sabato 22 dicembre 2012
fukushima meno uno
Avrei voluto presentarvi questo video prima del 21 dicembre, ma solo ora ci riesco, grazie ad Axel!
Vi propongo un video girato con mezzi di fortuna da un cantautore italo francese che si chiama Alec Martelli
Per me è uno stralutato geniaccio e una persona speciale!
(Notare la chitarra a vento)
domenica 16 dicembre 2012
Il mio modo di stare al Blog
Se i social
network sono la piazza, per incontri rapidi e superficiali dove poter
incontrare, tra tanti sconosciuti, qualche volto familiare e dirgli
ciao, io preferisco il blog, un luogo di incontro meno frettoloso e
indistinto. È una casa, una stanza, un divano accogliente che offre
l'opportunità di scambi più autentici e profondi.
Per me è
uno strumento moderno che mi ha regalato le sensazioni antiche di
quando si scrivevano e si ricevevano lettere. (Come
quelle che a casa mia arrivavano dall'America, che mia mamma leggeva
a voce alta e noi tutt'intorno, incantate ad ascoltare di quel mondo
così lontano da noi ma del quale in qualche modo partecipavamo,
tramite le parole sgrammaticate e infarcite di termini
incomprensibili di Zia Ciccilla o di Zia Giannina; o le lettere piene
di complicità di mia sorella Serena, partita dal paese un po' prima
di me che mi raccontava le avventure della città, facendomi
scalpitare; quelle piene di raccomandazioni che mi scrivevano i miei
quando partii a mia volta, o quelle della mia “amica di penna”
Suzette, di Vals Les Bains, con la quale ho fatto pratica di
francese -e lei di italiano - per anni e a cui ancora penso...)Certo il blog richiede più impegno, determinazione e perseveranza...
Per me all'inizio è stato più che altro un soliloquio: le mie sudate parole si spegnevano nell'etere senza riverbero alcuno. Per molto tempo non ebbi che un pietoso lettore, per non deludere il quale non gettai la spugna e che ancora ringrazio. Poi, piano piano, qualcuno si presentò e mi si aprì un mondo di fantastiche occasioni. Non solo parlare ed essere ascoltata, ma incontrare persone davvero preziose che mi sembrò e mi sembra fantastico avere l'opportunità di frequentare.
Oggi questo spazio è una finestra magica che nella mia giornata apro e chiudo più volte, o semplicemente socchiudo per dare una sbirciatina discreta, da cui posso lanciare le mie parole, e fiduciosa aspettare un'eco che mi confermi di non essere sola al blog...
A tutti voi
che intrecciate alle mie le vostre parole, grazie!
lunedì 3 dicembre 2012
Pina
Si chiamava, anzi si chiama, Pina. Per me bambina era mitica: una vera Signorina, di quelle che portavano le gonne strette, con sopra quelle magliettine sottili che noi chiamavamo “gemelli”, una sotto con le maniche corte e una sopra dello stesso colore con i bottoni, che le stavano attillate e disegnavano forme bellissime. Aveva le unghie molto lunghe e laccate di rosso, che risaltavano sul bianco delle lenzuola quando si metteva sull’uscio di casa a ricamare il suo corredo da sposa: punto piatto, punto pieno, punto ombra, giglietto e giornino…Io le invidiavo tutto: le gonne strette, i “gemelli” celesti, le unghie rosso fuoco… ma soprattutto la sua camminata ancheggiante.
Le invidiose dicevano: guardate come si nnaca!*
A me sembrava la quintessenza della femminilità.
Io, che nonostante il ritardo fisico ero mentalmente molto precoce, quando ero da sola e pensavo che nessuno mi vedesse, cercavo di imitare il suo ancheggiare, ma esageravo talmente tanto che alla fine sembravo deforme.
Le mie sorelle dicevano che era fanatica, e che si dava tante arie, raccontando che tutte le sera a casa sua mettevano in tavola del salame (sì, certo, ma era sempre lo stesso piattino che portavano avanti e indietro – a beneficio di eventuali osservatori – senza azzardarsi a prenderne neanche una fettina…)
Quando Pina doveva stirare, si metteva fuori a scaldare il ferro, quello che dentro c’erano le braci. Mi piaceva il movimento che faceva con il braccio, come un giro completo di altalena, senza far cadere il più piccolo pezzetto di carbone.
E intanto che Pina stirava e ricamava il tempo passava… Lei non se ne curava e accumulava la sua bella dote che chissà che figurone avrebbe fatto, quel famoso giorno...
Contava di fare un buon matrimonio, che appagasse la sua voglia di famiglia e ancor più la sua mania di grandezza. Più di un pretendente, che inizialmente si era fatto avanti, era stato giudicato troppo al di sotto delle sue aspettative, e rispedito al mittente.
Piano piano però ne vennero sempre meno, poi più niente.
Intanto si era sposata Mariuzza e poi Micuzza, e poi Tota e poi Cata, che il marito se l’era trovato su al nord.
E lei? Lei ricamava e stirava. E fremeva.
Forse rimpiangeva quelli che avevano mandato l’ambasciata e davanti alla sua alterigia avevano battuto in ritirata, ma non intendeva ammetterlo e trafficava, interpellava, suggeriva, tramava alle spalle di possibili ignari fidanzati.
Più il tempo passava, più la smania di maritarsi la divorava sempre di più. Qualunque persona di sesso maschile le capitasse di conoscere, gli chiedeva subito l’età e a voce alta, senza curarsi dello sconcerto che provocava, faceva i calcoli per verificare se poteva “andare” o viceversa era troppo vecchio o troppo giovane.
“Carne di prima scelta!” si definiva, battendosi la coscia, come un venditore che vanta la propria mercanzia.
Ormai le sue coetanee erano tutte sistemate e molte avevano già avuto il loro primo figlio. La maggior parte di loro, dopo la gravidanza, aveva perso la linea. Con tanto da fare a star dietro a figli e marito non avevano certo tempo per le unghie o i capelli, ma chi se ne fregava… Tanto, a chi altro dovevano piacere?
Pina era sempre curata, snella e attillata nella sua gonna pied de poule, le unghie sempre più lunghe e sempre più rosse, i capelli cotonati all’ultima moda. La sua andatura ostinatamente flessuosa, determinata a non mollare.
Ma il paese le era stretto, la merce quasi esaurita. Bisognava allargare il raggio d’azione, ampliare gli orizzonti, andare a pescare più al largo.
Era pure andata in vacanza al nord, da una sua sorella che si era sposata un carabiniere e viveva a La Spezia, ma senza fortuna.
L’occasione arrivò l’estate successiva, quando la sua amica Cata – che viveva in un paesino vicino Milano – tornò al paese in vacanza.
Era venuta senza marito, che era rimasto su a lavorare.
Libera come quando era ragazza, aveva riallacciato fitta fitta la sua amicizia con Pina, raccogliendo le sue confidenze e appagando le sue curiosità sulle gioie del matrimonio.
Venne fuori che il marito di Cata aveva un fratello più grande, Guido. Un tipo un po’ taciturno e timido, non bello come il suo Renzo (che in compenso parlava anche troppo) ma non ancora sposato.
L’occhio lungo di Pina lo raggiunse, lo classificò, lo giudicò idoneo.
All’insaputa di Guido, con l’amica del cuore, pianificò tutto “Appena rientri glie ne parli, lui può scendere a settembre o ottobre (appena gli danno le ferie), a novembre facciamo il fidanzamento ufficiale e a maggio possiamo convolare a nozzole” (le piaceva storpiare le parole, perché era anche simpatica).
Detto fatto, Cata fece l’ambasciata. Guido scese ai primi di dicembre (aveva avuto qualche impiccio prima) e senza neanche capire cosa stesse succedendo, a Natale si ritrovò fidanzato ufficiale. Non fu maggio ma giugno che vide coronato il sogno di Pina: una cerimonia abbastanza ordinaria, con rinfresco nel solito salone delle cerimonie del bar Flachi: tanti sorrisi per la stampa e tanto nervosismo dietro le quinte, con ameni scambi di battute tra la sposa e i suoi familiari del tipo “butta il sangue, crepa, vaffa…” Poi partenza alla volta del Nord!
Eppure il matrimonio funzionò (meglio di quello dell’amica/cognata che si separò qualche anno dopo). Pina non tornò più al paese, se non per qualche visita obbligatoria e brevissima (tipo funerale della madre). Si inserì benissimo nella vita del Nord, si trovò un lavoro, ebbe un figlio, imparò a parlare alla milanese, infarcendo le sue frasi di né, mica, senti che roba!
La rividi qualche anno fa, al funerale di Renzo, suo cognato. Vestita a lutto strettissimo, drammatica e teatrale col suo rossetto leggermente sbavato e il velo di pizzo nero appuntato ai capelli, addolorata come se fosse lei la vedova.
Ogni tanto, con apparente noncuranza, se lo aggiustava un po’ più avanti o un po’ più indietro, con quelle sue unghie lunghe e laccate di rosso che sfarfalleggiavano sapienti come fossero attorno a un ricamo.
* si dondola
domenica 25 novembre 2012
A presto!
Un saluto a tutti gli amici: scusate la mia forzata assenza, dovuta a motivi tecnici (sono momentaneamente rimasta senza valido computer)
Tornerò appena possibile a intrecciare le mie parole con le vostre.
con affetto
Nina
Tornerò appena possibile a intrecciare le mie parole con le vostre.
con affetto
Nina
domenica 4 novembre 2012
Quel giorno niente giochi e niente merenda.
Anche quel pomeriggio, obbedendo alla forza centrifuga che ci obbligava (me e le mie sorelle) ad allontanarci il più possibile dalla sfera di influenza di mia madre, mi preparai la merenda e mi precipitai per le scale decisa a raggiungere le altre bambine che due traverse più in là stavano giocando a “Cummari cummari aviti piseddi?” (era un gioco insulso che non vale la pena di stare a descrivere, per noi era principalmente una scusa per stare fuori).
Scendevo saltellando per le scale pronta a tuffarmi nell'agone sportivo, pregustando il sapore del mio pane col pomodoro (e origano e peperoncino e olio d’oliva…) nonché quello dell’effimera libertà.
Purtroppo, forze contrapposte si fronteggiarono fin dal primo balzo e fecero cadere il primo pezzo di pomodoro.
Fu un piccolo dispiacere, che in ogni caso non fece arrestare la mia corsa: pazienza, mi dissi con un sospiro, me ne resta ancora mezzo (naturalmente non mi sfiorò neanche l’idea di fermarmi a pulire, a quei tempi non eravamo tanto schizzinosi per la pulizia delle scale).
Continuo la cavalcata: altri due zompi e mi cade anche il secondo pezzo di pomodoro.
A quel punto mi fermai delusa: senza il companatico la merenda perdeva tutta la sua attrattiva.
Che fare?
Piccolo consiglio di guerra tra me e me e decisione rivoluzionaria: l’avrei recuperato!
Così tornai indietro e raccolsi anche l’altro caduto, di modo che anche l’aspetto delle scale se ne giovò a mia insaputa…
Raccolti i due mezzi pomodori, che risultavano appesantiti da un terriccio indistinto in cui si poteva intuire una parte di sabbia nonché pezzettini di intonaco biancastri, mi sedetti sullo scalino esterno e cominciai a ripulirli con ancora un po’ di dispiacere ma con amorevole pazienza.
Già avevo superato lo choc iniziale e risistemavo il tutto sulla fetta di pane con cura e professionalità. La merenda era come nuova, l'acquolina riprendeva a dilagare in bocca, mentre mi concentravo nel posizionare le dita della mano destra in modo tale da impedire ulteriori tentativi di fuga. Quasi finito…
Di colpo mi sentii invasa da una sensazione spiacevole. Che poteva essere? Non certo il senso di schifo (a quel tempo, se non si fosse capito, non eravamo tanto schizzinosi). Veniva dalla strada, mi sentivo come con un faro puntato addosso…
Intuivo che era meglio non farlo ma, attratta come da una calamita, fui costretta ad alzare gli occhi fino a incrociare lo sguardo sprezzante della signora Coppolino, quella che già ci guardava dall’alto in basso.
Quella volta era un dato di fatto che io ero in basso, essendo seduta sull’uscio di casa e lei in alto, giacché era in piedi... Ma ciò che mi uccise fu quel misto di alterigia, riprovazione e disgusto che la megera ostentava soddisfatta, avendo sotto i suoi occhi la prova di quanto noi fossimo incivili e arretrati, maleducati e inadeguati a rivestire il ruolo di suoi vicini di casa.
Smascherata irrimediabilmente, tutto l’odio con il quale avrei voluto annichilire la signora Coppolino, sua madre tornata dall’America che le aveva portato bauli e bauli di cose preziose, quella stronzetta di sua figlia a cui era permesso di mettersi la gonna stretta a dieci anni (solo uno più dei miei) mentre io dovevo accontentarmi dei vestiti smessi delle mie sorelle; tutto quell'odio, dicevo, con accompagnamento di invidia e vergogna, lo concentrai sulla mia fetta di pane e pomodoro: con rabbia e disperazione li gettai a terra (a quei tempi non si era poi così schizzinosi per la pulizia delle strade) e me ne scappai dentro casa con l'intenzione di non uscirne mai più.
Scendevo saltellando per le scale pronta a tuffarmi nell'agone sportivo, pregustando il sapore del mio pane col pomodoro (e origano e peperoncino e olio d’oliva…) nonché quello dell’effimera libertà.
Purtroppo, forze contrapposte si fronteggiarono fin dal primo balzo e fecero cadere il primo pezzo di pomodoro.
Fu un piccolo dispiacere, che in ogni caso non fece arrestare la mia corsa: pazienza, mi dissi con un sospiro, me ne resta ancora mezzo (naturalmente non mi sfiorò neanche l’idea di fermarmi a pulire, a quei tempi non eravamo tanto schizzinosi per la pulizia delle scale).
Continuo la cavalcata: altri due zompi e mi cade anche il secondo pezzo di pomodoro.
A quel punto mi fermai delusa: senza il companatico la merenda perdeva tutta la sua attrattiva.
Che fare?
Piccolo consiglio di guerra tra me e me e decisione rivoluzionaria: l’avrei recuperato!
Così tornai indietro e raccolsi anche l’altro caduto, di modo che anche l’aspetto delle scale se ne giovò a mia insaputa…
Raccolti i due mezzi pomodori, che risultavano appesantiti da un terriccio indistinto in cui si poteva intuire una parte di sabbia nonché pezzettini di intonaco biancastri, mi sedetti sullo scalino esterno e cominciai a ripulirli con ancora un po’ di dispiacere ma con amorevole pazienza.
Già avevo superato lo choc iniziale e risistemavo il tutto sulla fetta di pane con cura e professionalità. La merenda era come nuova, l'acquolina riprendeva a dilagare in bocca, mentre mi concentravo nel posizionare le dita della mano destra in modo tale da impedire ulteriori tentativi di fuga. Quasi finito…
Di colpo mi sentii invasa da una sensazione spiacevole. Che poteva essere? Non certo il senso di schifo (a quel tempo, se non si fosse capito, non eravamo tanto schizzinosi). Veniva dalla strada, mi sentivo come con un faro puntato addosso…
Intuivo che era meglio non farlo ma, attratta come da una calamita, fui costretta ad alzare gli occhi fino a incrociare lo sguardo sprezzante della signora Coppolino, quella che già ci guardava dall’alto in basso.
Quella volta era un dato di fatto che io ero in basso, essendo seduta sull’uscio di casa e lei in alto, giacché era in piedi... Ma ciò che mi uccise fu quel misto di alterigia, riprovazione e disgusto che la megera ostentava soddisfatta, avendo sotto i suoi occhi la prova di quanto noi fossimo incivili e arretrati, maleducati e inadeguati a rivestire il ruolo di suoi vicini di casa.
Smascherata irrimediabilmente, tutto l’odio con il quale avrei voluto annichilire la signora Coppolino, sua madre tornata dall’America che le aveva portato bauli e bauli di cose preziose, quella stronzetta di sua figlia a cui era permesso di mettersi la gonna stretta a dieci anni (solo uno più dei miei) mentre io dovevo accontentarmi dei vestiti smessi delle mie sorelle; tutto quell'odio, dicevo, con accompagnamento di invidia e vergogna, lo concentrai sulla mia fetta di pane e pomodoro: con rabbia e disperazione li gettai a terra (a quei tempi non si era poi così schizzinosi per la pulizia delle strade) e me ne scappai dentro casa con l'intenzione di non uscirne mai più.
venerdì 19 ottobre 2012
mercoledì 3 ottobre 2012
Ciao M.
Amico che da poco sei partito
stringendo in mano il tuo ultimo saluto
con lo sguardo lontano del commiato
di mercoledì sera ci hai lasciato
Nei giorni della lotta e di speranze
non ti sei mai arreso al fato ostile
con forza di leone hai combattuto
senza mai abbandonare il tuo sorriso
Avendo perso tutte le battaglie
l’hai chiamata sorella ed è arrivata:
la Morte in fondo ti ha trovato vivo!
Or ti conduce per sentieri ignoti
nell’Oltremondo
nell’Oltremateria
a trasformare in vento il tuo sorriso
nel canto degli uccelli la tua voce
in fiume / mare / oceano / pioggia il pianto
dolce di nostalgia e consolazione
di chi ha tenuto un posto nel suo cuore
dove ospitarti e farti vivere ancora.
stringendo in mano il tuo ultimo saluto
con lo sguardo lontano del commiato
di mercoledì sera ci hai lasciato
Nei giorni della lotta e di speranze
non ti sei mai arreso al fato ostile
con forza di leone hai combattuto
senza mai abbandonare il tuo sorriso
Avendo perso tutte le battaglie
l’hai chiamata sorella ed è arrivata:
la Morte in fondo ti ha trovato vivo!
Or ti conduce per sentieri ignoti
nell’Oltremondo
nell’Oltremateria
a trasformare in vento il tuo sorriso
nel canto degli uccelli la tua voce
in fiume / mare / oceano / pioggia il pianto
dolce di nostalgia e consolazione
di chi ha tenuto un posto nel suo cuore
dove ospitarti e farti vivere ancora.
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