale, mentre mia cugina consegna i documenti.
Che strano quanto ci mettono. Però che carino quello giovane che è rimasto fuori, devo mettermi più dritta e cercare di posizionarmi di tre quarti… Certo che se questo qui non si toglie davanti…
"Il documento della bambina non è in regola: manca l’autorizzazione dei genitori”.
E’ evidente che io tutto mi sentivo tranne che una bambina ma ebbi immediatamente consapevolezza che parlava di me.
Intanto mia cugina non si capacitava “Ma come, non è possibile, ma sono stati in Comune a fare i documenti, e hanno detto che è tutto a posto…”
“Lei è la madre? No? E dunque la bambina non può espatriare se sul foglio non c’è l’autorizzazione dei genitori. E qui non c’è”.
Interviene anche il nostro compagno di viaggio, cerca di mettersi in mezzo in qualità di uomo di mondo “Ma su, per questa volta…” naturalmente con zero risultati. Insomma, mentre di colpo precipitavo nel girone dei fuorilegge per di più retrocessa al rango di mocciosa (addio seno, addio Courrege, addio Amica) arriviamo alla stazione di Modane e ci dicono che dobbiamo scendere e presentarci al posto di polizia. Giù dal treno, con le nostre valige (discreta quella di mia cugina, miserabile la mia) accompagnate dai poliziotti e per giunta dal signore meridionale che ripete a voce alta “Non vi preoccupate, ci parlo io, vedrete che sistemiamo tutto”.
Così che chi non se ne fosse ancora accorto, poteva comodamente affacciarsi al finestrino per godersi lo spettacolo delle due deportate. Per fortuna i ragazzi con la chitarra pareva non se ne fossero accorti.
Al posto di polizia c’era un gendarme terribile: grasso e con una divisa stranissima che mi sovrastava tempestandomi di domande “Mamma e papà lo sanno che vai in Francia? Sono contenti? Questa signora è tua cugina? Sei sicura?...” io rispondevo con un filo di voce sì, sì, sì e mi rincuoravo pensando che, giacché me lo chiedeva, avrebbe preso per buone le mie risposte. Il vicino di treno ci riprova “Garantisco io, Signor maresciallo, sono mie paesà…” “Non sono maresciallo! E lei chi è? E un parente? No? E allora se ne vada! Salga immediatamente sul treno!”
Sarà stato per quest’intervento che lo aveva fatto arrabbiare, ma pareva si fosse dimenticato che gli avevo detto che sì, che i miei genitori erano d’accordo che andassi in Francia con mia cugina.
Cominciò a fare una sceneggiata che lui non poteva farci niente, che lì eravamo già sul suolo di De Gaulle, che anche lui era ospite dei francesi, che non si poteva prendere questa responsabilità… Non ricordo che altro e neanche cosa diceva mia cugina, che non avevo il coraggio di guardare in faccia. Ormai ero nello sconforto totale e intanto il nostro treno se ne partiva con i nostri due posti vuoti, con il meridionale e la sua famiglia con la mortadella e con tutti quei ragazzi che cantavano suonando la chitarra.
Con una navetta ci riaccompagnarono a Bardonecchia dalla polizia italiana. Da lì avrebbero mandato un telegramma ai carabinieri di Bova Marina che avrebbero appurato se ero stata rapita o se invece stavo andando in vacanza da mia sorella Chicca in Ardechè, ad Annonay, il paese dei fratelli Mongolfier.
Mia cugina stava dentro con i poliziotti e io aspettavo fuori. Cominciavo a sentire freddino anche se eravamo in agosto, ma mi consolavo al pensiero che almeno lì non c’era nessuno di quelli del treno. Per far passare il tempo mi guardavo intorno. Ero meravigliata che sulle montagne ci fosse la neve.
Ogni tanto dall’ufficio usciva un poliziotto, mi guardava ma non diceva niente. Ad un tratto venne fuori mentre si fermava un treno e si mise a parlare con il macchinista “E allora, quando si va in ferie?” Beato te! Io devo stare qua al freddo. Ancora dieci mesi e poi via, si torna a casa” dall’accento capii che era meridionale come me, doveva essere lì a fare il militare. Ogni volta che veniva fuori lo guardavo come se fosse uno di casa.
Finalmente uscì anche mia cugina “Vieni che ci accompagnano in albergo. Ormai per stasera dobbiamo restare qui” Prendiamo un tassì e in cinque minuti arriviamo in albergo. Io ero preoccupata perché avevo in tutto settemila e cinquecento lire che per me erano una gran cifra ma chissà un albergo quanto costava. Per fortuna mia cugina non mi chiese soldi.
La disavventura cominciò a prendere una piega non del tutto spiacevole: era la prima volta che andavo in albergo ed ero la prima in assoluto della mia famiglia: chissà Serena e Jole quando glie lo avrei raccontato!
Anche Rina pareva aver superato lo choc, ma ogni tanto la sentivo canticchiare tra i denti “Mannaia li calabrisi, mannaia li calabrisi…” In camera, messe giù le valigie, si rilassò del tutto e anch’io tirai un respiro di sollievo. C’era un lavandino con due rubinetti: uno per l’acqua fredda e uno per l’acqua calda. Così ci lavammo lì dentro i piedi che erano gelati, poi uscimmo a fare una passeggiata per il paese. C’erano tante vetrine e nessuno ci conosceva, potevamo sembrare due turiste vere. Faceva freddo, però.
Tornammo in albergo per ora di cena. Al banco c’era una signora bionda piuttosto robusta e con una magliettina celeste aderente che ascoltava una cliente e ripeteva continuamente “Oui madame, oui madame…” Che soddisfazione, capivo tutto ciò che diceva, mi sentivo davvero internazionale.
In sala da pranzo capitammo al tavolo con altre due signore che erano lì per le vacanze, vestite da montagna con pantaloni di velluto e giacche di una lana fitta fitta e con i bottoni argentati. Da come ho capito, venivano lì tutti gli anni. Ci salutarono gentilmente ma poi si misero a parlare tra di loro
“Lo sai che c’è Mario?
“Certo, io vengo sempre qui proprio perché c’è Mario
“Com’è gentile Mario!
" E' bravo Mario!
“È bravissimo Mario
“Vero, vero!
(Caspita 'sto Mario, già me lo immaginavo come un cavaliere a cavallo con tanto di mantello e spada luccicante).
In quello arriva Mario e riprendono i salamelecchi, e lui era gentilissimo con le signore e doveva essere proprio bravo, ma era proprio brutto, cosicché me ne fregai di non far parte di quel gotha.
Non mangiai quasi niente perché a quel tempo ero inappetente e mi saziavo subito. Poi ce ne andammo a dormire.
C’erano due letti con un piumone alto come una montagna e due stranissimi cuscini fatti a cilindro. Mi addormentai quasi subito di un sonno popolato di nazisti che mi davano la caccia, intrighi internazionali, spie e agenti segreti, avventure in elicottero… finché mi svegliai e decisi che ne avevo abbastanza e che doveva essere ormai mattino.
Tra i due lettini c’era un interruttore appeso ad un filo e io, convinta che fosse quello della luce premetti per guardare l’orologio. Ma la luce non si accese e così capii che dovevo averne combinata un’altra e che le forze dell’ordine sarebbero quanto prima arrivate ad arrestarmi. Non osavo svegliare mia cugina e stavo in attesa con il fiato sospeso nell’attesa dei fatidici passi.
Da lì a qualche minuto li sentii che si avvicinavano e che si fermavano proprio davanti alla porta. Poi si sentì bussare. Avrei voluto sparire dalla faccia della terra ma riuscii solo a ficcarmi ancora più sotto al piumino.
Mia cugina si alzò e andò alla porta. Sentivo parlare, voci di donne (una era Rina) e di uomini, per un tempo che mi sembrò eterno.
Poi Rina rientrò in stanza e mi disse. “Dai, vestiti che ce ne andiamo. Sono arrivati Ninì e Fiorenzo, ci stanno aspettando di sotto”.
In un nano secondo fui pronta e scendemmo giù, dove trovammo mio cognato e mio fratello che erano venuti a prenderci.
Non vedendoci arrivare a Grenoble, dove ci aspettavano con la macchina, avevano intuito l’accaduto e avevano proseguito viaggiando tutta la notte fino alla frontiera. Alla polizia, sembrerà strano, capirono subito che tutto combaciava e che non eravamo due fuggitive e prima ancora che arrivasse la risposta dei carabinieri di Bova, ci “liberarono”.
Così, per la seconda volta in meno di ventiquattro ore, attraversai la frontiera e finalmente fui accolta in Francia.
mercoledì 25 gennaio 2012
Micu
Queste scarpe non sono più buone neanche per la campagna, si sono tutte sfondate e si riempiono di terra e di sassi.
Il mese prossimo vado a Reggio e me ne compro un altro paio.
Quasi quasi mi vado a provare quelle che ho visto domenica nella vetrina di Lopresti, sul Corso. Sono all’ultima moda: gialle e tutte bucherellate davanti con la punta stretta.
Che sete! Non si resiste sotto questo sole!
Finisco questa fila e poi vado a farmi una bella bevuta.
E mi bagno anche la testa. Meglio stare attenti… io poi da bambino c'ho avuto il “chiodo di sole” e con quello non si scherza! Mi ricordo che quella volta i miei mi portarono a Pietra Pennata da una vecchia che lo sapeva togliere, e che quando quella mi appoggiò un bicchiere pieno d'acqua sulla fronte, pronunciando parole strane che io non capivo, l'acqua cominciò a bollire.
Micu lavorava e fischiettava, fischiettava e lavorava. Con calma. Era bravo a ridurre al minimo la fatica. Aveva studiato fin nei minimi particolari, prima di cominciare, il lavoro da fare. Così ora non sprecava neanche un gesto. Sapeva calibrare ogni mossa, aveva a portata di mano tutto ciò che gli occorreva e non doveva fare avanti e indietro a prender le cesoie o il fil di ferro o il coltello.
A un tratto avvertì una strana sensazione, che mise i suoi sensi in allerta. Percepì una presenza alle spalle, qualcuno lo stava osservando.
Invece di girarsi per controllare, si abbassò ancora di più, come per concentrarsi meglio sul lavoro. Si curvò tanto da poter sbirciare da sotto in su.
Scorse due agili caviglie che terminavano la loro corsa sprofondando in due scarpe piuttosto malandate. Poi, “risalendo” con lo sguardo (benché fosse tutto a rovescio) trovò il seguito.
Ciò che vide gli sembrò sufficientemente interessante da farlo raddrizzare e girarsi contemporaneamente con una mezza capriola.
Si trovò davanti una ragazza più o meno della sua età che lo fissava come se fosse un animale.
Gli parve magra “come una buona capra”, i capelli lisci legati in due piccole trecce, gli occhi scuri infossati e seri.
Con il suo spirito buffonesco le fece un ampio inchino da cavaliere, sorridendo come un gatto.
Le guance della ragazza, che sembravano due pesche, divennero viola quando arrivò Don Saverio che le tolse malamente di mano il fagotto che portava, mandandola via con un cenno. Doveva essere sua figlia.
Micu si rimise a lavorare fischiettando. Pensava alle scarpe gialle, a quelle sfondate della ragazza, a un bel vestito per sé color fumodilondra con una righina bianca, e la giacca con gli spacchetti laterali.
Pur mantenendo il suo solito ritmo, lavorava meccanicamente, inseguendo il filo dei suoi pensieri che a partire dalla scena di prima lo portavano via via a perdersi in mille fantasticherie. Si pavoneggiava tutto, nella sua testa, pensando alle “feste a ballo” a cui si sarebbe presentato, tutto “vestito di tubbu”, suscitando l’ammirazione delle donne e l’invidia dei maschi. Si inventava nuovi passi e gesti spiritosi che avrebbe potuto inserire nella “sua” tarantella, ballo di cui, modestamente, poteva ritenersi campione. ( La tarantella calabrese è particolare: ballano due alla volta mentre gli altri presenti si dispongono tutt’attorno formando una ruota. Il maestro di ballo guida la danza scegliendo tra gli astanti chi far entrare di volta in volta per sostituire il ballerino più stanco (o non abbastanza bravo). Ha gesti e passi di base codificati, ma i più bravi la “infiorettano” con mosse e trovate personali: finti affondi con il braccio teso come fosse un coltello, mimando una specie di duello, se a ballare sono due uomini, oppure inseguimenti e inviti come in un corteggiamento amoroso, se i ballerini sono uomo e donna.) Non vedeva l’ora di ritrovarsi in paese, ritornare ai suoi amici , ai suoi giri, alla prossima festa.…Certo però che in paese la giovane figlia di Don Saverio (chissà come si chiamava) non ci sarebbe stata! Peccato. Ma dopo tutto che importava? E non c’erano forse Rosa e Cata e Cettina che lo aspettavano? Altroché!
Ce n’erano tante che lo guardavano con occhi timidi e speranzosi, lui si lasciava ammirare ed era gentile con tutte, ma in definitiva non sceglieva nessuna.
… E se per fine mese si fosse fatto festa da quelle parti? Magari per festeggiare la fine dei lavori? Così, tanto per farsi una ballata!
Ben pensato! Sarebbe stata una bella opportunità per vedere meglio come era fatta la giovane di cui, prima, nel poco tempo a disposizione, non aveva notato che gli occhi.
Doveva trovare il modo di buttar lì l’idea con Don Saverio, sondare il terreno senza dargli a intendere chissà che, e capire se avrebbe consentito alle sue figlie di partecipare…
In fondo feste così se ne facevano spesso, e i giovanotti e le ragazze si svagavano innocentemente, impegnandosi in appassionanti gare di resistenza, senza alcuna malizia e sempre con il massimo rispetto.
Tornò a concentrarsi sulle viti: c’erano delle manovre impegnative da fare e da cui dipendeva il buon esito del lavoro, passaggi delicati che richiedevano la massima concentrazione. Andò avanti così tutto il pomeriggio, senza pensar più né alla festa né alle scarpe né alle ragazze; ma sempre canticchiando contento.
Bene, per oggi ho quasi finito. Anche questo piede di vite è a posto: ho tagliato via alla perfezione tutti i tralci vecchi e ho lasciato un solo “capo di frutto” e lo “sperone”, come mi ha insegnato quel mio amico astigiano che incontrai l’anno scorso alla festa della Madonna di Polsi. (Questa tecnica di potatura dalle nostre parti non la conosce quasi nessuno, anzi forse solo io e ‘Ntoni. È per questo che ci chiamano da tutte le parti e ci pagano bene, e ci trattano con ogni riguardo).
Quella volta, a Polsi, aveva anche comprato un binocolo con cui, quando era alla “marina”, si divertiva a esplorare l’orizzonte, cercando di individuare le navi che passavano lontane e immaginandosi dove potevano andare e cosa trasportavano, facendo finta di esserci anche lui sopra…
La sua immaginazione scatenata si riattivò e lo riportò dritto dritto all’idea di fare una festa a Marucumbu. Si convinse che doveva a tutti i costi riuscire a organizzarla.
Ne parlo con 'Ntoni, stasera, mentre ce ne andiamo a casa, e sento che mi dice. Tra me e lui, di sicuro, il modo lo troviamo.
Si alza e va a prendere la “bumbuledda” dell’acqua che è incastrata, al fresco, tra due rami. Se la appoggia alla spalla e la inclina, bevendo a gargarozzo da un buchetto laterale.
Ah che buona, proprio ci voleva! Per fortuna è ancora abbastanza fresca.
Si ferma, soddisfatto del lavoro e neanche tanto stanco. Aspetta 'Ntoni che sta per finire e intanto si siede, appoggiando la schiena al tronco nodoso di un ulivo e guardando lontano.
Come se fosse al cinematografo, proietta davanti a sé la scena del ballo che si farà, si immerge nell’atmosfera dei colori dei profumi e dei suoni della festa, ode le risa e il richiamo dei suonatori:
“Veniti e ballati / Chista è ‘a vera tarantella calabrisi/ d’omini degni e giuvanotti ‘i basi”! Attacca, Milea Leone!” (è la presentazione che ogni gruppo di suonatori fa del pezzo che si accinge ad eseguire, vantando la propria esecuzione come la più autentica della tradizione. Una formula di richiamo e di presentazione del miglior suonatore)
Ed eccolo lì, mentre l’organetto impazza, tutto tirato a nuovo e con le scarpe fiammeggianti, con dentro i piedi che si muovono da soli non appena sentono i primi accenni del suono, guardandosi intorno per vedere chi balla, aspettando il momento buono per fare vedere chi è, soprattutto a chi ancora non lo conosce…
Chissà se la figlia di Don Saverio sapeva ballare (con le sue trovate l’avrebbe fatta ridere di sicuro!)
Chissà com’era quando rideva…
Chissà come si vestiva alla festa…
Chissà se portava già le calze di seta
(magari quelle con la riga di dietro) come le più moderne giù al paese…
Chissà se era mai stata al cinematografo…
Chissà…
Chissà…
Chissà perché (eppure non gli era sembrata un granché quando l’aveva vista) ma gli era rimasta come una voglia irresistibile di vederla ancora, di guardarla meglio, di parlarle, di sentire la sua voce...
Il mese prossimo vado a Reggio e me ne compro un altro paio.
Quasi quasi mi vado a provare quelle che ho visto domenica nella vetrina di Lopresti, sul Corso. Sono all’ultima moda: gialle e tutte bucherellate davanti con la punta stretta.
Che sete! Non si resiste sotto questo sole!
Finisco questa fila e poi vado a farmi una bella bevuta.
E mi bagno anche la testa. Meglio stare attenti… io poi da bambino c'ho avuto il “chiodo di sole” e con quello non si scherza! Mi ricordo che quella volta i miei mi portarono a Pietra Pennata da una vecchia che lo sapeva togliere, e che quando quella mi appoggiò un bicchiere pieno d'acqua sulla fronte, pronunciando parole strane che io non capivo, l'acqua cominciò a bollire.
Micu lavorava e fischiettava, fischiettava e lavorava. Con calma. Era bravo a ridurre al minimo la fatica. Aveva studiato fin nei minimi particolari, prima di cominciare, il lavoro da fare. Così ora non sprecava neanche un gesto. Sapeva calibrare ogni mossa, aveva a portata di mano tutto ciò che gli occorreva e non doveva fare avanti e indietro a prender le cesoie o il fil di ferro o il coltello.
A un tratto avvertì una strana sensazione, che mise i suoi sensi in allerta. Percepì una presenza alle spalle, qualcuno lo stava osservando.
Invece di girarsi per controllare, si abbassò ancora di più, come per concentrarsi meglio sul lavoro. Si curvò tanto da poter sbirciare da sotto in su.
Scorse due agili caviglie che terminavano la loro corsa sprofondando in due scarpe piuttosto malandate. Poi, “risalendo” con lo sguardo (benché fosse tutto a rovescio) trovò il seguito.
Ciò che vide gli sembrò sufficientemente interessante da farlo raddrizzare e girarsi contemporaneamente con una mezza capriola.
Si trovò davanti una ragazza più o meno della sua età che lo fissava come se fosse un animale.
Gli parve magra “come una buona capra”, i capelli lisci legati in due piccole trecce, gli occhi scuri infossati e seri.
Con il suo spirito buffonesco le fece un ampio inchino da cavaliere, sorridendo come un gatto.
Le guance della ragazza, che sembravano due pesche, divennero viola quando arrivò Don Saverio che le tolse malamente di mano il fagotto che portava, mandandola via con un cenno. Doveva essere sua figlia.
Micu si rimise a lavorare fischiettando. Pensava alle scarpe gialle, a quelle sfondate della ragazza, a un bel vestito per sé color fumodilondra con una righina bianca, e la giacca con gli spacchetti laterali.
Pur mantenendo il suo solito ritmo, lavorava meccanicamente, inseguendo il filo dei suoi pensieri che a partire dalla scena di prima lo portavano via via a perdersi in mille fantasticherie. Si pavoneggiava tutto, nella sua testa, pensando alle “feste a ballo” a cui si sarebbe presentato, tutto “vestito di tubbu”, suscitando l’ammirazione delle donne e l’invidia dei maschi. Si inventava nuovi passi e gesti spiritosi che avrebbe potuto inserire nella “sua” tarantella, ballo di cui, modestamente, poteva ritenersi campione. ( La tarantella calabrese è particolare: ballano due alla volta mentre gli altri presenti si dispongono tutt’attorno formando una ruota. Il maestro di ballo guida la danza scegliendo tra gli astanti chi far entrare di volta in volta per sostituire il ballerino più stanco (o non abbastanza bravo). Ha gesti e passi di base codificati, ma i più bravi la “infiorettano” con mosse e trovate personali: finti affondi con il braccio teso come fosse un coltello, mimando una specie di duello, se a ballare sono due uomini, oppure inseguimenti e inviti come in un corteggiamento amoroso, se i ballerini sono uomo e donna.) Non vedeva l’ora di ritrovarsi in paese, ritornare ai suoi amici , ai suoi giri, alla prossima festa.…Certo però che in paese la giovane figlia di Don Saverio (chissà come si chiamava) non ci sarebbe stata! Peccato. Ma dopo tutto che importava? E non c’erano forse Rosa e Cata e Cettina che lo aspettavano? Altroché!
Ce n’erano tante che lo guardavano con occhi timidi e speranzosi, lui si lasciava ammirare ed era gentile con tutte, ma in definitiva non sceglieva nessuna.
… E se per fine mese si fosse fatto festa da quelle parti? Magari per festeggiare la fine dei lavori? Così, tanto per farsi una ballata!
Ben pensato! Sarebbe stata una bella opportunità per vedere meglio come era fatta la giovane di cui, prima, nel poco tempo a disposizione, non aveva notato che gli occhi.
Doveva trovare il modo di buttar lì l’idea con Don Saverio, sondare il terreno senza dargli a intendere chissà che, e capire se avrebbe consentito alle sue figlie di partecipare…
In fondo feste così se ne facevano spesso, e i giovanotti e le ragazze si svagavano innocentemente, impegnandosi in appassionanti gare di resistenza, senza alcuna malizia e sempre con il massimo rispetto.
Tornò a concentrarsi sulle viti: c’erano delle manovre impegnative da fare e da cui dipendeva il buon esito del lavoro, passaggi delicati che richiedevano la massima concentrazione. Andò avanti così tutto il pomeriggio, senza pensar più né alla festa né alle scarpe né alle ragazze; ma sempre canticchiando contento.
Bene, per oggi ho quasi finito. Anche questo piede di vite è a posto: ho tagliato via alla perfezione tutti i tralci vecchi e ho lasciato un solo “capo di frutto” e lo “sperone”, come mi ha insegnato quel mio amico astigiano che incontrai l’anno scorso alla festa della Madonna di Polsi. (Questa tecnica di potatura dalle nostre parti non la conosce quasi nessuno, anzi forse solo io e ‘Ntoni. È per questo che ci chiamano da tutte le parti e ci pagano bene, e ci trattano con ogni riguardo).
Quella volta, a Polsi, aveva anche comprato un binocolo con cui, quando era alla “marina”, si divertiva a esplorare l’orizzonte, cercando di individuare le navi che passavano lontane e immaginandosi dove potevano andare e cosa trasportavano, facendo finta di esserci anche lui sopra…
La sua immaginazione scatenata si riattivò e lo riportò dritto dritto all’idea di fare una festa a Marucumbu. Si convinse che doveva a tutti i costi riuscire a organizzarla.
Ne parlo con 'Ntoni, stasera, mentre ce ne andiamo a casa, e sento che mi dice. Tra me e lui, di sicuro, il modo lo troviamo.
Si alza e va a prendere la “bumbuledda” dell’acqua che è incastrata, al fresco, tra due rami. Se la appoggia alla spalla e la inclina, bevendo a gargarozzo da un buchetto laterale.
Ah che buona, proprio ci voleva! Per fortuna è ancora abbastanza fresca.
Si ferma, soddisfatto del lavoro e neanche tanto stanco. Aspetta 'Ntoni che sta per finire e intanto si siede, appoggiando la schiena al tronco nodoso di un ulivo e guardando lontano.
Come se fosse al cinematografo, proietta davanti a sé la scena del ballo che si farà, si immerge nell’atmosfera dei colori dei profumi e dei suoni della festa, ode le risa e il richiamo dei suonatori:
“Veniti e ballati / Chista è ‘a vera tarantella calabrisi/ d’omini degni e giuvanotti ‘i basi”! Attacca, Milea Leone!” (è la presentazione che ogni gruppo di suonatori fa del pezzo che si accinge ad eseguire, vantando la propria esecuzione come la più autentica della tradizione. Una formula di richiamo e di presentazione del miglior suonatore)
Ed eccolo lì, mentre l’organetto impazza, tutto tirato a nuovo e con le scarpe fiammeggianti, con dentro i piedi che si muovono da soli non appena sentono i primi accenni del suono, guardandosi intorno per vedere chi balla, aspettando il momento buono per fare vedere chi è, soprattutto a chi ancora non lo conosce…
Chissà se la figlia di Don Saverio sapeva ballare (con le sue trovate l’avrebbe fatta ridere di sicuro!)
Chissà com’era quando rideva…
Chissà come si vestiva alla festa…
Chissà se portava già le calze di seta
(magari quelle con la riga di dietro) come le più moderne giù al paese…
Chissà se era mai stata al cinematografo…
Chissà…
Chissà…
Chissà perché (eppure non gli era sembrata un granché quando l’aveva vista) ma gli era rimasta come una voglia irresistibile di vederla ancora, di guardarla meglio, di parlarle, di sentire la sua voce...
lunedì 9 gennaio 2012
La fujtina
Incoraggiata da un blogger amico, pubblico un mio racconto, in merito al quale devo fare qualche precisazione (soprattutto per chi, leggendolo, pensasse di riconoscere luoghi e personaggi):
benché sia ispirato a fatti realmente accaduti, e benché io non abbia saputo rinunciare ad usare i veri nomi dei protagonisti, ho usato liberamente i materiali a mia disposizione, incrociando le memorie, riempiendo i vuoti, aggiustando e inventando a mio piacimento...
Quella mattina Mela si era alzata ancora più presto del solito.
Era sempre la prima, in casa, a venir giù dal letto al mattino, sia in estate, quando era bello godersi il fresco da sola mentre gli altri dormivano, che durante l’inverno, quando veniva giù dal letto a piedi nudi e tutta intirizzita correva ad accendere il fuoco.
Si scaldava un po’ di caffè d’orzo avanzato dalla sera prima, addolcito col miele e poi fuori… A volte usciva di casa che non ci si vedeva nemmeno, a inventarsi i lavori più strani senza rendersi conto dei pericoli, come quella volta che si era inerpicata a raccogliere fichi d’india, guidata dal bagliore dei frutti rossi che rilucevano come lumini nell’oscurità. Quando infine sopraggiunse l’alba, si rese conto di essere stata per tutto quel tempo in bilico su un burrone.
Quella mattina era estate e c’era già luce e il sole non avrebbe tardato a infuocare la campagna.
Rimase a casa e fece toletta con più cura del solito: si lavò la faccia, si insaponò il collo e poi bene dietro le orecchie, pettinò a lungo le trecce.
Voleva finire di cucirsi la gonna che si stava preparando per la festa di S. Anna. Trovò ago e filo e si mise seduta sull’uscio di casa, un asciugamano steso sulle gambe a preservare il lavoro e i piedi appoggiati a un’altra sedia. Doveva fare l’orlo, una serie di punti minutissimi e invisibili, e poi aveva in mente di aggiungere qualche abbellimento: dei piccoli fiocchetti di nastro rosa proprio dove si aprivano i due piegoncini sul davanti che davano ampiezza alla gonna.
Pensò con eccitazione che poteva anche indossarla, con la scusa degli ultimi ritocchi, e magari pavoneggiarsi un po’, come se ci fosse “qualcuno” ad ammirarla.
Se “qualcuno” fosse passato davanti alla sua porta aperta, magari con la scusa di chiedere un bicchiere d’acqua, ecco che l’avrebbe vista tutta elegante!
Chi potesse essere questo “qualcuno” non lo pensava con le parole ma lo aspettava con i suoi sensi di diciassettenne allertati e in subbuglio…
Il padre di Mela aveva ingaggiato due giovani di S. Pasquale per fare gli innesti alle viti. La sua era una famiglia di piccoli coltivatori diretti piuttosto agiata: a Marucumbu i terreni erano buoni e rendevano bene. I suoi avevano perfino un servo. Di quando in quando Don Saverio chiamava gente esperta per i lavori più delicati, come questa volta: non si trattava di braccianti, ma di lavoratori capaci e tenuti in una certa considerazione.
Mela li aveva visti due giorni prima, quando era andata a portare la colazione a suo padre come faceva spesso. Una pagnotta di grano duro, che loro stessi cuocevano nel forno di pietra, un pezzo di soppressata e fave fresche, che erano di stagione e suo padre ne andava matto.
Andando, sapeva che c’erano altri contadini, e sua madre le aveva dato anche un’anforetta di vino, la tipica bumbuledda di terracotta. Quella che, oltre alla solita imboccatura, ha un forellino nella parte alta da cui i veri uomini, appoggiata la brocca alla spalla e inclinatala elegantemente a mano rovesciata, bevono a gargarozzo.
Quando arrivò e vide quei due giovani che lavoravano curvi a petto nudo, rimase come imbalsamata a fissare le goccioline di sudore che imperlavano le larghe schiene, finché non arrivò suo padre che le strappò brusco il fagotto dalle mani e la rimandò indietro con un cenno del capo.
Non una parola era stata detta, ma uno dei due si girò e le fece un cenno di saluto al quale lei non rispose.
benché sia ispirato a fatti realmente accaduti, e benché io non abbia saputo rinunciare ad usare i veri nomi dei protagonisti, ho usato liberamente i materiali a mia disposizione, incrociando le memorie, riempiendo i vuoti, aggiustando e inventando a mio piacimento...
Quella mattina Mela si era alzata ancora più presto del solito.
Era sempre la prima, in casa, a venir giù dal letto al mattino, sia in estate, quando era bello godersi il fresco da sola mentre gli altri dormivano, che durante l’inverno, quando veniva giù dal letto a piedi nudi e tutta intirizzita correva ad accendere il fuoco.
Si scaldava un po’ di caffè d’orzo avanzato dalla sera prima, addolcito col miele e poi fuori… A volte usciva di casa che non ci si vedeva nemmeno, a inventarsi i lavori più strani senza rendersi conto dei pericoli, come quella volta che si era inerpicata a raccogliere fichi d’india, guidata dal bagliore dei frutti rossi che rilucevano come lumini nell’oscurità. Quando infine sopraggiunse l’alba, si rese conto di essere stata per tutto quel tempo in bilico su un burrone.
Quella mattina era estate e c’era già luce e il sole non avrebbe tardato a infuocare la campagna.
Rimase a casa e fece toletta con più cura del solito: si lavò la faccia, si insaponò il collo e poi bene dietro le orecchie, pettinò a lungo le trecce.
Voleva finire di cucirsi la gonna che si stava preparando per la festa di S. Anna. Trovò ago e filo e si mise seduta sull’uscio di casa, un asciugamano steso sulle gambe a preservare il lavoro e i piedi appoggiati a un’altra sedia. Doveva fare l’orlo, una serie di punti minutissimi e invisibili, e poi aveva in mente di aggiungere qualche abbellimento: dei piccoli fiocchetti di nastro rosa proprio dove si aprivano i due piegoncini sul davanti che davano ampiezza alla gonna.
Pensò con eccitazione che poteva anche indossarla, con la scusa degli ultimi ritocchi, e magari pavoneggiarsi un po’, come se ci fosse “qualcuno” ad ammirarla.
Se “qualcuno” fosse passato davanti alla sua porta aperta, magari con la scusa di chiedere un bicchiere d’acqua, ecco che l’avrebbe vista tutta elegante!
Chi potesse essere questo “qualcuno” non lo pensava con le parole ma lo aspettava con i suoi sensi di diciassettenne allertati e in subbuglio…
Il padre di Mela aveva ingaggiato due giovani di S. Pasquale per fare gli innesti alle viti. La sua era una famiglia di piccoli coltivatori diretti piuttosto agiata: a Marucumbu i terreni erano buoni e rendevano bene. I suoi avevano perfino un servo. Di quando in quando Don Saverio chiamava gente esperta per i lavori più delicati, come questa volta: non si trattava di braccianti, ma di lavoratori capaci e tenuti in una certa considerazione.
Mela li aveva visti due giorni prima, quando era andata a portare la colazione a suo padre come faceva spesso. Una pagnotta di grano duro, che loro stessi cuocevano nel forno di pietra, un pezzo di soppressata e fave fresche, che erano di stagione e suo padre ne andava matto.
Andando, sapeva che c’erano altri contadini, e sua madre le aveva dato anche un’anforetta di vino, la tipica bumbuledda di terracotta. Quella che, oltre alla solita imboccatura, ha un forellino nella parte alta da cui i veri uomini, appoggiata la brocca alla spalla e inclinatala elegantemente a mano rovesciata, bevono a gargarozzo.
Quando arrivò e vide quei due giovani che lavoravano curvi a petto nudo, rimase come imbalsamata a fissare le goccioline di sudore che imperlavano le larghe schiene, finché non arrivò suo padre che le strappò brusco il fagotto dalle mani e la rimandò indietro con un cenno del capo.
Non una parola era stata detta, ma uno dei due si girò e le fece un cenno di saluto al quale lei non rispose.
martedì 27 dicembre 2011
Dopo Natale
In questi giorni, girando per i blog di tanti amici, mi sono sentita con animi e sensazioni contrastanti. Da una parte poco "natalizia" e insofferente dei riti scontati e relativi obblighi (come ricevere regali inutili da ricambiare con altrettante banalità a caro prezzo, o ritrovarsi a brindare, ad esempio al lavoro, con gente sul cui cadavere non dispiacerebbe passeggiare);
dall'altra a fare i conti con la nostalgia di quando il Natale era davvero magico: una festa per gli occhi e per il cuore, di cui i bambini erano i protagonisti migliori, e non strumenti da usare a fini pubblicitari...
Mi ricordo un Natale che ero bambina, e proprio quella mattina era tornata da Milano mia sorella Teresa, per le feste. Aspettavo con ansia di vederle aprire la valigia con i regali: lei si scusò di non aver avuto tempo per comprarmi giocattoli, ma poi tirò fuori per me un impermeabile in miniatura (di quelli di nylon marrone con la cintura) che mi sembrò il capo più elegante del mondo... O quando a casa mia eravamo in tanti e giocavamo a tombola, o quando mio padre, a tavola, il giorno di Natale, dopo aver letto la mia letterina di buoni propositi, come un prestigiatore faceva finire nella mia tasca una moneta da cento lire...
Certo allora era facile guardare il mondo con occhi genuini, oggi è più dura!
E' per questo che a volte, per affrontare il presente, mi tuffo in quel mondo dell'infanzia che mi ricarica e mi fa ricordare chi sono.
E anche adesso - con la parte buona di me - voglio ricambiare sinceramente gli auguri che sento sinceri, e rivolgendomi all'Universo Mondo (ma soprattutto alle persone che più mi stanno a cuore, tra cui tanti nuovi amici che ho conosciuto e apprezzato da questo spazio) faccio l'augurio che il nuovo anno possa offrire ad ognuno opportunità ed occasioni per esprimere al meglio la propria essenza migliore!
dall'altra a fare i conti con la nostalgia di quando il Natale era davvero magico: una festa per gli occhi e per il cuore, di cui i bambini erano i protagonisti migliori, e non strumenti da usare a fini pubblicitari...
Mi ricordo un Natale che ero bambina, e proprio quella mattina era tornata da Milano mia sorella Teresa, per le feste. Aspettavo con ansia di vederle aprire la valigia con i regali: lei si scusò di non aver avuto tempo per comprarmi giocattoli, ma poi tirò fuori per me un impermeabile in miniatura (di quelli di nylon marrone con la cintura) che mi sembrò il capo più elegante del mondo... O quando a casa mia eravamo in tanti e giocavamo a tombola, o quando mio padre, a tavola, il giorno di Natale, dopo aver letto la mia letterina di buoni propositi, come un prestigiatore faceva finire nella mia tasca una moneta da cento lire...
Certo allora era facile guardare il mondo con occhi genuini, oggi è più dura!
E' per questo che a volte, per affrontare il presente, mi tuffo in quel mondo dell'infanzia che mi ricarica e mi fa ricordare chi sono.
E anche adesso - con la parte buona di me - voglio ricambiare sinceramente gli auguri che sento sinceri, e rivolgendomi all'Universo Mondo (ma soprattutto alle persone che più mi stanno a cuore, tra cui tanti nuovi amici che ho conosciuto e apprezzato da questo spazio) faccio l'augurio che il nuovo anno possa offrire ad ognuno opportunità ed occasioni per esprimere al meglio la propria essenza migliore!
martedì 13 dicembre 2011
La caduta degli ideali (Ricordi d'asilo 1)
Di che mi meraviglio?
Io sono nata e cresciuta in mezzo alle grandi battaglie e alle sonore sconfitte!
Fin da piccola mi rendevo conto delle ingiustizie sociali, come quella perpetrata dalla Befana (v. seconda parte) ma camminavo sul crinale infido che divideva l’etica familiare dal perbenismo sociale, barcamenandomi tra il senso di appartenenza e il desiderio di essere accettata, di non dare nell’occhio.
Per esempio, quando all’asilo le suore organizzarono le elezioni, incappai per la prima volta nello scontro tra ideale e realismo e conobbi la tattica.
Le pie donne avevano allestito una vera cabina elettorale, al lato del refettorio, usando vecchie coperte (quelle grigie con una striscia bianca di tipo militare) tirate su con corde. Uno ad uno fecero entrare noi bambini nel "seggio" dove ci aspettava uno di quei fac-simili che si usavano per la propaganda elettorale. Ognuno doveva segnare con la matita una crocetta sul simbolo scelto.
Io sapevo benissimo che il nostro simbolo era falce martello e stella, come spiegava mio padre ai contadini di San Pasquale che venivano a trovarlo, ma vedendo che tutti avevano messo il segno sullo scudo crociato della Democrazia cristiana, scarabocchiai il mio “più” in quei paraggi: ero comunista ma non scema!
Mi ricordo le parole della suora, che mostrò trionfante la scheda a un papà (era uno dei pezzi grossi del paese) esclamando orgogliosa: “Sono tutti nostri!”
Quando lo raccontai a casa, sorvolando sulla mia piccola vigliaccheria, mio padre andò su tutte le furie e voleva fare uno scandalo, ma poi non lo fece …
Io sono nata e cresciuta in mezzo alle grandi battaglie e alle sonore sconfitte!
Fin da piccola mi rendevo conto delle ingiustizie sociali, come quella perpetrata dalla Befana (v. seconda parte) ma camminavo sul crinale infido che divideva l’etica familiare dal perbenismo sociale, barcamenandomi tra il senso di appartenenza e il desiderio di essere accettata, di non dare nell’occhio.
Per esempio, quando all’asilo le suore organizzarono le elezioni, incappai per la prima volta nello scontro tra ideale e realismo e conobbi la tattica.
Le pie donne avevano allestito una vera cabina elettorale, al lato del refettorio, usando vecchie coperte (quelle grigie con una striscia bianca di tipo militare) tirate su con corde. Uno ad uno fecero entrare noi bambini nel "seggio" dove ci aspettava uno di quei fac-simili che si usavano per la propaganda elettorale. Ognuno doveva segnare con la matita una crocetta sul simbolo scelto.
Io sapevo benissimo che il nostro simbolo era falce martello e stella, come spiegava mio padre ai contadini di San Pasquale che venivano a trovarlo, ma vedendo che tutti avevano messo il segno sullo scudo crociato della Democrazia cristiana, scarabocchiai il mio “più” in quei paraggi: ero comunista ma non scema!
Mi ricordo le parole della suora, che mostrò trionfante la scheda a un papà (era uno dei pezzi grossi del paese) esclamando orgogliosa: “Sono tutti nostri!”
Quando lo raccontai a casa, sorvolando sulla mia piccola vigliaccheria, mio padre andò su tutte le furie e voleva fare uno scandalo, ma poi non lo fece …
sabato 12 novembre 2011
ciao Pino
Tanti voti mi veni mi pensu
aundi finiru certi cosi antichi
e si è veru chi a materia resta tutta
e si puru si cangia di natura
nenti sparisci (cusì si ssicura)
volissi iri andarretu pe m’i trovu
cu sapi aundi trovanu cunsolu
Dda puma russa 'i vitru trasparenti
ppoiata 'i latu supra a Vigorelli
a rradiu chi pariva nu casciuni
chi davanti ndaviva du buttuni
(quand’era picciridda mi cridiva
chi d’arretu ccucciatu unu parrava)
U stipu vecchiu, cu na tenda a chjuri
e i giornaletti tutti ncatastati
chi leggiva a mucciuni di me matri
L’artarinu di maggio
U palluni d’a mostra
A bambula settata menz’o lettu
Na mazza di riganu odorusa
fora da porta mpenduta pe’ rispettu
E arretu ‘e cosi veninu paroli
ricordi di quand’eramu figghjoli
U battezzu d’e bambuli,
U rosoliu
“Tegnu apertu l’umbrellu a malaguriu…”
“Sséttati supra domani matina
e tirancillu u coddu (da gaddina)
cusì ti faci l’ovu cu ddu russi”
e po’…“Dissi to mamma mi ti curchi”
aundi finiru certi cosi antichi
e si è veru chi a materia resta tutta
e si puru si cangia di natura
nenti sparisci (cusì si ssicura)
volissi iri andarretu pe m’i trovu
cu sapi aundi trovanu cunsolu
Dda puma russa 'i vitru trasparenti
ppoiata 'i latu supra a Vigorelli
a rradiu chi pariva nu casciuni
chi davanti ndaviva du buttuni
(quand’era picciridda mi cridiva
chi d’arretu ccucciatu unu parrava)
U stipu vecchiu, cu na tenda a chjuri
e i giornaletti tutti ncatastati
chi leggiva a mucciuni di me matri
L’artarinu di maggio
U palluni d’a mostra
A bambula settata menz’o lettu
Na mazza di riganu odorusa
fora da porta mpenduta pe’ rispettu
E arretu ‘e cosi veninu paroli
ricordi di quand’eramu figghjoli
U battezzu d’e bambuli,
U rosoliu
“Tegnu apertu l’umbrellu a malaguriu…”
“Sséttati supra domani matina
e tirancillu u coddu (da gaddina)
cusì ti faci l’ovu cu ddu russi”
e po’…“Dissi to mamma mi ti curchi”
Ma arretu d’e paroli poi chi veni?
veni Tripepi cu a so strata dritta
e a ferrovia chi cumbogghjava u mari
veni nu sonu: fisarmonica a festa
e me frati Pinu chi sonandu camina
mmenz’e loiari assiemi a tant’amici
vestutu di sordatu di marina.
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