domenica 30 aprile 2017

Chi non muore...

Serata strana: mi son detta "ora provo a fare un giro dalle parti del blog". E l'ho  fatto. Ovvio che avevo dimenticato ancora una volta la password ma la cosa si risolve facilmente...
Probabile che nessuno se ne accorga ma eccomi qui, un po' emozionata, un po' nostalgica: degli incontri belli fatti attraverso il blog, di alcuni amici che non ci sono più, delle tante amicizie così promettenti all'inizio ma che poi non si sono sviluppate; dei pochi con cui sono rimasta in contatto ma che incontro da altre parti, dove lo scambio è più veloce, spesso superficiale, spesso senza parole: basta una faccina o un pollice in su.

Beh comunque ci sono! Ammetto che avrei dovuto comportarmi meglio nel recente passato,  ma c'è stato un lungo periodo di disimpegno totale, solo pocher e video giochi: di parole e anche più scemi. Ma tant'è, mi piace "giocare con la vita e prenderla per la coda tanto un giorno dovrà finire" (citazione da indovinare).

Ora va un po' meglio: mi sono rimessa a studiare, faccio un corso di russo presso il Centro Linguistico di Ca' Foscari a Venezia. Torno a frequentare i luoghi della mia giovinezza (proprio in questa sede mi sono laureata una vita fa) e mi ritrovo in classe con gli universitari di oggi. E' fantastico: a mano a mano che andiamo avanti, è come se la distanza anagrafica, che di solito è come un muro invisibile, perda importanza e sbiadisca; se ne va sullo sfondo e in primo piano restano lo studio  e gli interessi in comune. Devo anche ammettere che il fatto che io me la cavi piuttosto bene (grazie alle reminiscenze della "vita fa" di cui sopra) aiuta e non poco!

E poi ho messo su un piccolo gruppo teatrale con una decina di incoscienti come me e stiamo preparando uno spettacolino (naturalmente scritto da me) che presenteremo a breve. Niente di che, chiaro, ma certamente un'occasione di cimento e di divertimento.

Insomma sono viva: vedo gente, faccio cose!


sabato 13 dicembre 2014

Rediviva

Da tanto che non frequentavo il blog che avevo dimenticato anche la password. Ne ho creata una nuova e l'ho ridimenticata.
Ora l'ho recuperata e scritta in un documento segreto per non perderla mai più, a meno di non dimenticare anche il nome del documento (eccetera eccetera...)

Perché mi sono allontanata pur tenendo tanto agli amici che frequentavo? Non lo so: forse pigrizia, forse quella leggera insoddisfazione o inquietudine che mi prendono e mi fanno procrastinare tutto ad un dopo risolutore.

In ogni caso ci sono, sono viva vegeta e pensionata (chi l'avrebbe mai detto?) e mi sembra più che normale alzarmi alle 8 e mezzo - 9 come se avessi fatto sempre così.

Ho gironzolato un po', ho avuto tanta gente per casa, ora sono a tu per tu con la mia nuova vita che necessita di qualcosa di bello e di entusiasmate, e di riprendere le fila di tanti legami, discorsi e parole...

Un saluto affettuoso a quelli che vorranno passare da queste parti e a tutti Voi un augurio e un abbraccio sincero

Nina

giovedì 28 agosto 2014

IL BANA-NINO



E' passato tanto tempo dal mio ultimo post, e da parecchio sono più o meno scomparsa anche dai vostri blog ... così, senza una ragione precisa, ma per una sensazione di vita in sospeso che mi accompagna da tempo e che mi suggerisce di rinviare tutto  a "dopo". Questo "dopo", mi dico che sia l'appuntamento col prossimo pensionamento che sto aspettando con ansia, e che sto caricando di aspettative che mi auguro non sproporzionate...
Intanto sto acquattata...
Chiedo scusa a quegli amici che in qualche modo possano aver sentito la mia mancanza, ma sappiano che ho pensato sempre a loro benché in silenzio.
Oggi sono rientrata dalle vacanze e mi è venuta voglia di anticipare qualcosa di tutto ciò che da tempo rimando a "dopo" e per prima cosa ho intenzione di riprendere a coltivare il mio blog, come fosse una pianta un po' appassita ma ancora capace di esalare buon profumo...
scusate se è poco!


Mentre mi trovavo a Bova Marina, in Calabria, dove vado ogni anno in estate (e potendo anche altre volte nel corso dell'anno) cosa che per me non significa andare in vacanza ma tornare alle origini, a quelle radici che più passa il tempo più si abbarbicano intorno al mio essere, sono andata con mio nipote Domenico a cercare una vetreria che ci era stata indicata, dovendo riparare il portoncino di casa che una qualche sassata aveva rotto.
Fortunosamente, dopo molti avanti e indietro, abbiamo trovato il posto e ci è andata davvero bene perché siano arrivati quasi all'orario di chiusura dell'ultimo giorno prima delle loro ferie. Con 40 euro (e la maestria di Domenico che ha provveduto alla sostituzione del vetro) abbiamo rimesso a nuovo il portoncino a fronte di un preventivo per un portone nuovo di 1500 euro.
Ma la cosa più bella è che proprio di fronte alla vetreria c'era un bananeto fittissimo, e tanti germogli di banano che spuntavano spontanei là in mezzo. 
Volevo chiedere il permesso di prenderne uno ma non sapevo a chi chiedere, poi feci coraggio e ne estrassi delicatamente due, riuscendo a mantenere intatte le radici, trepidando per la paura di essere scoperta e sgridata. Avvolsi con la mia preziosa sciarpa colore del mare le due creaturine e le portai a casa, poi corsi all'Ammasso a comprare un vaso e il terriccio adeguato, le interrai e le bagnai abbondantemente, pregando che attecchissero.

Nei giorni seguenti curai i bananini con amore, bagnandoli la sera e riparandoli di giorno dalla ferocia dei raggi solari calabri, ma le prime foglie cominciavano a seccarsi e corrucciarsi in tono accusatorio: perché mi ero permessa di strapparli al loro habitat? Chi ero io per decidere il loro trasferimento in via San Leo n. 18?

Continuai comunque a sperare e a bagnarli, dicendo loro parole affettuose affinché mi scusassero. Uno dei due dimostrò da subito la propria intransigenza, corrugando sempre più le foglie e rabbuiandosi tutto, l'altro se ne stava sulle sue senza sbilanciarsi, ma mantenendo il suo bel colore verde chiaro e la posizione eretta.

Le vacanze volgevano al termine ed ero preoccupata, nonostante la promessa di mia sorella di  occuparsi ancora di loro (e delle altre piante che ho sistemato sul marciapiedi davanti a casa: una splendida Yukka da me salvata anni fa da morte certa e la buganvillea che ancora tergiversa) finché due giorni fa, tornando dalla spiaggia, ho trovato che il bananino più socievole aveva allargato la foglia più esterna, che prima teneva fitta fitta e arrotolata su se stessa, facendomi capire che mi aveva perdonato e mi porgeva un gesto di pace.
 












martedì 25 febbraio 2014

PAURA DI VOLARE







L’Alcion non è un granché, mi ha assicurato un leggero intorpidimento fintantoché l’aereo era fermo e durante gli spostamenti a terra, quando ancora mi illudevo che avrei potuto addormentarmi. Carlo me l’aveva assicurato raccomandandomi di prendere solo mezza pastiglia, mezz’ora prima del volo. L’ho buttata giù mentre ero in coda per l’imbarco, una pastiglietta blu oblunga che ho spezzato con l’unghia spezzata del pollice. Anche là, poco o nullo l’effetto della cura al Bioscalin che avrebbe dovuto assicurarmi rafforzamento di unghie e capelli. Le unghie mi si sfaldano ancora e di capelli, stamattina, dopo la doccia, me ne son trovati in mano da farci un tupè! Li ho gettati nel water salutandoli con dispiacere  e tirando subito lo sciacquone per non soffrire più.
Tornando al volo, al momento è liscio, senza ballaballa, ma all’arrivo mi pare sia previsto brutto. Capisco abbastanza gli annunci in spagnolo, anche se parlano a macchinetta, ma naturalmente spero che tormentosa abbia in quella lingua un significato meno pregnante che in italiano. Che sia come si dice un falso amico e magari voglia dire al massimo pioggia leggera…
Non ho l’orologio per cui non posso controllare lo scorrere del tempo. Né chiedere al mio vicino, uno spagnolo con tanto di moglie che si legge pacifico uno di quei giornali di bordo noiosissimi che paiono scritti in epoche e mondi paralleli. Forse comunque per darmi un tono ne sfoglierò uno anch’io, nella speranza che pagina dopo pagina mi aiutino a trascorrere qualcun altro dei novanta minuti previsti.
Fuori c’è un bel sole, la vicina ha tirato giù la tendina perché è proprio accecante. Ci contavo stamattina, lungo la tangenziale per l’aeroporto, che eravamo immersi nella nebbia.
Di dormire non se ne parla: nada!
Allora dedico qualche pensiero alle mail che ho trovato ieri e stamattina. Ieri mi ha scritto Diana. Mi ha fatto piacere perché si è detta vogliosa di riprendere il laboratorio di scrittura e che forse verrà anche la sua amica Laura. Poi mi ha risposto Riccardo a cui avevo mandato un messaggio e gli dicevo che il suo libro l’ho letto. Ho cercato di essere onesta senza essere tranchante: gli ho fatto i complimenti per il bel modo di ricordare i propri genitori e per le fotografie che hanno dato una grossa mano a rendere l’atmosfera di quegli anni così diversi pur senza essere molto lontani.
Naturalmente non ho parlato dello stile scolastico, né degli svarioni incontrati qua e là, né della stampa disastrosa piena di refusi, mezze pagine vuote ecc. (un lavoro molto poco professionale che lui avrà profumatamente pagato).

Di questo però mi riprometto, semmai, di parlargliene a voce, mettendolo in guardia per la prossima pubblicazione, se proprio ne dovrà fare ancora (nel qual caso potrò offrirmi come correttore di bozze).
In ogni caso sono soddisfatta dell’esito: pur essendomi sentita onesta con me stessa, Riccardo si è detto onorato del mio giudizio. Missione compiuta. Lunga parentesi: da quando ho visto il film Il favoloso mondo di Amelie ho dato un nome a ciò che prima classificavo genericamente come inclinazione alla gentilezza. Ho capito che ho una missione da compiere, quella di essere il facilitatore dell’altrui autostima. Intendiamoci, non di tutti gli “altrui”. C’è gente che detesto e che potrei schiacciare come pidocchi, ma di coloro che ai miei occhi se lo meritano. O perché vicini al mio sentire o perché – benché lontanissimi – sanno convincermi, per sfighe continue e vicissitudini infelici, che anche per loro sarebbe giusto un po’ di vento in poppa. Ed ecco che qui intervengo con pensieri parole ed opere.
 Mi viene in mente un viaggio fatto tra Calabria e Sicilia qualche anno fa (un gran giramento di pullman, treni locali, soste ripetute, trasbordi  da un mezzo all’altro con bagagli senza ruote) in compagnia di una suora di paese  che si recava in città e mi si era attaccata  come una cozza. Vestita di bianco multistrato sotto un implacabile sole calabro del mese di agosto, baffuta e in modo disarmante posseduta dall’ignoranza.
Le feci compagnia tutta la mattina, chiedendole della sua giornata, dei suoi interessi (zero), dandole un rinforzo positivo per ogni pensiero appena articolato che riuscisse a formulare, comprese ricette di cucina. Naturalmente me ne guardai bene dal comunicarle il mio inveterato ateismo, così come la considerazione poco lusinghiera che ho del clero e di qualsivoglia forma di credo religioso. Quella suorina era troppo al di là. Giunta a destinazione, mi salutò abbracciandomi.
Ma perché invece che una missione non potrebbe essere una professione? E perfino redditizia?  Ecco un'altra idea da perfezionare. Già, perché io sono piena di idee super eccellenti che se solo solo le mettessi in pratica, giuro, potrei diventare ricca e famosa! Qualcuna? Ad esempio l'agenda biennale (non avete notato quante volte, passato l'anno, l'agenda è ancora lì, quasi tutta vuota?) Ho pensato ad un metodo per poterla riusare che per precauzione non vi spiegherò, ispirato al gratta e vinci... O il banchetto mobile incorporato al vestito per l'elargizione di consigli sentimentali... O il filtro nasale contro le allergie da polline... O gli impianti dentro il naso di fiori di gelsomino... Cose di questo genere insomma.
 
Dodici e diciotto: ho sfidato le mie paure/superstizioni che mi fanno tenere spento il cellulare per tutto il volo, anche se mi pare di aver sentito che ciò è indispensabile solo nelle fasi di decollo e atterraggio. Dunque lo riaccendo tenendolo nella borsa, giusto il tempo di vedere l’ora, congratulandomi con me, con l’Alcion, con questo quadernetto regalatomi qualche giorno fa dalla mia amica (ex cara) Roberta e con questa penna acquistata l’altro ieri in cartoleria.

Ci sono andata a fare la fotocopia della carta di identità. Siccome dovevo pagare  solo 30 centesimi e non avevo moneta, presi pure una penna che mi era totalmente inutile essendone piena sia in ufficio che a casa. Ma adesso che scivola morbida sulla pagina me ne compiaccio e ammetto che ne è valsa la pena. Con la sua scorrevolezza facilita la trascrizione dei pensieri e riduce al minimo l’accavallarsi in uscita delle parole.

È un po’ così che lavoriamo nel laboratorio di scrittura: non proprio e non solo flusso di coscienza, ma riconoscendo una qualche vita propria agli strumenti dello scrivere  che, se sono in gamba (come questo quadernetto e la penna speedy), ti possono condurre a gran velocità verso mete impensate, provvedendo loro, con un volta pagina o con una sbavatura dell’inchiostro a farti seguire itinerari imprevisti pieni di svolte, pause, curve, salti e scarti nel tempo e nello spazio.

…Sono indecisa se tentare la carta del bagno: in genere è una manovra che ha il potere di rilassarmi ma ormai suppongo che a breve inizierà l’atterraggio (non oso riaccendere il cellulare!)
La fase che statisticamente dovrebbe essere più a rischio a me piace. La tormentosa ancora non si vede e stiamo gradatamente scendendo. Pregusto il momento in cui si potrà rivedere il paesaggio con le macchinine sempre meno giocattolo e gli uomini sempre meno formiche. Le ciminiere delle fabbriche quasi camini per un caldo fuoco in calda casa dove di sicuro vivono calde famiglie…

In definitiva, a mano a mano che andiamo giù è come se sentissi di aver compiuto il mio dovere, rassicurata falsamente dall’assurdo pensiero che un impatto da cento metri d’altezza sia comunque preferibile ad uno da ottomila.

Boh! Adesso smetto, stiamo andando giù di gran carriera e il cielo è sempre più blu.

Siamo atterrati: Dio! Come adoro gli scossoni del carrello!!!

venerdì 31 gennaio 2014

IL SAPORE DELLE MANDORLE FRESCHE



L’ho imparato la scorsa estate da Jole: se metti a bagno le mandorle secche in acqua fredda e le lasci qualche ora in frigo, poi potrai togliere facilmente la loro pellicina e sarà come mangiare mandorle fresche. Così lo faccio spesso perché mi piacciono, fanno bene, non ingrassano.
E mentre me le gusto, trattenendole in bocca il più a lungo possibile, il loro sapore mi riporta indietro nel tempo. Parecchio indietro. Mi riporta a Francesco…
A quella mattina di una vita fa,  in spiaggia, che rompevamo le mandorle fresche con i sassi  e ce le mangiavamo… a quella corsa mano nella mano fino agli scogli, con lui che mi tirava e mi faceva volare… A quella piccola cavità naturale dopo la rocca bianca che ci nascondeva allo sguardo degli altri e a quel bacio col sapore di mandorle che si mischiava nelle nostre bocche.
Mi pareva che in quell’estate dei diciotto anni fosse finalmente arrivato il mio momento di vivere! Finito il liceo, mia mamma non avrebbe più saputo trattenermi e infatti a settembre sarei andata a Milano, da una delle mie sorelle. Finalmente libera avrei potuto assaggiare il succo vero della vita!
Mi sarei iscritta a russo alla Statale e la cosa mi sembrava piuttosto affascinante, ma ancor di più scalpitavo all’idea di me in prima fila nelle battaglie libertarie del movimento studentesco, eroina della civiltà, “alfiere del libero pensiero”!
Ed ecco che arriva a Bova Francesco, ospite di nostri parenti lontani e anch’egli parente lontanissimo, una testa piena di capelli ricci (alla Angela Davis per intenderci e per chi sa chi fosse) e bellissimo. Molto ma molto diverso dai ragazzi che avevo conosciuto fino ad allora, anche di quelli che mi erano sembrati i migliori. Per certi versi strano e sconcertante.
Incredibile, aveva ammaliato anche mia madre che in genere teneva lontano da casa qualsiasi esponente di sesso maschile di un qualche interesse e lo coccolava con i bocconcini più gustosi.
Francesco era di Reggio, ma aveva passato tanti anni in collegio e ora studiava in Germania, ad Heidelberg. Antropologia culturale, materia di cui sentivo parlare per la prima volta ma che mi infiammò subito: avevo solo una pallidissima idea di cosa significasse, né sapevo quale  fosse il programma di studio, ma di sicuro era la cosa più interessante del mondo e avrei mollato senza rimpianti il mio russo se solo fosse stato possibile!
Grazie al cielo comunque Francesco trovava che Lingue fosse la scelta migliore, purché non mi fossi fatta distrarre, arrivata a Milano, proprio da ciò che in effetti mi attirava come una calamita, l’attivismo politico.
Lui lo snobbava e mi diceva “mi sa che ti vedremo presto con la giacchetta verde a fare la rivoluzione…”
(Più o meno ci azzeccò, ma sarà stato per qualcosa che non ho mai indossato l’eskimo, che era la divisa di ordinanza del movimento studentesco).
Disinibito come non credevo si potesse essere, ma con l’innocenza negli occhi, non come quei cretini dei miei amici con le loro battutacce a doppio senso. Mi raccontava dei rapporti avuti con ragazze di tutto il mondo, e con donne più grandi di lui. Donne esperte e perfettamente libere con le quali non avrei mai saputo competere. Io rimanevo confusa e inquieta, ma cercavo di non darlo a vedere e mi auguravo che ci fosse un po’ di posto anche per me…

lunedì 13 gennaio 2014

IL MIO PRIMO VIDEO CLIP

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Spero di esserci riuscita!
Dopo vari tentativi e molte perplessità, mi decido a pubblicare un video fatto qualche anno fa.
A suo tempo fu pubblicato da Alec su My Space e lì ricevette alcune critiche che lo indussero a toglierlo.
Non dico il tenore di quelle critiche che non condivido per non influenzare nessuno.
Preferisco correre il rischio di essere fraintesa che stare a rimuginare e perciò eccolo qua: siete liberi di sparare a zero, risponderò nel merito!
Di seguito metto il testo e la traduzione della canzone:
 
(La qualità del video sarebbe migliore ma qui è venuta così!)
 
 
 


Au loin

Elle demeurait près d'une étable
elle fleurissait dans un jardin
elle rayonnait dans un palais, au loin

Elle etait belle et redoutable
c'est moi qui portait son cartable
nous marchions vers l'ècole  au loin

Pour engager la discution
je sifflotait une chanson
et rallait du poid du cartable, de loin

Elle rèpondait sans compation
que son cartable n'était pas plein
et qu'on n’était plus… très loin

Au loin , dèjà au loin
                                 Au loin deja au loin
                                 Au loin deja au loin...

Quand on arrivait a l'école
je lui rendais toutes ses affaires
Pierrot singeait mon mal de dos , au loin

Je m'approchait de mes copains
en m'vantant d'ma nouvelle affaire
je la regardait, de loin

(
ritournelle)

A la sortie dans la soirée
je m'proposait de l'accompagner
elle m'envoyait jouer  plus loin

Mais j'espèrait la rattraper
pour enfin lui prendre la main
loin des regards moqueurs, au loin.

(
ritournelle)

Je me pressait pour la rejoindre
et la trouvais sans son fardeau
Pierrot sifflotait autour d'elle  tout près

L'interaction fut redoutable
je récupérait le cartable,
non mais ho hè, A la fin.

(ritournelle)

Lontano

Lei abitava in uno stabile
Lei fioriva in un giardino
Lei splendeva in un palazzo di lontano

Ella era bella e temibile
Sono io che portavo la sua cartella
Camminavamo verso scuola lontano

 Per avviare la discussione
Io fischiettavo una canzone
E rallentavo per il peso dalla cartella, lontano

Lei rispondeva senza compassione
Che la sua cartella non era piena
E che non eravamo ormai molto lontani

Lontano, già lontano
Lontano, già lontano
   Lontano, già lontano…

Quando arrivavamo a scuola
Le restituivo le sue cose
Pierrot scimmiottava il mio mal di schiena da lontano
Mi avvicinavo ai miei compagni
Vantandomi della mia nuova storia
E la guardavo di lontano

(ritornello)

All’uscita, la sera
Mi proponevo per accompagnarla
Lei mi mandava a giocare più lontano
Ma io speravo di riacchiapparla
Per prenderle infine la mano
Lontano dagli sguardi beffardi, lontano

(ritornello)

Mi affannavo a raggiungerla
E la trovavo senza il suo carico
Pierrot le fischiava attorno da vicino
Lo scontro fu spaventoso
Io recuperai al cartella
Ma alla fine….

(ritornello)

 

domenica 29 dicembre 2013

Buon 2014!

Buon anno a tutti!
Scusate la latitanza, che continuerà ancora un poco perché oggi parto e me ne vado a Bova per una settimana.

Un saluto con allegria a tutti gli amici e prometto che nell'anno nuovo sarò più buona.


 
A presto
 
ciao

mercoledì 18 dicembre 2013

sabato 30 novembre 2013

C'è lavoro e lavoro!


Una precisazione: giuro e spergiuro che trattasi di invenzione e di pura fantasia!
(nel caso mio marito, che non ha mai frequentato questo blog, dovesse inopinatamente capitare da queste parti)

Io non faccio niente.
Chiaro che lavoro, ma che vuoi che sia? Non è che mi ammazzi. Non lascio niente indietro, faccio tutto ciò che devo al meglio che so fare, ma non è che questo mi impegni un granché. E poi dico che mi piace essere spremuta come un limone: almeno non mi annoio.

A casa mi occupo un po’ della casa e più che altro di cucinare (veramente negli ultimi tempi, da quando mio suocero è venuto ad abitare con noi, cucino un po’ di più, cena per cena e pranzo per l’indomani quando sarò al lavoro) ma dopotutto…

Ok, ok… ogni tanto accetto qualche altro impegnuccio lavorativo. Quando mi capita, insegno nei corsi per adulti: materie non particolarmente allettanti, sia chiaro. Conoscenze e competenze mutuate dal lavoro principale. Non mi pagano molto ma siccome che il mio lavoro sarebbe stato quello dell’insegnante, soprattutto mi piace farlo e non mi stanca.

Curo anche l’orto, non lo nego, ma solo d’estate. E bado alle piante ma solo perché mi sono indispensabili per vivere.

Solo raramente mi butto in qualche impresa, ma molto meno di un tempo.  In passato ne facevo di cose, ve lo giuro, ma ora la pigrizia mi invade sempre di più e ho un bel dirmi che devo rimettermi in carreggiata,  darmi una mossa, smetterla di giocare al computer, che sono un pessimo esempio in famiglia e per le future generazioni!
Comunque, tanto per dimostrare che la coscienza mi rimorde, sto organizzando col mio amico Agostino un corso per imparare a fare le riprese con la telecamera e il  montaggio dei video. E Poi forse in primavera riparto con un altro corso... Si vedrà!
 
Chi invece non si risparmia è mio marito. Tanto che è sempre stanco. Lui è stanco per contratto.
Pur essendo in pensione da più due anni, poverino, le incombenze familiari non gli danno tregua.

Tipo fare la spesa: esce di casa almeno quindici volte al giorno e compra un articolo alla volta, quindi alla fine non ne può più e torna a casa con l’umore rivoltato (metti che ogni due - tre uscite si sia fatto un’ombretta, tanto per rinfrancarsi, questo aiuta...)

O fare il bucato. Qui devo ammettere che il compito è di massima responsabilità. Ma va sottolineata la sua meticolosità e precisione nel dominare la materia bruta. Non è certo cosa da poco far sì che articoli assortiti, confusionari nei colori,  ribelli e anarchici in entrata, vengano restituiti dalla lavatrice perfettamente domati e uniformi. Per lo più grigi, ma anche rosa o azzurrini, o tendenti al giallo spento.

Caricare la lavapiatti, poi, per mio marito è una scienza esatta che presuppone alte conoscenze idraulico-ingegneristiche delle quali io sono totalmente digiuna. Perciò, se mi viene il ghiribizzo di metterci dentro i piatti dopo mangiato, dovrò accettare, va da sé, la sua intransigente supervisione.

La scienza è scienza!

E la scienza meteorologica?

Aggiornatissimo anche in quella: legge le previsioni del tempo su internet almeno una decina di volte al giorno (tra un’uscita e l’altra)  e devo confessare che poi, il più delle volte, ci acchiappa.

Certo non ha vita facile, anche perché deve assolvere ad una esemplare funzione educativa sia nei confronti di nostra figlia, che al momento abita più o meno dalle nostre parti, che di suo padre (al quale oltre a predicare tutto il santo giorno il giusto stile di vita, deve anche urlare dato che è sordo come una campana) che con me che, lo ammetto, sono piuttosto indisciplinata e neghittosa e appena ho un attimo di tempo mi metto a giocare a ruzzle. E tutto questo lo stanca, lo snerva, lo esaurisce, lo assorbe totalmente (ha una missione da compiere, lui!) e non gli consente di coltivare quegli interessi, quelle passioni che pure avrebbe, come no, ma che momentaneamente soddisfa con l’acquisto di manuali e strumenti tanto più sofisticati e ingombranti quanto inutilizzati…

 

 

 

 

mercoledì 6 novembre 2013

LA VITA SENZA NEVA


Carlo è appena uscito dalla porta
Un giorno felice dopo una lunga corsa sulla spiaggia
Portandosi via la nostra Neva
Pastore tedesco  di otto anni e poco più
Vanno da Elisa, l’amica di Carlo e di Neva
La veterinaria che con una carezza e una puntura
La farà dormire dolcemente
Per sempre
Non sentirà più male alle zampe
Non scivolerà più sul pavimento
Non inciamperà e non sbanderà
Sbattendo contro i mobili di casa
Non passerà ore e ore  abbandonata a terra
Con negli occhi una domanda muta
E non mi correrà più incontro
Come ha fatto ancor oggi al ritorno dal lavoro
Galoppando sghemba  con le zampe unite
Per poi schiantarsi dolorante e offesa

Addio  Neva  ora piango.

lunedì 7 ottobre 2013

RI-PRO-POSTA

Versi che avevo postato all'inizio della mia presenza nel blog e che erano stati letti solo da due persone (che ancora ringrazio)
Il tema mi sta a cuore e li ripropongo



FIGLI

Quando non penso a voi con le parole
ma solo col pensiero primordiale
sempre nella mia testa c'è animale
la vostra presenza accanto a me

Figli oramai cresciuti
lontani allontanati
voi abitate
mondi a me sconosciuti
E il sole del mattino non fa sconti
a illuminar tramonti!

Qui la vita si allenta
si perde la fatica
e col pilota automatico innescato
arranco nelle mie giornate
ascoltando canzoni
inseguendo ragioni

Al crocevia dei rancori
impavida gestisco
in equilibrio tremulo
speranza e malumori

Sul bordo al limitare
le intirizzite piume sto a spulciare

Quando va male aspetto
sospendo le intenzioni
abbasso le emozioni
sto acquattata
ha da passa’ a nuttata.

mercoledì 11 settembre 2013

Hic sunt leones


Il viaggio prima del viaggio



Settembre 1999. Sono a casa mia, seduta al tavolo di cucina con Carlo, mio marito, eccezionalmente è presente anche mia sorella Serena.
La scena che segue è lei in genere che la racconta “con mucho gusto”.
Premette che bisogna tenere a mente quella famosa sequenza del film “Ricomincio da tre” in cui Massimo Troisi, precipitatosi in bagno con una scusa, dà libero sfogo alla propria gelosia (a cui l’ideologia post sessantottina del film non dava diritto di cittadinanza) ripetendosi allo specchio lo scambio di battute appena avuto con la sua ragazza:
“E tu, hai mai fatto l’amore con un altro?”
“Sì, certamente!”
“PAH!” (un colpo al cuore)…

Dice che la reazione di Carlo assomiglia tanto a quella del protagonista: al mio annuncio che sarei andata in Africa e che non stavo scherzando ma facevo sul serio, non osò dire che la cosa non gli andava giù e che non ne voleva sapere. Cercava di demotivarmi, adducendo perplessità, complicazioni, impedimenti pseudo-logici, ma era come se dentro di sé si ripetesse:
“Vado in Africa…”
“PAH!...”
Il fatto è che ero veramente decisa e quindi tutte le obiezioni, tutti gli ostacoli anche di natura economica frapposti da mio marito, si infransero contro la mia serena fermezza e non ci fu verso di smontarmi. Alla fine se ne fece una ragione.
Mi ero da sempre trastullata col pensiero che prima o poi sarei andata in Africa e anche lo dicevo, ma naturalmente in casa nessuno ci faceva caso e neanch’io mi prendevo troppo sul serio.
Quella volta però Bruna mi aveva convinta a rompere gli indugi: saremmo partite a metà gennaio.
Bruna era una mia amica, ex ostetrica dei consultori familiari che anni prima, raggiunta la pensione (erano i bei tempi dei diciannove-anni-sei-mesi-un-giorno) se ne era andata in Senegal e vi aveva vissuto per più di sei anni.
Io l’avevo conosciuta poco ai tempi del consultorio, ma quando lei aveva scritto dall’Africa ai suoi ex colleghi, chiedendo un piccolo aiuto per sostenere agli studi alcuni bambini Thiès, vicino Dakar, dove aveva avviato un ambulatorio ostetrico, le scrissi e iniziai a darle una mano per la raccolta dei fondi. Da lì restammo in contatto e lei tante volte mi invitò a raggiungerla. Io dicevo che sì, mi sarebbe piaciuto andare e che di sicuro ci sarei andata, ma più avanti…
Adesso che era rientrata in Italia e aveva in programma un viaggio in Senegal, capii che non avevo più scuse: ora o mai più.
Iniziò subito il mio tam tam e così si aggregarono entusiaste le mie sorelle Serena e Jole, più Alessandra, aspirante regista teatrale nonché presunta amica.
Il tempo previsto per la partenza si avvicinava ed io, una volta superato lo scoglio “comunicazioni ufficiali”, ero eccitata all’idea, ma anche vagamente oppressa dal pensiero di quelle tante ore di aereo che mi aspettavano: ogni volta che ci pensavo mi veniva un tuffo al cuore, o un vuoto allo stomaco o come altro vogliamo dire. Il fatto è che io - se proprio devo - l’aereo anche lo prendo. Ma quando la cosa è ormai decisa, con tanto di biglietto acquistato, ecco che la data del viaggio diventa lo spartiacque della mia vita. Il prima sono i giorni che mi restano sereni, quieti e per niente disprezzabili, poi c’è la grande prova e poi forse il nulla o, se tutto va bene, un’esperienza sicuramente affascinante ma che a ben vedere perde attrattiva a mano a mano che si avvicina. Naturalmente le maggiori preoccupazioni sono concentrate sul volo di andata, perché mi dico: che almeno mi possa godere la vacanza… La quale, in ogni caso, sarà un po’ avvelenata dal pensiero del viaggio di ritorno…

Dunque si parte: preparativi e grandi manovre, bisogna lasciare tutto in ordine, si danno indicazioni e si fanno raccomandazioni come fosse un testamento. Nel frattempo mia sorella Serena mi telefona che non vuole più partire, le è venuta la cagarella anche a lei: mi chiama per chiedermi di annullare la sua prenotazione, che non se la sente più, troppo lontano, lasciare i bambini troppo da soli, troppi soldi, troppa fifa…
Quella volta reagii diversamente dal solito: le dissi che non sapevo se era possibile disdire la prenotazione ma che soprattutto non volevo farlo: era stata lei a decidere di venire in Africa e ora non tirasse fuori scuse o ripensamenti dell’ultima ora, e soprattutto non mi addossasse incombenze sgradevoli (e, in fondo in fondo, sentivo che non poteva lasciarmi sola ad affrontare eventuali catastrofi). Si convinse.
L’altra mia sorella, Jole, era abituata ai viaggi intercontinentali, era stata in tanti posti in Europa e più volte in America: una vera donna di mondo. Quindi arrivò da Milano, il giorno prima, carica come un mulo.
Partenza da casa mia alle cinque di mattina, passando per Mestre - via Rielta - a caricare Bruna e poi all’aeroporto Marco Polo, dove ci saremmo incontrate con Alessandra, proveniente da Padova. Da lì volo per Bruxelles e poi Bruxelles- Dakar.
All’aeroporto, a quell’ora di mattina, in attesa di avere notizie del volo, gironzolavo un po’ dandomi un tono, quando vidi da lontano l'allora sindaco di Venezia Massimo Cacciari (stessi capelli neri di oggi). Lo salutai con la mano da pari a pari e lui da lontano mi fece un benevolo cenno di saluto.
Poi l’annuncio: l’aereo della Sabena il quale, giunto a Forlì la sera prima, avrebbe dovuto venire a Venezia per poi ripartire alla volta di Bruxelles, era rimasto bloccato a causa della fitta nebbia, e così bisognava raggiungerlo: sarebbe stato messo a disposizione dei passeggeri un autobus che ci avrebbe portato fin lì a Forlì…
Una bella scocciatura iniziare il volo via terra, ma pazienza, saliamo sull’autobus.
Fatta la tangenziale di Mestre (all’epoca ancora più intasata di oggi e rallentata dalla nebbia) mi aspettavo che imboccassimo l’autostrada. Invece l’autobus si infilò sulla Romea ad una velocità massima di 15 chilometri l’ora.
Sempre alla ricerca di spiegazioni logiche, mi dissi che evidentemente c’era una qualche regola che vietava agli autobus sostituti d’aereo di prendere l’autostrada.
Vedendo in che coda eravamo incastrati e pensando al fatto che di quel passo non saremmo mai arrivate in tempo a prendere la coincidenza per Dakar, cominciammo a rumoreggiare. Al che l’autista, con improvvida faccia tosta, ci rispose che era stato lui a decidere di non prendere l’autostrada (per risparmiare il pedaggio).
Ci imbufalimmo, ce lo volevamo mangiare perché stava mandando a monte il nostro viaggio. Lui rispondeva piccato, infischiandosi delle nostre ragioni, anzi facendo sfoggio di un’arroganza che non potevamo tollerare.
Così io e le mie sodali demmo sfoggio del nostro repertorio di lotta dura senza paura.
Sull’autobus qualcuno faceva il tifo per noi, altri se ne fregavano, tanto per loro era un semplice ritardo. Un signore molto gentile, con uno dei primi computer portatili con connessione in rete e con la vocazione del mediatore, cercava itinerari alternativi per evitare la coda.
Infine arrivammo. Scese dal pullman finalmente potemmo vedere in faccia il simpatico autista che, con tono di voce da uomo sull’orlo di una crisi di nervi, concluse così l’amabile scambio di battute: “Scommetto che non siete nemmeno sposate!” Al che noi, come tante divinità offese, gli girammo le spalle e salimmo in aereo e finalmente partimmo.
Naturalmente a Bruxell arrivammo troppo tardi…
In un aeroporto immenso, girando da uno sportello all’altro, con le addette che parlavano con noi in francese e al telefono in una lingua affascinante e strana che era, credo, fiammingo, non so come, ma riuscimmo a ottenere giustizia: quella notte l’avremmo passata in un albergo a spese della compagnia aerea che l’indomani ci avrebbe organizzato un itinerario alternativo (il volo per Dakar partiva da lì solo due volte la settimana) per portarci comunque a destinazione.
La prendemmo con filosofia: un piccolo cambio di programma con sosta in Belgio, ma almeno tutto spesato. Anzi, mia sorella Serena era più che contenta: l’albergo era ottimo e non c’era alcuna traccia di quelle orde di scarafaggi che temeva la stessero aspettando in Africa.
Prendemmo possesso delle stanze poi io e le mie sorelle uscimmo a fare una passeggiata. Eravamo in un quartiere arabo con tanti negozi di tessuti che ci parevano a buon prezzo. Così io acquistai una stoffa molto preziosa di seta bordò con fili d’oro, con cui Bachy, l’amico di Bruna di Thiès, mi confezionò poi un completo casacca e pantaloni più bello a immaginarlo che a metterlo, che finì i propri giorni trasformato in sciarpetta. Finiti i soldi che avevamo dietro, ci comprammo un gran panino arabo imbottito all’araba con carne e spezie varie da dividere in tre: lo addentavamo a turno con morsi che già prefiguravano la fame che pensavamo di dover affrontare.
La cena in albergo era self service e si poteva prendere ciò che si voleva. Ne approfittammo allegramente ma ancor di più l’indomani mattina a colazione, quando, utilizzando a mo’ di sacco una piccola federa di cuscino (recuperata da mia sorella Jole, la donna di mondo) la riempimmo sotto gli occhi allibiti degli altri ospiti di paninetti, burretti e marmellatine che ci portammo dietro e che ci durarono per tutte le colazioni della vacanza.
Per farla breve, da Bruxelles volammo a Madrid, da qui a Las Palmas e finalmente alla volta di Dakar dove giungemmo verso la mezzanotte e con un solo giorno di ritardo.



(continua, forse)



mercoledì 28 agosto 2013

LA CASA DI TRIPEPI


Ho vissuto per i primi sei anni della mia vita i una casa a Tripepi, un rione di Bova Marina, paesino che si incontra percorrendo la strada provinciale (che noi chiamiamo nazionale) da Reggio Calabria verso Taranto e viceversa. Tutte le case di Tripepi davano direttamente sulla strada, al di là c'era la ferrovia e subito dopo la spiaggia e il mare... Dunque alla prima stanza si accedeva direttamente dalla strada ed aveva diverse funzioni. Ci dormivano i miei genitori nel letto grande e anch’io, in un lettino vicino alla porta, sulla sinistra entrando. Era anche la stanza di ricevimento: se arrivava qualche ospite, gli si portava una sedia facendolo accomodare vicino l’uscio, sempre aperto sulla strada.
E studio: a destra, sotto la finestra,  c’era un tavolo con la radio, una di quelle grosse di una volta, con la manopola del volume e quella per cercare le stazioni. Muovendola, si spostava una barretta verticale e dietro scritte fitte e numeretti, bisognava indovinare il punto migliore per captare il segnale,  tra rumori che mi parevano suoni poco urbani o scrosci di temporale.
Quello era il regno di mia sorella Tita, che studiava ragioneria a Reggio e grazie alla radio riusciva a concentrarsi, estraniandosi dal contesto familiare, dalla confusione di noi bambini che correvano avanti e indietro e dalle direttive a raffica di mia madre.
Sul fondo, sempre a sinistra, c’era la porta che introduceva alla seconda stanza, quella in cui dormivano Tita, Cilla, Nanda, Jole, Serena e Fiorenzo (ne mancano ancora due all’appello: Chicca, la più grande e Pino: di loro non ho ricordi in quella casa perché erano andati via che ero troppo piccola).
Al centro di questa seconda stanza c’era un tavolo quadrato attorno al quale mangiavamo, chi sulla sedia, chi sul “casciuni”, la grossa cassapanca che serviva da contenitore, da sedile e da letto.
Poi si usciva in cortile: a destra c’era destra una cucinetta a legna. Un po’ più avanti, sulla sinistra, il gabinetto: un buco praticato sul pavimento con attorno una specie di gabbiotto senza porta.
In fondo uno spazietto recintato in cui tenevamo qualche gallina.
Mi ricordo che di affitto pagavamo tremila e cinquecento lire al mese.
Ogni tanto, quando torno a Bova, ci passo davanti ma non la riconosco più, è stata modificata, spostate le porte, chiusa la finestra e chissà che altro. Ma se mi capita di passare dalla parte di dietro, quella dei giardini su cui si affacciava il nostro cortiletto, ho come un tuffo al cuore e mi vengono in mente tanti episodi vissuti da quelle parti.
Mi ricordo quando, all’inizio dell’autunno, alle prime pioggerelline, rientravamo dal cortile con un asciugamano in testa e andavamo bisbigliandoci all’orecchio una all’altra: “mi rrivau na goccia d’acqua e mi dissi chi tu si storta” o altri scherzetti rituali e scaramantici, come quando mio fratello Fiorenzo, offeso per un presunto torto subito, se ne stette tutto un pomeriggio seduto sul “casciuni” con l’ombrello aperto “Così faccio malaugurio e muoio”, o quando nel cortiletto mia sorella Serena si sedette su una gallina e le tirò il collo (la buontempona di nostra zia Carmeluzza le aveva detto che così le faceva fare le uova con due rossi).
Quando ero piccola misuravo tutto col metro della mia casa. Se pensavo alla Madonna, la vedevo con il mestolo in mano a dispensare la minestra ai suoi familiari, proprio a quel tavolo quadrato della nostra seconda stanza; quando mio padre mi raccontava la storia di “Mastru Cicciu senza paura” che contava una a una le mosche che erano finite nel suo piatto di lenticchie, ed erano centocinquanta, io me lo immaginavo che le tirava su una per una dall’aluzza, e le appoggiava sul ripiano tra la cenere della nostra cucinetta…

 Ho sempre amato le novità e i cambiamenti, è il mio carattere, e anche quella volta che abbiamo cambiato casa ero contenta, soprattutto perché saremmo andati ad abitare al primo piano che per me era come salire un po’ sulla scala sociale, e poi eravamo in paese, e poi c’erano tre balconi e un gabinetto vero con tanto di sciacquone…
Ma già dopo un po’ di mesi che abitavamo nella nuova casa, io sognavo di tornare a Tripepi.

sabato 24 agosto 2013

Benritrovati!

Con una poesia vi ho salutato alla partenza per le vacanze, e con un'altra poesia mi ripresento.
Come vedete, la letteratura francese la fa da padrona, con poeti per me veramente grandi.
Un piccolo appunto: questa che segue, l'ho recitata in uno spettacolo, ai tempi mitici della mia attività teatrale.
Agli amici prometto che presto riprenderò con le cose mie e interessandomi delle loro.


Le Coeur volé

Mon pauvre cœur bave à la poupe,
Mon cœur est plein de caporal;
Ils lui lancent des jets de soupe,
Mon triste cœur bave à la poupe:
Sous les quolibets de la troupe
Qui pousse un rire général,
Mon triste cœur bave à la poupe
Mon cœur est plein de caporal!
Ithyphalliques et pioupiesques,
Leurs insultes l’ont dépravé.
À la vesprée, ils font des fresques
Ithyphalliques et pioupiesques,
O flots abracadabrantesques
Prenez mon cœur, qu’il soit sauvé!
Ithyphalliques et pioupiesques
Leurs insultes l’ont dépravé!
Quand ils auront tari leurs chiques,
Comment agir, ô cœur volé?
Ce seront des refrains bachiques
Quand ils auront tari leurs chiques :
J’aurai des sursauts stomachiques
Si mon cœur triste est ravalé :
Quand ils auront tari leurs chiques,
Comment agir, ô cœur volé?

                                                  Arthur Rimbaud


 IL CUORE TRAFUGATO

 Il mio triste cuore sbava alla poppa,
 il mio cuore ricoperto di trinciato:

 gli gettano addosso schizzi di zuppa,
 il mio triste cuore sbava alla poppa:
 tra i lazzi mordaci della truppa
 che erompe in un riso generale,
 il mio triste cuore sbava alla poppa,
 il mio cuore ricoperto di trinciato.
 Itifallici e militareschi

 i loro versi l´hanno depravato!
 Negli affreschi vedo al timone
 Itifallici e militareschi.
 O flutti d´abracadabra,
 prendete il mio cuore, che sia nettato!
 Itifallici e militareschi
 i loro versi l´hanno depravato!
 Quando avranno buttato le loro cicche,
 come agire, o cuore trafugato?
 Saranno singulti bacchici
 quando avranno buttato le loro cicche:
 avrò lo stomaco sottosopra,
 io, se il mio cuore è ricacciato:
 Quando avranno buttato le loro cicche,
 come agire, o cuore trafugato
?

venerdì 26 luglio 2013

Oggi Charles Baudelaire

Me l'ha fatta venire in mente stamattina un amico blogger, anch'egli poeta.
Così l'ho cercata su internet e la posto, questa poesia per me splendida
(e che mi ricorda momenti ruggenti dei tempi dell'università)
augurando a tutti noi simili incontri!

Aggiungo i miei saluti prima di partire per le vacanze,
CIAOOOOOOOOOOO

À une passante

La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet ;
Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son œil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.
Un éclair… puis la nuit ! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité ?
Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !

A una passante

La strada rintronante sbraitava intorno a me.
Alta, sottile, in lutto, dolore maestoso,
una donna passò, con la mano solenne
sollevando e reggendo l’orlo del suo vestito.
Nobile e svelta, con le sue gambe statuarie.
Io succhiavo, contratto come uno stravagante,
dentro i suoi occhi, cielo che cova un uragano,
la dolcezza che incanta e il piacere che uccide.
Un lampo… e poi la notte! Bellezza fuggitiva,
il cui sguardo mi ha fatto rinascere di colpo,
non ti rivedrò più fino all’eternitá?
Lontano, via di qui! E troppo tardi, o mai!
Dove fuggi, non so; tu non sai dove vado.
Ma avrei potuto amarti e tu, tu lo sapevi!



domenica 21 luglio 2013

Disavventure di un "rompi-scatole"





Posto, con il suo consenso, la mail ricevuta ieri da uno dei miei nipoti francesi, Dominique, che a mio parere è un perfetto monologo di cabaret. Penso che più di uno di noi si riconoscerà nelle situazioni descritte. Io l'ho trovato veramente divertente, non so voi...
"Al giorno d'oggi, con tutte le organizzazioni, enti e comitati di difesa del consumatore, non capisco perché c'è  ancora una categoria di professionisti che sfuggono a qualsiasi critica e continuano indisturbati a rovinarci la vita.
Parlo logicamente dei produttori di imballaggi di ogni tipo.
Prendiamo per esempio una scatola di formaggini
Bisogna prima tirare un filo per aprire la scatola in 2. Massimo dopo 3 cm, il filo si spezza oppure devìa verso una destinazione sbagliata.
Dopo aver aperto con un coltello la" #@]~ " scatola e preso un formaggino, sorge la seconda prova, quella del nastrino rosso che dovrebbe in uno strappo dare alla luce il contenuto e aprire la carta argentata come per magia. Sistematicamente ti ritrovi impiastrato di formaggino che mangi con tutta la carta (e nastrino rosso) che poi sputacchi.
Questo nastrino rosso o trasparente ( non so perché non ci sono altri colori) è diffusissimo: sigarette, pacchi di buste, chewing-gum, e altri mille oggetti. Non funziona MAI.
Altra categoria, le barchette di insaccati, con un cellofan trasparente che in un angolo dovrebbe scollarsi facilmente (come detto nella scritta "apertura facile") ma che neanche con un pinza si stacca di un millimetro.
Generalmente, dopo qualche minuto di nervosismo crescente, soprattutto dato che c'è sempre qualcuno che ti dice " dallo a me, che lo faccio io" finisce con lo sventramento a coltellate della dannata plastica.
Abbiamo poi i pacchi con chiusura ermetica dopo apertura (tipo formaggio grattugiato) che, visto che già non riesci ad aprirli, non parliamone di richiuderli.
Il più delle volte il poco di formaggio che sei riuscito a recuperare sul tavolo, o per terra per i più maldestri, lo rimetti nel mezzo sacchetto che ti è rimasto in mano e lo chiudi con un elastico o una molletta.
Per finire dirò qualche parola sulle confezioni tipo "Blister" di oggetti per lo più metallici, come spillatrici, perforatrici, ma anche lampadine, e tanti altri oggetti.
Qui il problema è la durezza allucinante della confezione: dopo esseti spezzato le mani per dimostrare che sei un uomo forte, e dopo aver utilizzato una chiave, per non far a vedere che non ce la fai, ti  risolvi a trovare un coltello, ma qui la plastica si piega e se non c'è un aiuto devi sbrogliarti con i denti, a tenere teso il bordo per poter tagliare quella ##@#@ dannata plastica. Se non finisci con un labbro di coniglio sei fortunato. Oppure, se sei fortunato e ordinato, utilizzi la forbice. Non ti dico lo stress quando compri una forbice sotto Blister.

Ecco per oggi basta, ma chi non ha mai avuto a che fare con queste trappole (impunite) moderne, mi butti la prima pietra. 
Dal fronte
Mike"
P.S. Un altra volta parleremo dei sacchetti in amido biodegradabili che si squagliano sotto la pioggia...

giovedì 11 luglio 2013

L'AFRICA PER ME


veduta dal nostro cortile



Quanto tempo è passato? Sembra una vita fa eppure sono solo tredici anni che mi separano da quella vacanza memorabile in Senegal.
Veramente Alessandra, una di noi cinque , cercava di darsi un tono attribuendosi la patente di viaggiatrice, per non dire esploratrice o studiosa antropologa e continuava a ripetere che lei non era una turista. Sarà...

Avevamo affittato una casetta sulla riva dell’oceano e facevamo la spesa e ci preparavamo da mangiare su una cucinetta a gas non proprio avveniristica e per quei 22 giorni che durò la nostra vacanza ci illudemmo di fare la stessa vita degli abitanti. 
mia sorella Jole ai fornelli

Vero è anche che Bruna - la nostra capo-branco - aveva vissuto in Senegal per ben sei anni e si era anche sposata con un senegalese (dal quale aveva prontamente divorziato) e contrattava e litigava al mercato come una del posto, mentre noi che eravamo alla prima esperienza d’Africa eravamo inizialmente pervase da un buonismo appiccicoso che ben presto (almeno a me) risultò emanare un tanfo di paternalismo di cui cercai di liberarmi, non sapendo però bene quale fosse la strada meno accidentata.
Dunque dicevo quella casetta… al nostro arrivo, che avvenne di notte, mi sembrò una catapecchia insidiata dagli insetti nella quale non avrei mai e poi mai potuto chiudere occhio. Mia sorella Jole fece una mezza tragedia dicendo che lei là non ci dormiva e che voleva andare in un albergo. Mia sorella Serena, che aveva già avuto una crisi prima della partenza e voleva rinunciare al viaggio: troppo lontano, troppi pericoli, troppi scarafaggi… continuava a dire “chi me l’ha fatto fare, se volevo stare in una casa diroccata non bastava S. Pasquale?”
Sarà stato per contenere le loro ansie che non diedi sfogo alla mia e così quella prima notte le convinsi a pazientare, che domani avremmo visto. E così dormimmo tutte e tre nello stesso letto, costituito da un rialzo di cemento su cui c’era un materasso di spugna, vestite sia per il freddo che per evitare contaminazioni. Da notare che io, attenendomi ai racconti sul clima africano di Bruna, di quando diceva che passava le giornate sulla sdraio con un ventilatore davanti e uno dietro, non mi ero portata neanche il pigiama “cosa vuoi che mi serva un pigiama, con quel caldo che ti investe come un getto d’aria calda appena esci dall’aereo?” e invece, sarà stato che era fine gennaio, quella notte faceva un  freddo vero e proprio.
Così per tutte le vacanze dormii vestita, con una maglia e i pantaloni più larghi che avevo.
L’indomani mattina, come ci alzammo e dalla porta finestra che dava sulla spiaggia guardammo fuori, tutto era cambiato: subito giù dagli scalini del cortiletto sul retro, si distendeva una spiaggia infinita di sabbia dorata e finissima sulla quale alcuni bronzi di Riace si allenavano correndo o facendo flessioni. Proprio di fronte a noi, l’onda dell’oceano batteva delicata su una bassa scogliera nella quale in seguito saremmo andate a caccia di granchi, il sole splendeva rendendo scintillante il panorama e i nostri cuori.
Dopo una radicale pulizia di fondo, anche la nostra casetta aveva perso l’aria desolata della notte prima e aveva acquistato dignità. (L’anno dopo, quando tornammo, riuscimmo a riaffittarla e mi commossi fino alle lacrime: già allora cominciava ad attecchire in me quell’affezionarsi ai luoghi tipico dell’età senile che avrebbe poi fatto ampio sfoggio in seguito al mio ultimo trasloco). 
Ci ridistribuimmo le stanze (io ne presi una da sola che condivisi per tutta la vacanza con un ragno menefreghista che se ne stette tutto il tempo nei pressi del soffitto, senza mai darmi confidenza) ci organizzammo con le nostre cose e quello spazio disadorno diventò casa nostra, col suo bel cortile sulla spiaggia, con la doccia all’aperto e con dietro la minuscola stanzetta del guardiano (incredibile, tutte le case affittate ai turisti avevano annesso un abitacolo con guardiano compreso nel prezzo!)


donne che passavano offrendo i loro prodotti


                                                            

La regina bianca in gran Bubù alla festa dei bambini

continua (forse)...




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