venerdì 22 febbraio 2013

ITALIANI "CONQUISTADORES"

Vi propongo un brano tratto dal libro di Antonino Martelli “Ninì, l’avventura di un uomo” (che è stato il primo prodotto della Nina-edizioni) il quale, dopo aver circolato nel ristretto giro di parenti e amici, è stato poi pubblicato per davvero a spese dell’Università della Terza Età di Bova Marina (e questa è stata per me la soddisfazione più grande…)
Due parole sull’autore: Antonino Martelli, Ninì (che da qualche anno ci ha lasciato) era mio cognato, ma non solo. Per noi familiari e per quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo, incarnava il mito dell’uomo risolto, libero, coraggioso e leale, con una forza d’animo tale da non esitare mai, dopo ogni insuccesso, a ricominciare da capo. Riporto alcuni passi della presentazione che avevo scritto a suo tempo per il libro:


Ninì è quello a destra

“…Avventure e disavventure di un uomo nel periodo che va dalla seconda metà degli anni '30 all'immediato dopoguerra; l’epopea di un’umanità che lotta, combatte, si arrabatta, si inventa la vita giorno per giorno, tra speranze e delusioni, senza arrendersi mai.
…Nello svolgersi della narrazione, Ninì ci cattura con i colori, i sapori e gli odori più svariati (come il profumo dei gelsomini)  ci fa respirare  l'atmosfera del mondo mitico della sua infanzia, ci appassiona con  mille avventure legate al periodo della guerra, le esperienze di sommergibilista, la fuga sotto i bombardamenti, le peripezie di clandestino, i  viaggi alla ricerca di fortuna, il suo non arrendersi mai…”

Italiani conquistadores
(parte I: Infanzia e adolescenza)

           Finita l’estate si rientrava a scuola. Io, durante le elementari, ebbi tre maestri. Nelle prime tre classi una maestra di nome Guida molto brava come insegnante e come persona. In quarta elementare un maestro “zitellone” di nome Musitano al quale ci permettevamo di fare qualche scherzo, ma che quando si arrabbiava non esitava a prenderci a sberle. In quarta Villivà, severo e manesco che non poche verghe ci ha rotto addosso. Era molto autoritario e lasciava poco spazio alle nostre monellerie.
         Era soprattutto un fanatico fascista, affascinato dalla personalità di Mussolini e non perdeva occasione per lodare il Duce e il suo genio. Noi ragazzi, avendo scoperto questo suo debole, lo imbeccavamo chiedendogli ragguagli sulla vita di Mussolini e sulla rivoluzione fascista.
        Al che di buon grado ci raccontava in dettaglio com’era avvenuta la marcia su Roma, come il Re avesse accolto il Duce ecc. ecc. Poi, infervorato, estendeva il suo dire agli altri “padri della Patria”, eroi e scienziati. E via con Guglielmo Marconi inventore della radio, del primo esperimento, del primo bip e del tipo che ascoltandolo doveva sparare un colpo di fucile; l’esperimento delle luci accese in Autralia con un segnale inviato dall’Italia... quante volte li ho sentiti! A volte, preso da questo entusiastico discorso, si lanciava a fantasticare sulle invenzioni dell’avvenire, che certamente a inventarle saremmo stati noi italiani... Ben presto avremmo avuto la televisione... Per darci l’idea di cosa fosse ci forniva questa immagine: “Pensate ad uno specchio nel quale ad un certo momento, girando un bottone come si fa con la radio, appare il Duce mentre parla a Roma, nello stesso istante che noi lo vediamo qui e in tutta Italia”. E noi ragazzi, un po’ increduli e un po’ stupiti, esclamavamo “Sarà certamente un italiano ad inventarla!” “Probabilmente, ma bisogna tener conto che in tutto il mondo fanno queste ricerche... ma i nostri scienziati sono i migliori e le probabilità sono a nostro favore...” Certo per il nostro maestro era più un augurio che una certezza, infatti poi è stata inventata da altri e molti anni dopo.
        Trascorso qualche tempo, l’attenzione della gente si concentrò su una eventuale guerra di conquista coloniale a fare dell’Italia un impero. I gerarchi fascisti erano entusiasti, pensando che poi loro si sarebbero sistemati in quelle terre ad arricchirsi, perché no. Così un bel giorno si passò dalle parole ai fatti: gli italiani partirono alla conquista dell’Etiopia.
        In paese la gente era molto scontenta, dicevano che tutto quel denaro che si spendeva per fare questa guerra si poteva spenderlo qui da noi, creando lavoro nel nostro paese e tirandolo fuori dalla miseria. Idiozie. Noi, come gli inglesi e i francesi dovevamo diventare un paese con colonie, creare un potente impero, mettendoci alla pari degli altri. Così cominciarono a partire militari di leva e volontari. Quest’ultimi, per la maggior parte, più che mossi da sentimenti patriottici erano attratti da quel misero stipendio e dall’assegno che avrebbe permesso alle loro famiglie di sfamarsi.
      Questo nostro atto di guerra per la conquista dell’Etiopia fu disapprovato da gran parte delle nazioni europee che, per punirci, applicarono le sanzioni economiche e chiusero ogni tipo di commercio verso di noi (almeno ufficialmente). Ma noi reagimmo applicando l’autarchia. Si cominciò a fabbricare scarpe con suole di sughero, tessuti di estratto di latte che quando si bagnavano sprigionavano un odoraccio schifoso. Poi seguì la battaglia del grano: in ogni palmo di terra si seminava grano, comprese le ville comunali.
      Eravamo impegnati in questa lotta, spinti dalla propaganda fascista che non mancava di farci vedere sui giornali il Duce impegnato a trebbiare.
       Fu in questa atmosfera da conquistadores che vidi partire anche mio padre, sebbene avesse quasi cinquant’anni. Il suo fine era, se avesse avuto la fortuna di ritornare, poter ottenere la licenza di macellaio. Ma io penso che c’era pure un po’ di amore per l’avventura.
      Partirono fanatici e poveri (più poveri che fanatici). I ricchi, i gerarchi fascisti rimasero quasi tutti a casa e la guerra la seguivano alla radio nella casa del fascio dove avevano appeso una carta geografica dell’Etiopia e, con delle bandierine spillate sopra, segnavano l’avanzata delle nostre truppe gloriose, intonando l’Inno Nazionale e Faccetta nera. A noi ragazzi queste cose ci esaltavano!
        Il mio amico Spartaco ed io, dopo aver ascoltato un’ennesima volta le gesta di ragazzi che la propaganda fascista ci propinava, decidemmo di non essere da meno di costoro che noi ritenevamo eroi. Ci dicemmo “E noi perché no?”
        Fu così che un tardo pomeriggio, dopo esserci riempiti le tasche di biscotti di grano, qualche fico secco e pochissime monete, tentammo la grande avventura. Obiettivo Messina. Dal porto di Messina salpavano le navi verso l’Africa, cariche di materiale bellico e di militari, e noi avremmo potuto imbarcarci clandestinamente e raggiungere i campi di battaglia, dove ci saremmo coperti di gloria e di medaglie al valore.
        Così al primo treno merci che si arrestò alla stazione, ci avvicinammo guardinghi e in uno degli ultimi vagoni, dove c’era l’abitacolo del controllore, visto che non c’era nessuno, salimmo rapidamente e ci chiudemmo dentro. Accomodandoci alla meno peggio sulla panca ci parve di avere ottenuto già la prima conquista.
        Il treno si fermava a tutte le stazioni e tutto filò liscio fino a Condofuri. Lì la sosta si fece lunga dato che la locomotiva si riforniva di acqua e i controllori avevano tutto il tempo per verificare il treno. Fu così che venne aperto lo sportello del nostro nascondiglio e quale non fu lo stupore dell’impiegato, vedendoci. Rimase qualche istante perplesso, poi sbottò “Ma che cavolo ci fate voi due qui?!”
      Rispose Spartaco e francamente mi stupii sentendolo piagnucolare, dicendo che suo papà (non il mio) si trovava a Reggio in attesa di partire per l’Africa per la conquista dell’Abissinia e che voleva vederlo ancora una volta prima che si imbarcasse.
        “Bene” rispose il controllore, senza commuoversi affatto per la pateticità del racconto, “a me non me ne frega niente della tua storia. Questo è un treno mercantile e non passeggeri e per giunta non avete neanche il biglietto. Perciò rimanete a terra e non tentate di risalire, altrimenti alla prossima fermata vi consegnerò ai carabinieri”.
        Partimmo mogi mogi verso la sala d’aspetto dove rimanemmo al riparo ed approfittammo per sgranocchiarci i biscotti con qualche fico secco. Non mancarono le imprecazioni contro quell’energumeno di impiegato che ci aveva anche minacciati.
        Poi decidemmo che non era questo piccolo intoppo che poteva distrarci dai nostri grandi propositi di conquistatori e ripartimmo con la fantasia sentendoci protagonisti di una grande e meravigliosa avventura. D’un tratto sentimmo un treno arrestarsi e in modo molto guardingo ci avvicinammo alla porta di un vagone, l’aprimmo e ci infilammo dentro nascondendoci, e per fortuna non fummo scoperti.
      Giunti alla stazione di Reggio ci avviammo verso l’uscita in mezzo agli altri passeggeri. Una volta fuori, nella piazza Garibaldi, ammirammo la statua del grand’uomo e sperammo di poter emulare le sue gesta. Traversammo la piazza e percorremmo il Corso, ammirando la villa, i palazzi, le vetrine, tutte cose nuove per noi che mai avremmo immaginato che una città fosse così grande. La vetrina di una pasticceria attirò la nostra attenzione. In un baleno entrammo e tirando fuori quel poco di monete che avevamo in tasca, li investimmo in paste alla crema che divorammo in un istante.
      Quello fu un momento di debolezza, ma ritornammo subito alla realtà, quella realtà che ci attendeva: la conquista di terre lontane, civilizzare i negri, fare dell’Italia un impero con a capo il Duce... Nella nostra fantastica immaginazione ci vedevamo al rientro in Patria, al paese, con il petto carico di medaglie al valore, guardati con ammirata invidia dai nostri compaesani.
      Non rimaneva che presentarci dal Segretario Federale ed esporre il nostro desiderio di raggiungere l’Africa al più presto.
      Giunti alla federazione, bisognava stabilire per le scale un qualche piano per farci ricevere dal Federale. Ma non tutte le ciambelle riescono col buco e infatti, dopo esser saliti al piano superiore, una guardia ci venne incontro con l’aria un po’ stupita e ci chiese cosa facessimo lì. Risposta di Spartaco: “Vogliamo andare a combattere in Etiopia a fianco dei nostri soldati” al che la guardia non riuscì a frenare una gran risata.
       Alla fine, ripresosi, con calma e beffardo dice “ Ma allora siamo a posto, le nostre armate possono rientrare, una volta che arrivate voi due laggiù gli abissini si arrenderanno in massa, prostrandosi ai vostri piedi!” E di nuovo a ridere...
        A tanto insulto Spartaco si rivolse a me “Andiamo. A questo glie la farò pagare cara, io so a chi rivolgermi”. Ritornammo in città ma lui non mi disse a chi si sarebbe rivolto per fargliela pagare a quel bestione che ci aveva derisi perché non aveva capito di trovarsi in presenza di due futuri eroi.
      Lungo il Corso incontrammo due paesani e molto sfacciatamente chiedemmo loro dei soldi in prestito. Ci diedero cinque lire. Quei soldi potevano servirci per pagare il traghetto e passare a Messina dove sarebbe stato più facile trovare un imbarco per l’Africa, ma l’appetito ci attanagliava lo stomaco, così entrammo in una bottega dove comprammo alcuni panini imbottiti. Ci rifocillammo e la traversata dello stretto la rinviammo a dopo.     
       Passando davanti ad un negozio di ferramenta, Spartaco entrò dicendomi di attenderlo, e poi uscì tenendo intorno al braccio un rotolo di fil di ferro. Gli chiesi a cosa gli servisse e mi rispose che lui era bravo a costruire gabbie e che in Africa ci sarebbero stati uccelletti rari, ed ecco l’utilità delle gabbie.
      Ma l’Africa la vedevamo sempre più lontana, i soldi erano finiti, la traversata dello stretto una pura illusione. Errammo ancora un po’ per la città, verso mezzanotte vedemmo un caffè aperto con alcuni tavolini e sedie all’esterno. Ci sedemmo a un tavolo per riposarci e subito un anziano cameriere venne a chiederci cosa desiderassimo. Rispose Spartaco un po’ piagnucolando “Potete prestarci una coperta?” il cameriere rimase un istante inebetito, poi ci rifece la domanda. La risposta fu identica e lui di rimando disse “Ma questo è un bar, non un negozio di tessuti” Poi, rimasto qualche istante pensieroso, ci disse con atteggiamento amichevole di attendere la chiusura del bar.
      Alla chiusura del locale infatti ci venne incontro e con fare paterno ci chiese come mai ci trovassimo in quella circostanza. Io allora gli raccontai della partenza di mio padre per l’Africa e che desideravo incontrarlo prima che si imbarcasse, ma senza confessare il vero progetto. Egli si commosse e ci invitò ad andare a casa sua ché ci avrebbe ospitato per quella notte. A casa sua, trovammo due ragazzi pressappoco della nostra età ai quali ci presentò. Dai loro discorsi intuimmo che la madre era separata dal marito e che lui sperava in un suo ravvedimento. Si notava che era un uomo infelice ma dotato di molta speranza.
      Prepararono in tavola un po’ di broccoli freddi, che certamente erano rimasti da mezzogiorno, un poco di salsiccia cotta, pane e qualche frutta. Un po’ rifocillati, ci condussero in una stanzetta con due lettini che sicuramente erano quelli dei due ragazzi i quali per l’occasione dormirono con il padre.
     Al mattino seguente il padrone di casa ci preparò un po’ di caffelatte con del pane e con fare paterno quell’uomo gentile ci raccomandò di rientrare a casa dove certamente i nostri genitori sarebbero stati in ansia. Con mille ringraziamenti a lui e ai suoi figli ci separammo e ricominciammo a girovagare per la città, ormai decisi a rientrare a casa senza medaglie e senza gloria, Spartaco con il suo fil di ferro per riprendere la costruzione delle gabbie per uccelletti.
     Pensammo di rivolgerci alla Questura per farci rimpatriare ma una guardia un po’ annoiata ci disse di ritornare più tardi perché al momento il capo era assente. Riprendemmo a gironzolare e come sempre succede nelle imprese mal riuscite, una volta finito l’entusiasmo, anche l’amicizia un po’ si incrinò e ognuno di noi in cuor suo pensava che fosse colpa dell’altro se tutto si era concluso con uno scacco.
     In ogni modo alla fine decidemmo di rientrare a casa a piedi. Non era cosa da poco papparci  in tal modo sessanta chilometri, ma non vedevamo altra soluzione.
    Così partimmo alla volta di Brancaleone camminando ad andatura sostenuta. Poi cominciammo a correre. Dopo un po’ di tempo mi venne un forte dolore alla milza e fui costretto a fermarmi pregando il mio compagno di attendermi. Lui non volle ascoltarmi e continuò a correre. Lo vidi allontanarsi e poi lo persi di vista. Calmatosi il dolore ripresi a correre con la speranza di raggiungerlo, ma niente. Così, un po’ al passo e un po’ correndo, giunsi a Melito Porto Salvo.
     Fortuna volle che, traversando la città mi imbattei in un mio cugino al quale raccontai di mio padre ma nascosi il vero motivo della mia andata a Reggio, perché la verità mi avrebbe fatto apparire ridicolo. Lui probabilmente si commosse un poco e mi portò a casa sua. La moglie, sentendo di mio padre imbarcato per l’Africa, si rattristò moltissimo.
     Prepararono la cena ma io mangiai pochissimo sia per la stanchezza sia per l’ansia che avevo di tornare a casa. Ad ogni costo volevano che mi riposassi un po’, ma io insistetti minacciando di ripartire a piedi. A questo punto mio cugino si dispose ad accompagnarmi.
     Questo mi calmò alquanto anche perché fra l’altro, avevo la preoccupazione che Spartaco arrivasse prima di me, e sicuramente mia madre si sarebbe spaventata ancor di più non vedendomi. Arrivare alla stazione fu un martirio, avevo le gambe irrigidite e doloranti, ma con grande sforzo vi giunsi e mio cugino mi comprò il biglietto.
     Quando arrivai al mio paese, scendendo dal treno, vidi mia madre all’ingresso della stazione attorniata da alcuni ragazzi i quali probabilmente da alcuni giorni formavano questo capannello all’arrivo dei treni provenienti da Reggio per godersi la scena del mio rientro e potermi in seguito sfottere... Ma mia madre mi venne incontro e mi abbracciò senza dire una parola.
     Da quel carosello di curiosi che mi aspettava per sfottermi, partì un applauso, alcuni sghignazzavano e se la ridevano tra di loro.
     Queste cose mi lasciarono indifferente, ero refrattario a tutto e non vedevo l’ora di andare a casa e mettermi a letto.
     Dormii quasi ventiquattrore e le gesta di eroismo della guerra d’Africa non le sognai neppure. Spartaco arrivò il giorno dopo accompagnato dalla questura. Inutile dire che evitammo per qualche tempo di incontrarci, probabilmente per evitare di parlare di qualcosa in cui eravamo falliti tutt'e due.



martedì 5 febbraio 2013

SAMIZDAT'


 
Molti anni fa lessi “Mosca sulla Vodka” di Venedikt Vasilevic Erofeev (titolo originale Moskva-Petuški) un romanzo che prima di essere pubblicato circolò in dattiloscritto nei circuiti non ufficiali della cultura moscovita, raggiungendo ben presto una grande popolarità.
Non ricordo molto di quel romanzo, se non che il protagonista viaggiava su un treno locale intorno a Mosca e irrideva sarcastico e dolente alla società sovietica, al ritmo di incontri occasionali e solenni bevute.


Ciò che mi affascinò fu che quel romanzo era nato come  “samizdat”, che  in russo significa "edito in proprio", un fenomeno spontaneo che esplose in Unione Sovietica tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta. In pratica consisteva nella diffusione clandestina di scritti illegali perché censurati dal regime sovietico. Il meccanismo era semplice: l'autore scriveva il testo facendo alcune copie con la carta carbone, poi le distribuiva agli amici; se questi lo trovavano interessante lo distribuivano a loro volta…
Un esempio simile che mi è caro è l’esordio poetico di Ferruccio Brugnaro che ciclostilava le proprie poesie e le affiggeva nelle bacheche delle fabbriche di Porto Marghera dove lavorava come operaio. I suoi scritti erano palpitanti di lotta e di impegno.

 pubblicazioni  Nina edizioni
Io che sono portata a dissacrare il dissacrabile, non mi faccio scrupolo di immettermi in questa scia di autorevoli autoprodotti, e rispondendo semplicemente al mio gusto per la scrittura, per la lettura e soprattutto per il gioco, faccio anch’io da me: poesie, racconti, piccoli testi teatrali (miei e di amici e familiari) li stampo col computer in formato opuscolo, con tanto di indice, numerazione di pagine, copertina colorata, presentazione e logo della... Nina edizioni.


Poi li distribuisco a tutti coloro che hanno la bontà di dedicarmi un po’ del proprio tempo per leggerli…







 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

martedì 29 gennaio 2013

Senza parole


Significante e significato: quanto il primo è parte integrante del secondo? Quanto la parola quale segno grafico e fonetico è fondamentale per definire i sottesi concetti? Non esiste il concetto senza la parola che lo possa contenere.

Questo postulato della linguistica sul quale potremmo approfondire dottamente (ma non lo facciamo, ok?) lo spiego con parole mie: se non c’è la parola, non c’è quella cosa che, essendoci la parola che la chiama, ci sarebbe. Esempi:
Esempio n. 1 Pedagogia. Dall'etimologia greca si capisce che il concetto è antico e quindi c'era anche ai miei tempi, perciò rettifico con "Moderna Pedagogia" la scienza secondo la quale bisogna essere molto cauti nel rapportarsi ai figli: sempre calmi, sereni, mai contraddirsi tra genitori in loro presenza, ascoltare, comprendere, stimolare, incoraggiare ecc. ecc. Quella cosa insomma per cui, se ti succede, in un momento di sfinimento, di mollargli un ceffone (a quel despota di tuo figlio) poi ti rimane il senso di colpa a vita. Che se ti diventa un delinquente o anche solo un emerito stronzo, può esser tutto dipeso da quella volta là.
Fortunatamente (per loro) i miei genitori non si preoccupavano affatto dei possibili traumi infantili conseguenti alle tragedie greche che periodicamente venivano rappresentate a casa mia (di solito in concomitanza di feste comandate). Ritenevano normale punirci anche fisicamente (ho un flash di una mattina che mio padre accompagnò da casa a scuola mia sorella Serena che non voleva andarci “cu 'na virghedda" colpendola cioè, ogni volta che la raggiungeva, con una specie di piccola frusta).
Non chiedevano scusa se si accorgevano di averti incolpato a torto, valeva per quella volta che non ti avrebbero scoperto.
Non erano malvagi. Solo che, non contemplando il loro vocabolario la parola pedagogia (moderna) andavano lisci come l’olio: facevano, e quel che facevano era ben fatto.

Esempio n. 2 - Anoressia
Da bambina non mangiavo quasi niente (o per essere più precisi odiavo la pasta che era quello che si mangiava ogni giorno a casa mia). Se avessi potuto avrei saltato volentieri il pasto di mezzogiorno perché per me quando era ora di sedersi a tavola iniziava l’incubo: la pasta – la pasta grossa soprattutto - mi faceva venire gli urti di vomito. La mandavo giù senza masticare, per non sentire quel frastagliamento viscido in bocca, e dopo due tre bocconi non ce la facevo più.
Mia mamma la prendeva come un’offesa personale, frutto della più spietata ingratitudine filiale, che si accaniva contro di lei che schiumava dalla mattina alla sera e si faceva in quattro per noi e questo era il ringraziamento? Mio padre, filosofo, cercava di stemperare il dramma affidandosi alla scienza: “ma non vedi che la sedia è troppo alta? In quella posizione lo stomaco è compresso, come può avere fame? Spostatela perdio! un'altra sedia!”
Io avrei tanto voluto compiacerlo e dimostrare che la sua teoria era giusta, ma sapevo che neanche in piedi, neanche su un'astronave in completa assenza di gravità avrei mangiato quella pasta.
Non serviva la buona volontà, non servivano le lusinghe, non servivano le minacce.
Dunque non mangiavo ed ero così magra (anche un po’ curva) che mia mamma mi obbligava a mettere tre o quattro sottovesti – di quelle che mi faceva lei – in modo da “arricchirmi”.
Per fortuna a quel tempo non esisteva la parola anoressia, quindi non ero anoressica. Semplicemente inappetente, una cosa che non fa paura, che non assume quel carattere di fatale inappellabilità.
Mia mamma, dopo aver espletato il proprio compito educativo, declamando con enfasi la sua sventura di madre incompresa, si rivolgeva ad altri rimedi infallibili e/o miracolosi, attingendo a piene mani sia alla scienza medica (sciroppi schifosissimi e pelosi) che al “sentito dire”.
Così io sperimentavo le cose più strane: “i pira i mbernu”, una qualità di pere invernali durissime che le mie sorelle avevano il compito di fare bollite e darmi da mangiare a merenda; un bicchierino di Vov ogni mattina, una fettina di carne a cubettini a merenda (io masticavo, masticavo fino a farla diventare stoppa e poi ero costretta a sputarla). Ma il pezzo forte erano le cose amare: mia mamma era convinta che “aprivano l’appetito”. Così per un certo periodo mi obbligò ad ingollare, prima di pranzo, un cucchiaio colmo di “Ferrochina Bisleri” un amaro con non indifferente gradazione alcolica...
Sempre per le proprietà intrinseche delle cose amare, verso gli otto anni, io avevo l’obbligo di bere una birra a ogni pasto. Mi ricordo che le compravamo a cassette (le Peroni piccole) e le tenevamo sul balcone. Io avevo una specie di calice di terracotta tutto decorato.



Della serie: potevo diventare alcolizzata… invece non amo particolarmente né vino né birra e detesto gli amari.



domenica 6 gennaio 2013

La befana ovvero della lotta di classe


Che brutta vestina che ha Giovanna! Che brutta vestina che ha Giovanna!” (quelle antipatiche di Muccetta e Vittoria).
Io non rispondevo ma mi vergognavo, mi pareva che tutti guardassero con disprezzo quell’indumento sfilacciato e sbiadito che avevo addosso. Vedevo intorno a me solo facce cattive, e avevo il terrore di incontrare il bambino di Marsuddia.
Mi ero sentita male, avevo vomitato e le suore mi avevano tolto il grembiule per lavarlo, così addosso mi era rimasta quella brutta vestina che non era una vestina ma una sottana di quelle che mi faceva mia mamma tagliando maniche e colletto ai vestiti vecchi (tanto sotto il grembiule chi ti vede...)
Per fortuna dall’altra parte del cortile vidi Luciana, la raggiunsi e mi attaccai alla sua mano.
Luciana era anche lei una di Tripepi, e io più che amarla la invidiavo. Suo padre era il padrone del mulino e a lei le sottanine sua mamma glie le comprava bell'e fatte, con le bretelline e il merletto. Luciana aveva la biciclettina, Luciana aveva una bambola così bella che non ci faceva giocare nessuno. Quando le chiedevano “Luciana,  und'è a bambula?" lei ,che non riusciva a dire “a sarbai”, che vuol dire l’ho messa via, l'ho conservata, rispondeva “a tabbai”.

Tutte le fortune a Luciana, e non sapeva neanche parlare!
Già allora mi interrogavo sul perché di certe differenze, e sentivo che non era giusto che loro erano ricchi e noi no.
Comunque, anche se avrei voluto avere anch’io quelle belle cose, in genere me la mettevo via facilmente, anche perché ero presa dai giochi e dalle avventure capitanate dalle mie sorelle grandi. Quello che proprio non mi andava giù, però, era il fatto della Befana…
Ma perché, pensavo, se lei (la Befana) gira di notte con la sua scopa e il suo sacco, e butta a casaccio i regali nelle case dove ci sono bambini (e bisogna considerare che noi abitavamo nello stesso rione, proprio vicini vicini) com’è che la mattina del sei gennaio, quando ci troviamo tutti in strada a mostrarci i regali ricevuti, io e le mie sorelle possiamo mostrare al massimo una collanina di plastica colorata, una bambolina di pezza, Luciana esibisce bambole automatiche che bevono da sole, suo fratello Peppinello elmi con tanto di cimiero e corazze da antichi romani, spade luccicanti?!
Non mi capacitavo che la Befana fosse  così sbadata e portasse quel po’ po’ di regali proprio a loro che già erano ricchi di suo!

Quel giorno però misi da parte la lotta di classe e mi attaccai a lei, pronta a seguirla ovunque. Non le mollavo la mano. Mi sentivo a disagio e bisognosa di protezione...


sabato 22 dicembre 2012

fukushima meno uno




Avrei voluto presentarvi questo video prima del 21 dicembre, ma solo ora ci riesco, grazie ad Axel!

Vi propongo un video girato con mezzi di fortuna da un cantautore italo francese che si chiama Alec Martelli

Per me è uno stralutato geniaccio e una persona speciale!

(Notare la chitarra a vento)




domenica 16 dicembre 2012

Il mio modo di stare al Blog


Se i social network sono la piazza, per incontri rapidi e superficiali dove poter incontrare, tra tanti sconosciuti, qualche volto familiare e dirgli ciao, io preferisco il blog, un luogo di incontro meno frettoloso e indistinto. È una casa, una stanza, un divano accogliente che offre l'opportunità di scambi più autentici e profondi.
Per me è uno strumento moderno che mi ha regalato le sensazioni antiche di quando si scrivevano e si ricevevano lettere. (Come quelle che a casa mia arrivavano dall'America, che mia mamma leggeva a voce alta e noi tutt'intorno, incantate ad ascoltare di quel mondo così lontano da noi ma del quale in qualche modo partecipavamo, tramite le parole sgrammaticate e infarcite di termini incomprensibili di Zia Ciccilla o di Zia Giannina; o le lettere piene di complicità di mia sorella Serena, partita dal paese un po' prima di me che mi raccontava le avventure della città, facendomi scalpitare; quelle piene di raccomandazioni che mi scrivevano i miei quando partii a mia volta, o quelle della mia “amica di penna” Suzette, di Vals Les Bains, con la quale ho fatto pratica di francese -e lei di italiano - per anni e a cui ancora penso...)
Certo il blog richiede più impegno, determinazione e perseveranza...
Per me all'inizio è stato più che altro un soliloquio: le mie sudate parole si spegnevano nell'etere senza riverbero alcuno. Per molto tempo non ebbi che un pietoso lettore, per non deludere il quale non gettai la spugna e che ancora ringrazio. Poi, piano piano, qualcuno si presentò e mi si aprì un mondo di fantastiche occasioni. Non solo parlare ed essere ascoltata, ma incontrare persone davvero preziose che mi sembrò e mi sembra fantastico avere l'opportunità di frequentare.
Oggi questo spazio è una finestra magica che nella mia giornata apro e chiudo più volte, o semplicemente socchiudo per dare una sbirciatina discreta, da cui posso lanciare le mie parole, e fiduciosa aspettare un'eco che mi confermi di non essere sola al blog...

A tutti voi che intrecciate alle mie le vostre parole, grazie!




lunedì 3 dicembre 2012

Pina

            Si chiamava, anzi si chiama, Pina. Per me bambina era mitica: una vera Signorina, di quelle che portavano le gonne strette, con sopra quelle magliettine sottili che noi chiamavamo “gemelli”, una sotto con le maniche corte e una sopra dello stesso colore con i bottoni, che le stavano attillate e disegnavano forme bellissime. Aveva le unghie molto lunghe e laccate di rosso, che risaltavano sul bianco delle lenzuola quando si metteva sull’uscio di casa a ricamare il suo corredo da sposa: punto piatto, punto pieno, punto ombra, giglietto e giornino…
Io le invidiavo tutto: le gonne strette, i “gemelli” celesti, le unghie rosso fuoco… ma soprattutto la sua camminata ancheggiante.
          Le invidiose dicevano: guardate come si nnaca!*
         A me sembrava la quintessenza della femminilità.
         Io, che nonostante il ritardo fisico ero mentalmente molto precoce, quando ero da sola e pensavo che nessuno mi vedesse, cercavo di imitare il suo ancheggiare, ma esageravo talmente tanto che alla fine sembravo deforme.
         Le mie sorelle dicevano che era fanatica, e che si dava tante arie, raccontando che tutte le sera a casa sua mettevano in tavola del salame (sì, certo, ma era sempre lo stesso piattino che portavano avanti e indietro – a beneficio di eventuali osservatori – senza azzardarsi a prenderne neanche una fettina…)
          Quando Pina doveva stirare, si metteva fuori a scaldare il ferro, quello che dentro c’erano le braci. Mi piaceva il movimento che faceva con il braccio, come un giro completo di altalena, senza far cadere il più piccolo pezzetto di carbone.
E intanto che Pina stirava e ricamava il tempo passava… Lei non se ne curava e accumulava la sua bella dote che chissà che figurone avrebbe fatto, quel famoso giorno...
        Contava di fare un buon matrimonio, che appagasse la sua voglia di famiglia e ancor più la sua mania di grandezza. Più di un pretendente, che inizialmente si era fatto avanti, era stato giudicato troppo al di sotto delle sue aspettative, e rispedito al mittente.
        Piano piano però ne vennero sempre meno, poi più niente.
Intanto si era sposata Mariuzza e poi Micuzza, e poi Tota e poi Cata, che il marito se l’era trovato su al nord.
        E lei? Lei ricamava e stirava. E fremeva.
        Forse rimpiangeva quelli che avevano mandato l’ambasciata e davanti alla sua alterigia avevano battuto in ritirata, ma non intendeva ammetterlo e trafficava, interpellava, suggeriva, tramava alle spalle di possibili ignari fidanzati.
       Più il tempo passava, più la smania di maritarsi la divorava sempre di più. Qualunque persona di sesso maschile le capitasse di conoscere, gli chiedeva subito l’età e a voce alta, senza curarsi dello sconcerto che provocava, faceva i calcoli per verificare se poteva “andare” o viceversa era troppo vecchio o troppo giovane.
“Carne di prima scelta!” si definiva, battendosi la coscia, come un venditore che vanta la propria mercanzia.
         Ormai le sue coetanee erano tutte sistemate e molte avevano già avuto il loro primo figlio. La maggior parte di loro, dopo la gravidanza, aveva perso la linea. Con tanto da fare a star dietro a figli e marito non avevano certo tempo per le unghie o i capelli, ma chi se ne fregava… Tanto, a chi altro dovevano piacere?
          Pina era sempre curata, snella e attillata nella sua gonna pied de poule, le unghie sempre più lunghe e sempre più rosse, i capelli cotonati all’ultima moda. La sua andatura ostinatamente flessuosa, determinata a non mollare.
Ma il paese le era stretto, la merce quasi esaurita. Bisognava allargare il raggio d’azione, ampliare gli orizzonti, andare a pescare più al largo.
Era pure andata in vacanza al nord, da una sua sorella che si era sposata un carabiniere e viveva a La Spezia, ma senza fortuna.
          L’occasione arrivò l’estate successiva, quando la sua amica Cata – che viveva in un paesino vicino Milano – tornò al paese in vacanza.
Era venuta senza marito, che era rimasto su a lavorare.
Libera come quando era ragazza, aveva riallacciato fitta fitta la sua amicizia con Pina, raccogliendo le sue confidenze e appagando le sue curiosità sulle gioie del matrimonio.
         Venne fuori che il marito di Cata aveva un fratello più grande, Guido. Un tipo un po’ taciturno e timido, non bello come il suo Renzo (che in compenso parlava anche troppo) ma non ancora sposato.
L’occhio lungo di Pina lo raggiunse, lo classificò, lo giudicò idoneo.
All’insaputa di Guido, con l’amica del cuore, pianificò tutto “Appena rientri glie ne parli, lui può scendere a settembre o ottobre (appena gli danno le ferie), a novembre facciamo il fidanzamento ufficiale e a maggio possiamo convolare a nozzole” (le piaceva storpiare le parole, perché era anche simpatica).
         Detto fatto, Cata fece l’ambasciata. Guido scese ai primi di dicembre (aveva avuto qualche impiccio prima) e senza neanche capire cosa stesse succedendo, a Natale si ritrovò fidanzato ufficiale. Non fu maggio ma giugno che vide coronato il sogno di Pina: una cerimonia abbastanza ordinaria, con rinfresco nel solito salone delle cerimonie del bar Flachi: tanti sorrisi per la stampa e tanto nervosismo dietro le quinte, con ameni scambi di battute tra la sposa e i suoi familiari del tipo “butta il sangue, crepa, vaffa…” Poi partenza alla volta del Nord!
        Eppure il matrimonio funzionò (meglio di quello dell’amica/cognata che si separò qualche anno dopo). Pina non tornò più al paese, se non per qualche visita obbligatoria e brevissima (tipo funerale della madre). Si inserì benissimo nella vita del Nord, si trovò un lavoro, ebbe un figlio, imparò a parlare alla milanese, infarcendo le sue frasi di né, mica, senti che roba!
La rividi qualche anno fa, al funerale di Renzo, suo cognato. Vestita a lutto strettissimo, drammatica e teatrale col suo rossetto leggermente sbavato e il velo di pizzo nero appuntato ai capelli, addolorata come se fosse lei la vedova.
      Ogni tanto, con apparente noncuranza, se lo aggiustava un po’ più avanti o un po’ più indietro, con quelle sue unghie lunghe e laccate di rosso che sfarfalleggiavano sapienti come fossero attorno a un ricamo.

* si dondola





















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