venerdì 19 ottobre 2012

Que viva España!

Ciao a tutti, vi lascio per un po', vado a trovare mia figlia a Barcellona!
A presto...

mercoledì 3 ottobre 2012

Ciao M.

Amico che da poco sei partito
stringendo in mano il tuo ultimo saluto
con lo sguardo lontano del commiato
di mercoledì sera ci hai lasciato

Nei giorni della lotta e di speranze
non ti sei mai arreso al fato ostile
con forza di leone hai combattuto
senza mai abbandonare il tuo sorriso

Avendo perso tutte le battaglie
l’hai chiamata sorella ed è arrivata:
la Morte in fondo ti ha trovato vivo!

Or ti conduce per sentieri ignoti
nell’Oltremondo
nell’Oltremateria
a trasformare in vento il tuo sorriso
nel canto degli uccelli la tua voce
in fiume / mare / oceano / pioggia il pianto
dolce di nostalgia e consolazione
di chi ha tenuto un posto nel suo cuore
dove ospitarti e farti vivere ancora.







mercoledì 29 agosto 2012

Giochi estivi


Cari amici che nonostante la lunga assenza vi ricordate di me: ciao!
Eccomi rientrata a casa, ancora stordita e un poco malinconica. La vacanza è andata.
L'entusiasmo per il paesello di prima della partenza ha naturalmente trovato una realtà non all'altezza delle aspettative (Comune allo sbando, sotto commissariamento, e tanta, tanta immondizia).
Ma comunque, essendo  per me come una droga, adesso che sono rientrata già mi manca, e mi viene da fantasticare sul prossimo appuntamento.
Durante le vacanze, coinvolgendo ancora familiari e amici, ho girato questo filmino che rientrata a casa ho montato e ora vi propongo.
I mezzi a disposizione non erano potenti e la qualità non è eccelsa, lo ammetto. Alcune riprese sarebbero da rifare ma tant'è, lo espongo al pubblico giudizio.
Un "a presto" da voi
Nina



giovedì 12 luglio 2012

UN CALDO SALUTO

Domani parto verso il mitico paesello, quello che è sempre nel mio cuore e nei miei pensieri, a cui io attribuisco poteri taumaturgici.
Infatti appena arrivata sarò già un'altra persona: anziché pigra e sedentaria, sportiva e attiva (nuoto, passeggiate, grandi pedalate); di conseguenza mi aspetto di rimettermi in forma una volta per tutte (perfino di dimagrire, nonostante le lusinghe della cucina locale) e poi cultura (sarò assidua alle serate de "I poeti in piazza") e musica con le bellissime serate di Paleariza (un festival con artisti da tutto il mondo a volte di molta qualità) in giro per i suggestivi paesini dell'interno ; la sera in terrazza giocare a carte (lo confesso: sono gioco-dipendente) e infine ritrovarmi con le mie sorelle...
Insomma, banalmente, vado in vacanza.
E se poi le aspettative saranno ridimensionate o addirittura deluse, non sarà stata la prima volta. Per ora comunque me la godo e vi saluto augurando una buona estate a tutti voi anche se non venite a Bova!
Ciao Nina

mercoledì 13 giugno 2012

LO STAGE

- Ahia, brutto scemo, ma perché mi hai spinto? 
- No! Dammela, è mia!
- Metti giù la mia ELAH liquirizia!
- Ti ho detto che è mia, l’ho portata io!
- Non me ne frega niente chi l’aveva portata. E io, allora, non avevo portato la “Pinza”?
Pinza, che razza di nome per un dolce (che si chiami così perché a mangiarlo ti attanaglia le budella?)
Che poi non è un vero dolce ma una specie di mattonella (anzi un mattone) fatta con pane vecchio, uvette e pinoli. 
Tipo tradizione povera: da queste parti ne vanno matti  e ogni casa ha la sua ricetta ma a me non piace: troppo informe, troppo pesante, troppo povero. Insomma la sua Pinza (lo ammetto, la zeta è sorda) faceva schifo, se lo volete sapere.
Io faccio di quei dolci… Anzi li facevo. Anzi li feci. Li ebbi fatti.
Mi sembra un tempo stra-passato-remoto, eppure non è un mese che ho fatto il mio ultimo Tiramisù.
Sono in un angolino in alto e me ne sto qui appollaiata come un uccellaccio a guatare torvamente i miei ex amici, anzi i miei compagni di avventura o per meglio dire di disavventura.
Il primo giorno di primavera…
E magari durerà fino alla fine dell’estate.
Francesca Con i Capelli Lunghi (ragioniera aspirante ballerina) e Michele (studente universitario fuori corso aspirante giornalista) si stanno accapigliando per l’ultima caramella alla liquirizia.
Sono gli ultimi due ad avere ancora energie da spendere. Che scemi a sprecarle così.
Gli altri sono ormai tutti stremati.
Matilde (impiegata dell’Enel aspirante scrittrice) è stata la prima ad andare fuori gioco. Del resto lei ha brontolato fin dall’inizio.
Paola (maestra d’asilo alle soglie del matrimonio aspirante burattinaia) era già gracile di suo. Tanto buona! All’inizio, quando ci siamo resi conto di essere intrappolati in questa ex scuola di merda, andava da uno all’altro piagnucolando: Non è possibile, non è possibile… prova di nuovo la maniglia…
Quella lì, da quando è presa dai preparativi della nuova casa, una maniglia te la ficca sempre dentro (o te la tira fuori). Irritante!
Guarda Agostino (conduttore 1 nonché titolare dell’agenzia Latuttopratiche) non avrei mai creduto che ce la facesse ancora. Fa un timido tentativo di mettere pace tra i due.
Su ragazzi, chiudete gli occhi e immaginate di essere in un posto bellissimo... rumori di cascata, cinguettio di uccelli, frusciar di fronde… (Ma va’ all’inferno!) …fuori non c’è niente di terribile. Non siamo prigionieri, siamo qui per una nostra libera scelta.
A questo accenno Luciano (conduttore 2 nonché creativo milanese) da lungo lungo che era per terra, tira su la testa:
Provate a scrivere su un foglio di carta tutte le cose negative che vi sono successe stamattina… poi le bruceremo assieme in un rito purificatorio…
Lo interrompe Alessandra (professoressa d’italiano aspirante regista teatrale). Si fa avanti piano, le gira la testa. Con una voce bassa fredda e terribile dice:
Smettila di dire cazzate. Siamo in questa gabbia da sette giorni. A quale mattina ti riferisci?
Io sto sempre là a guardarli dall’alto. In effetti sono quella che ha resistito meglio. Mi pare di aver mantenuto il controllo della situazione. Ho capito quello che devo fare.
Devo rimanere lucida e pensare a salvarmi, almeno io. Mi dispiace per loro ma pazienza, si saranno sacrificati per una buona causa.
Sarebbe un vero peccato rimanere qui, fregata, solo perché Francesca Con i Capelli Corti (barista, Aspirante attrice) ha voluto fare l’eroe, anzi l’eroina e non ha voluto che accettassimo di trattare, quando ce n’era ancora la possibilità.
La coerenza… i principi… i valori…
Ma da dove se n’è uscita, ma chi ci crede?!
Per fortuna io so cosa fare. Non ho perso la testa, io.
Io osservo, studio, ragiono.
Poco fa sono andata in bagno, mi sono arrampicata sul cesso e ho appiccicato l'orecchio alla bocchetta dell’aria. Ciò che ho captato dall'altra parte mi ha illuminato. Ora so. So cosa devo fare. So che lo farò.
Sto perfezionando le  mosse per non destare sospetti tra i miei (a questo punto ex) compagni. In fondo chi non lo farebbe? Qualche piccolo compromesso, dico io, qualche piccolo, irrilevante, inevitabile tradimento…C’est la vie!


Ci tengo a precisare che l'Io narrante di questo racconto è confinato nei limiti dello Stage da cui, pur non trovando apparenti ostacoli, non può  uscire.

Faccio questa precisazione caso mai qualcuno dovesse pensare che la "Pinza" non mi piace: in realtà è buonissima!

giovedì 10 maggio 2012

L'amore ferito

L’amore ferito è una ferita
nascosta tra le pieghe delle dita
linea amara sottile nei pensieri
e non sei meglio di ieri
Capisci che sei contro ogni diritto
non puoi chiedere non puoi avere
non puoi mostrarti
tieni tutto dentro
non scoprire gli umori-rancori
il tuo risentimento
Usi il falsetto dei giorni regolari
eppure avresti voglia di gridare
per qualcosa perduto non so dove
per i conti che non tornano
per ciò che hai sbagliato
per quello che sei diventato

Nei pensieri più chiusi
di notte
nel letto a non dormire
a costruire percorsi a ritroso
a cercare ragioni
cedere alle tentazioni.



giovedì 26 aprile 2012

Galoppata

Ieri era il 25 aprile, una giornata che un tempo, quando le manifestazioni erano per me un appuntamento costante, mi vedeva sempre in piazza, a gridare slogan, a diffondere volantini, a cantare a squarciagola le canzoni dei partigiani.
Negli anni verdi della vita ero una militante a tempo pieno, categoria “Agit Prop” (vale a dire quelli che si facevano il culo su e giù per i cortei o davanti alle fabbriche a vendere i giornali).
Erano gli anni in cui tutti più o meno “facevano politica”, ma io ci ero portata.
Fin da bambina ho respirato l'aria polverosa della sezione del partito comunista che per mio padre era una seconda casa (infatti ci passava gran parte delle sere, anche quando non c’era riunione, giocando a dama).
Lui era sempre in prima linea nelle battaglie politiche e sindacali ed era conosciuto e riconosciuto nella  zona per generosa fede nel “Sol dell’avvenir” alla quale tutto era pronto a sacrificare (con frequenti arrabbiature e mugugni da parte di mia madre che gli rimproverava di trascurare la famiglia). Laddove dispiegava tutto il suo carisma, era negli scioperi delle gelsominaie che guidava come un vero capo popolo, con tutte le donne che lo circondavano e lo seguivano affascinate (va da sé che la gelosia di mia madre trovava pane per i suoi denti…) Sempre sul palco dell'oratore quando c'erano i comizi, "falce, martello e stella!" istruiva i contadini che venivano da lui a farsi aiutare per le pratiche della pensione, facendoli esercitare sui fac-simile delle schede elettorali.
Per noi figli fu un esempio convincente e tutti noi, chi più chi meno, ci siamo riconosciuti fatti di quella pasta. Io, fin da ragazzina, lo seguivo: mi ricordo di una volta che c’era un congresso a Polistena e ci andavamo con un pullman tutto pieno di compagni a cui, cosa buffa, potevo dare del tu anche se erano grandi.
Mi ricordo che ci affacciavamo dai finestrini e salutavamo col pugno; e di un contadino che ci rispose alzando la falce con cui stava mietendo.
Imparavo a giocare a dama e non vedevo l'ora di gettarmi nell'agone politico.


Infatti, dopo neanche un anno che ero a Milano, iscritta alla Statale, a Lingue, metà anni '70, mi buttai a pesce nell'attività politica (naturalmente con i più duri dei duri) perché sentivo che avevo una missione da compiere.
Un attivismo che non mi faceva pesare alzarmi alle cinque di mattina per essere davanti ai cancelli delle fabbriche quando entravano gli operai, perché dovevo diffondere il verbo rivoluzionario.
Che poi questi, in genere, si interessassero di più alla mia persona che alle mie idee, mi esasperava alquanto, ma continuavo indefessa a proporre loro il giornale del Partito che in pochissimi acquistavano. Il ricordo di quel periodo è legato a un generico senso di frustrazione e di incomunicabilità. Una sfasatura tra l’operaio mitizzato di cui parlavamo nelle interminabili riunioni dei collettivi studenteschi e quelli che mi facevano le battutacce.
Inutile dire che, al secondo anno di Università, i sopravvenuti impegni mi fecero trascurare gli studi iniziati brillantemente con trenta e lode in russo, lingua principale, e con il professore (il quale seppi si sceglieva i collaboratori tra i migliori allievi) che all’esame ballava sulla sedia dalla contentezza. Persi il ritmo e rimasi indietro, con un fondo di rammarico, anche per la delusione che avrei dato a mio padre. Ma per l'ideale bisognava vivere o morire, il sogno di un'umanità migliore che pareva a portata di mano era più importante di ogni altra cosa.
Per un decennio e passa lo inseguimmo quel sogno che non si realizzava mai, con ostinazione mista sempre più a delusione e poi piano piano sfumò e infine ne prendemmo atto.
Successivamente ripresi gli studi che conclusi a Storia, ma non recuperai più quei treni inesorabilmente passati una volta sola. Non ebbi comunque rimpianti, solo mi ritrovai più matura. Andai ancora alle manifestazioni, ma selezionando di più e soprattutto affrancata dal ruolo di Agit Prop.
Ho il ricordo di tante manifestazioni:
Quella ad Aviano, contro il primo coinvolgimento italiano nella guerra del Kossovo: un corteo in mezzo ai campi con accompagnamento di musiche balcaniche. Sembrava di essere in un film di Kusturica;
L’ultima con Cofferati segretario della CGIL e le musiche di Piovani, a Roma, per difendere l’articolo 18: entusiasmante (poi da sindaco di Bologna mi entusiasmò meno) ;
Ancora a Roma, quella per la pace prima dell’attacco all’Iraq, con le suore che partecipavano al corteo e quel balcone a cui un fantasioso romano aveva steso, nella giusta sequenza di colori, calzini, magliette, pantaloncini, improvvisando così la bandiera iridata;
Genova, contro il G 8 (molto dura) …
Ma, parlando di 25 aprile, rimane per me memorabile la manifestazione di Milano del 1994 (primo governo Berlusconi, Pivetti Presidente della Camera…)
Io da Mestre, una da Ascoli, le altre da Milano o giù di lì, ci siamo ritrovate in cinque sorelle.
C’era una pioggia fitta e continua, ma nessuno ci faceva caso. Qualcuno offriva il vin brulé. Una donna lanciò fiori da una finestra, gridavamo e cantavamo, il tipico senso di condivisione che  le manifestazioni riuscite sanno creare.
Ad un certo punto, con la pioggia che ci inzuppava fino alle mutande, per quella complicità e desiderio di gioco che ci unisce, io e le mie sorelle cominciammo a scandire, come fossero slogan, i versi di una filastrocca calabrese che ripetevamo da bambine:
“chiovi / chiovi / la gatta si rimovi / lu surici si marita / cu la coppula di sita”
E a chi ci chiedeva che cosa volesse dire, rispondevamo: intraducibile!

(P.S.: un recente, piccolo revival è stato quello del primo maggio dell’anno scorso in Calabria, documentato all’epoca in un post con tanto di filmato)
P.P.S.
Una delle mie sorelle presenti quel giorno alla manifestazione ha appena aperto un suo blog ed ha pubblicato una poesia e il ricordo di quella giornata. (Chi fosse interessato, trova il suo blog fra quelli che seguo. Si chiama: "serenamente-serena")

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