domenica 16 giugno 2013

Elfi per sempre



 

“Partorire in un bosco tedesco ai tempi della grande madre Russia…”
citazione dalla risposta a un mio commento presso il blog di Massimo (o Paolo?) in cui accennavo al fatto che mio nipote era nato nel bosco

Caro Massimo, il tuo equivoco mi induce a rompere gli indugi.
È  Comprensibile che tu abbia collocato così in là nel tempo un episodio che evidentemente ti appare incredibile possa essere avvenuto ai giorni nostri!
E invece è proprio così, Samuele Silvano ha appena sei anni e dunque l’evento boschivo risale al 14 marzo 2007, in quel di Jena, deliziosa cittadina della Turingia, ex Germania dell’est, città natale di Susan, moglie di Mario, il mio figlio “Elfo”.
Racconterò forse in futuro di loro e della loro vita nella fantasiosa comunità Toscana, dove sono tornati dopo l’intermezzo tedesco.
Dico solo che non erano nuovi all’esperienza della vita selvatica, anche Amba, l’altro mio nipote preferito, era nato “in natura”.
Dunque l’estate prima avevano ufficializzato la loro unione sposandosi in quel di Pavana: un matrimonio anch’esso molto fuori dagli schemi: spero di riuscire a proporvi qualche scena che ho girato, tanto per dare l’idea.
Dopo di ciò decisero di trasferirsi a Jena, appunto, con gli altri figli (ancora altri 2, già grandi e splendidi, “di primo giaciglio” e Amba).
Dunque Germania, dunque efficienza, dunque controllo e sicurezza…
Infatti Susan era regolarmente seguita e monitorata e l’evento avrebbe dovuto avvenire in una cosiddetta “casa del parto”.
Da qui noi gustavamo un senso di tranquillità e soddisfazione a pensare che in fin dei conti erano tornati alla civiltà e che stavolta tutto sarebbe avvenuto in maniera consona e sicura.
Ma i giorni passavano e Samuele tardava, pareva non volesse saperne di camici e dottori. Così, grazie ad una primavera meno capricciosa di quest’ultima, Susan pensò di fare una passeggiata nel bosco (“casualmente” si era portata dietro tutto l’occorrente). E mentre erano nel bosco e Mario si era appisolato, capì che il momento era giunto e Samuele si era finalmente deciso a farsi avanti.
Tornò alla macchina, abbastanza lontana, prese il corredino, perse le chiavi, chiamò Mario che non la sentì, tornò carponi perché nel frattempo le doglie incalzavano e lo svegliò.
A quel punto la natura fece il suo corso, e aiutata dal marito, partorì.
Espletata questa piccola incombenza telefonarono (sì, perché il cellulare ce l’avevano!) agli altri figli che li raggiunsero in bicicletta, rientrando poi tutti assieme a casa di Heidi, la mamma di Susan la quale, sebbene tedesca, per poco non svenne.
Tutto andò bene, dunque, e dato che a noi fu raccontato per telefono a cose fatte, ne fummo contenti anche noi.

A me venne l’idea di suggerire a Mario di mettergli il nove Silvano, ma l’aveva già fatto lui!

Ecco il mini filmato. La qualità originale è migliore ma qui non ho saputo fare di meglio...

 
 
 

sabato 8 giugno 2013

Assente

Per chi passasse o pensasse che l'ho dimenticato/a:

Sarò assente per motivi di ordine superiore per qualche tempo, spero solo giorni...
Un saluto a tutti e a presto!

martedì 30 aprile 2013

In gita!

Sotto le mentite spoglie di turisti stagionali, noi bovesi di una volta ogni anno, in estate, torniamo a Bova. Spesso anche a Pasqua e ogni tanto perfino in pieno inverno.
Questa coazione a tornare non si spiega facilmente: fuori stagione Bova è più che altro noia e delusione. Capita pure che piova e faccia freddo e sembra che con i bovesi contemporanei non si abbia granché da spartire…
Ciò fintantoché non incontriamo un vecchio conoscente, un amico o un’amica d’infanzia, un ex compagno di scuola…  Allora il tempo scompare e ci pare di essere quelli di un tempo.
C’è un amico di mia sorella, un suo vecchio compagno di liceo, che ora fa il medico e il sindaco, che ogni volta che si incontrano è come se fossero ancora a scuola. Si mettono subito a passare in rassegna personaggi sempreverdi: Coppolino, l’improbabile insegnante di matematica e fisica con difetto di pronuncia, a cui tutti facevano il verso: “Professore, professore, ci faccia una ppecie di cchema alla lavagna”, Baseperaltezza, la  ragazza a forma di rettangolo, la Disorientata, una professoressa assurda che arrivava in classe e chiedeva “Come fate a orientarvi se non avete la bussola, se non c’è il sole, né le stelle, né gli alberi con il muschio rivolto verso nord?” E che alla fine, dopo che non si trovava nessun appiglio da manuale di sopravvivenza, se ne usciva candida  “Ma come, ragazzi, ma non lo sapete? Ma con i punti cardinali, no?! Si stabilisce prima il nord, poi l’est, poi l’ovest …”  Ma come cavolo si facesse a stabilire dove era il nord  restò sempre un mistero.
Chi se ne frega, mi verrebbe da dire: fatti loro, loro rimembranze, ognuno ha i ricordi che si merita. Il fatto è che immancabilmente il sindaco-dottore prima o poi arriva alla  famosa gita di S. Elia di Palmi, organizzata dal loro liceo alla quale partecipai anch’io.
S. Elia di Palmi
E che cosa ripete ogni volta? Che cosa gli è rimasto impresso di tutta quella giornata? Che io, appena scesa dal pullman, correndo verso una fontanella il cui fondo era ricoperto di acqua stagnante, nell’impeto della corsa caddi comicamente, imbrattandomi di uno schifosissimo limo verdastro che mi rovinò il mio bel vestitino jacquard con le maniche a palloncino e buona parte della giornata.
Che poi io quel ricordo l’avevo sepolto nei più oscuri meandri della memoria! Ma pare che lui abbia fatto il voto di riesumarlo, e con sadismo lo ripropone ogni volta che ci incontriamo, riattivando in me quella sensazione di imbarazzo e dissonanza tra la donna emancipata e pronta a partecipare al banchetto della vita che mi sentivo dentro e la ragazzina goffa, complessata e inadeguata che ero.
Il capitolo gite scolastiche è uno dei capisaldi dell’epopea familiare, perché a casa mia le vicende ad esse collegate solitamente prendevano gli accenti della tragedia greca.
A casa mia la parola gita-scolastica era un quasi-tabù, che si sommava ad altri termini ed espressioni  impronunciabili del tipo: ragazzo/fidanzato, feste, andare a ballare, uscire con le amiche, andare alle giostre. Il tabù gita-scolastica era di rango inferiore ma foriero di facili complicazioni. Il copione era più o meno lo stesso: mia sorella Serena tornava a casa con la notizia che la sua scuola stava organizzando una gita. Non erano mai viaggi interplanetari, la meta raggiungeva al massimo una delle località turistiche della zona: Gambarie d’Aspromonte, Copanello, lo Zomero o, appunto, S. Elia di Palmi. Non più di tre/quattro  ore di pullman.

Gambarie d'Aspromonte
Naturalmente per mia madre questa notizia era già di per sé una pugnalata alla schiena, che dimostrava ancora una volta la nostra ingratitudine filiale, il menefreghismo di mio padre, il cattivo esempio che ci si passava da una sorella all’altra “Ania Catania e terra senza patruni” (mia mamma si esprimeva a proverbi, questo era uno dei suoi preferiti che neanche noi abbiamo mai capito esattamente che significa, ma che si potrebbe tradurre più o meno con “ognuno fa quel cazzo che gli pare” ).Seguiva una lunga trattativa che coinvolgeva mio padre (dato che si doveva affrontare anche l’aspetto economico della cosa) e un tira e molla a non finire. Si faceva ricorso anche al parere di altri familiari che, se le trattative andavano a buon fine per noi, mia mamma chiamava Giuda e Traditori. Pagando la quota di iscrizione, si poteva accodare al gruppo qualche altro familiare e così di solito si aggregava mia sorella Jole, un po’ più grande. Per legge le spettava, dato che non aveva fatto le scuole superiori (cosa che fu a lungo un suo cruccio, finché non riuscì a frequentare, anni dopo, una scuola per contabili a Reggio Calabria, che le permise in seguito di impiegarsi a Milano in una grande azienda). Solo quella volta di S. Elia ero riuscita ad andarci io, probabilmente Jole era a Milano, in “vacanza” dai fratelli più grandi.
Solitamente dunque io rimanevo a casa mentre Jole e Serena andavano in gita. Loro merenda al sacco con panino e cotoletta e tante altre cose buone, io a casa a mangiarmi il fegato e sorbirmi le paranoie di mia mamma. Sì perché era chiaro che mia mamma avrebbe passato tutto il tempo a immaginare catastrofi e fin dal primo pomeriggio si sarebbe appostata alla finestra a scrutare la strada, per vedere se arrivava il pullman o comunque la cattiva notizia. Più o meno verso le quattro e mezza si metteva di vedetta,  e per ingannare l’attesa mi mandava avanti e indietro ad eseguire ordini sempre più agitati a mano a mano che passava il tempo. Quella volta della gita a Copanello il pullman, sulla via del ritorno, si ruppe. Più di cinque ore di ritardo. Non c’erano telefoni né usavamo piccioni viaggiatori e dunque mia madre fu sicura dell’ineluttabile catastrofe e la sua reazione fu all’altezza delle aspettative…
Andiamo per ordine. Erano le cinque e mezzo e io avevo già fatto tre giri alla bottega a comprare il detersivo per i piatti, cinquanta lire di citrato contro l’acidità di stomaco e mezzo chilo di pane di grano (una cosa alla volta, naturalmente); due volte dalla vicina a chiedere nonricordocosa e messo sottosopra il primo cassetto del comò alla vana ricerca delle forbici. Se cercavo di allontanarmi, anche con la scusa dei compiti, mia mamma mi chiamava in continuazione, chiedendomi di fare questo o quello a casaccio. Penso che forse già si immaginava le mie sorelle morte in fondo a un qualche burrone, dietro a quella maledetta curva, e non voleva perdere anche me.
Mio padre al pomeriggio dormiva, e anche quel giorno, svegliatosi e preso il caffè, se ne era uscito per andare in sezione. Ulteriore elemento di frustrazione per mia madre, con le figlie disperse e il marito che se ne andava come se niente fosse a giocare a dama.
Alle otto di sera, sempre appollaiata presso il balcone, dietro le imposte accostate quel tanto che bastava a farle vedere fuori senza essere vista, cominciò a battersi i pugni sul petto, all’uso antico, a ritmo cadenzato e accompagnandosi con una cantilena sinistra in cui piangeva le figlie morte, ribadiva il suo ruolo di Cassandra, affibbiava a ciascuno la sua colpa e in particolare a mio padre che se ne stava in sezione a giocare a dama come se niente fosse, mentre tutti i nodi venivano al pettine. Io ero là nei pressi, cercando di scomparire per non darle altri spunti, colpevole com’ero col mio essere figlia. Naturalmente non volevo crederle e mi dicevo che faceva sempre così, che come ogni volta alla fine ci sarebbe stata una spiegazione logica, che tutto si sarebbe risolto, ma anch’io vivevo la sua stessa angoscia. Quando finalmente rientrò mio padre cercò di calmarla dicendole “vedrai che ora arrivano”, che se fosse successo qualcosa lo si sarebbe saputo e via dicendo, e con ciò esacerbandola ancora di più. Nemmeno ci mettemmo a tavola quella sera, mio padre si fece “apparecchiare” una sedia davanti alla televisione e mangiò pane e salame, seguendo distrattamente i programmi, più per darsi un contegno che altro mentre mia mamma non si mosse nemmeno dal balcone. Io all’epoca ero inappetente e quindi forse sbocconcellai qualcosa forse no, ma nessuno se ne accorse. La situazione era sempre più tesa, mia madre stava per giungere al parossismo della sua crisi isterica, quella che di solito culminava in una specie di crisi epilettica che la faceva diventare dura come un legno e cadere a terra strabuzzando gli occhi. Con terrore me la aspettavo da un momento all’altro, non riuscivo a immaginare altra via d’uscita… Finalmente verso le undici e mezzo vedemmo passare sulla nazionale un pullman, ma purtroppo mi sembrò diverso da quello che avevo visto al mattino. Non dissi niente per guadagnare un po’ di tempo. Ma fortunatamente dopo neanche dieci minuti sentimmo uno scalpitio e qualche risatina su per le scale, ed ecco ri-materializzate le gitanti. Fintamente contrite pur se pienamente giustificate da motivi di ordine superiore ma fondamentalmente felici, con ancora nel cuore e nelle orecchie le cantate a squarciagola del viaggio di ritorno. Le odiai per quel loro divertimento malamente dissimulato, ma almeno l’agonia era finita. Ci fu sollievo, certo, ma non ci furono abbracci. Per mia madre la “scusa” che l’autobus si fosse rotto e avessero dovuto aspettare che ne arrivasse un altro, non bastava certo a cancellare quel tragico pomeriggio, né la colpa della loro ostinazione a pretendere di partecipare a quella gita che se anche era finita bene, avrebbe potuto essere fatale. Perciò che fosse ben chiaro per quell’anno di altre gite non se ne parlava.
E io?
Io ci andai appunto l’anno dopo,  proprio a quella famosa gita di S. Elia di Palmi…

 

 

sabato 30 marzo 2013

Il mio ricordo personale


Eravamo nel ’93 o ’94 e per me era un’occasione imperdibile: Enzo Jannacci apriva una scuola di cabaret a Milano ed erano aperti i provini per reclutare i partecipanti
Io la passione per il teatro l’ho sempre avuta e da una decina d’anni la praticavo anche, avendo cominciato  con il gruppo “Questa nave” di Venezia con cui feci appassionanti esperienze ed ebbi anche l’emozione di partecipare ad una rassegna di teatro contemporaneo, il “FESTIVAL DE OTOÑO“ a Madrid, nel ’92 con lo spettacolo “Città d’acqua” nel quale facevo la parte di Sancho Panza.
Teatro contemporaneo, cosiddetto di avanguardia, nel quale avevo già sperimentato la mia vena comica.
Insomma  quella era la mia occasione, anche perché il cabaret… anche perché Milano… anche perché Jannacci…
Avevo pronto un breve monologo che mi sembrava ideale per quel provino e perciò, senza badare alle difficoltà organizzative di famiglia e  lavoro, presi il treno e mi presentai in una palestra dove si svolgevano le audizioni. Per prima cosa ci fecero togliere le scarpe.
Nell’attesa, come sempre accade in queste circostanze, familiarizzai con gli altri aspiranti: tutti ragazzi giovani (accidenti, irrimediabilmente più di me).
Quando arrivò Jannacci con  un suo assistente, a turno ci esibimmo. Ricordo una ragazza che portò un pezzo di Bisio “Quella vacca di nonna papera” , una che ironizzò sulle frustrazioni della sua vita di impiegata, un ragazzo che presentò un  monologo  molto divertente in cui un drogato si lamentava perché aveva comprato il libro “Come vincere la droga” e non ne aveva trovato dentro neanche un grammo.
Quando arrivò il mio turno, presentai il mio pezzo dal titolo “Figli” nel quale ironizzavo su manie, comportamenti, aspettative, delusioni e distorsioni dei rapporti genitori-prole.
L’emozione della prova: io al centro della palestra, sempre scalza, gli altri ragazzi seduti per terra, Enzo su una sedia alla mia sinistra, con i piedi coperti da grossi calzini bianchi di spugna, allungati sotto un banco di quelli di scuola.
Quando finii il mio pezzo fece un bel sorriso che mi incoraggiò, e ci fu anche la risata sonora del suo assistente.
Insomma, ci sperai davvero e per un bel po’ aspettai quella telefonata che però non arrivò mai.
Seppi poi che la scuola non era  partita ma il locale sì, il Bolgia Umana, dalle parti di Cordusio.
Ci andai qualche volta, in occasione dei miei viaggi a Milano in visita alle mie sorelle. Un posto molto suggestivo, underground, con una prima sala in cui si faceva jazz e una successiva dove c’era il cabaret.

CIAO ENZO,  HO  RIMPIANTO QUELL'OCCASIONE MANCATA, MA
PORTERO' SEMPRE DENTRO DI ME, COME UN DONO PREZIOSO, QUEL TUO SORRISO...
 

lunedì 25 marzo 2013

Arieccomi...






 




com o outono nos cabelos
è vocé ainda
aquela menina,
que debruçava à janela
que queria saber...
 
 
 
 Con l'autunno nei capelli e sei ancora tu
quella bimba sul muretto che si sporge giù
Con la fronte aggrottata, preoccupata
che cos'era mai
era il futuro era la vita
è quello che non sai
O scontrosa o forse schiva
non sapevi se
ti trovavi al posto giusto
se toccava a te
Volevi esserci ma avevi paura
camminavi rasente ai muri
e la vita ti chiamava
la vita ti aspettava
Già truccata ragazzina
abbracciata al mare
con le mani nella sabbia
pronta a cominciare
Le tue scelte tutte fatte
a gran velocità
e l'esperienza che ti serve
solo a sbagliare ancora
Quante volte indifferente hai lasciato partire il treno
chi lo sa se peggio o meglio
forse era destino
Con le mani nella sabbia
con l'autunno nei capelli
e sei ancora tu
aggressiva, ancora viva
non sei stanca mai
Ci riprovi ancora adesso
scherzi, ridi a volte fingi ma non piangi mai.
Non ti aspetti più di tanto
dalla vita
ma vuoi giocare ancora
Ti va bene, ti va male
vada come va...

Sono riuscita finalmente a recuperare la vecchia fotografia alla quale faccio riferimento in questa canzoneinattesadimusica che era stato il mio primo saluto dal blog (credo passato quasi inosservato).
Così ho pensato di ripostarla, ora che la mia "perizia" informatica mi consente effetti speciali.
PS: se non si fosse capito, c'è anche la versione in portoghese, una lingua che mi piace molto...








venerdì 22 febbraio 2013

ITALIANI "CONQUISTADORES"

Vi propongo un brano tratto dal libro di Antonino Martelli “Ninì, l’avventura di un uomo” (che è stato il primo prodotto della Nina-edizioni) il quale, dopo aver circolato nel ristretto giro di parenti e amici, è stato poi pubblicato per davvero a spese dell’Università della Terza Età di Bova Marina (e questa è stata per me la soddisfazione più grande…)
Due parole sull’autore: Antonino Martelli, Ninì (che da qualche anno ci ha lasciato) era mio cognato, ma non solo. Per noi familiari e per quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo, incarnava il mito dell’uomo risolto, libero, coraggioso e leale, con una forza d’animo tale da non esitare mai, dopo ogni insuccesso, a ricominciare da capo. Riporto alcuni passi della presentazione che avevo scritto a suo tempo per il libro:


Ninì è quello a destra

“…Avventure e disavventure di un uomo nel periodo che va dalla seconda metà degli anni '30 all'immediato dopoguerra; l’epopea di un’umanità che lotta, combatte, si arrabatta, si inventa la vita giorno per giorno, tra speranze e delusioni, senza arrendersi mai.
…Nello svolgersi della narrazione, Ninì ci cattura con i colori, i sapori e gli odori più svariati (come il profumo dei gelsomini)  ci fa respirare  l'atmosfera del mondo mitico della sua infanzia, ci appassiona con  mille avventure legate al periodo della guerra, le esperienze di sommergibilista, la fuga sotto i bombardamenti, le peripezie di clandestino, i  viaggi alla ricerca di fortuna, il suo non arrendersi mai…”

Italiani conquistadores
(parte I: Infanzia e adolescenza)

           Finita l’estate si rientrava a scuola. Io, durante le elementari, ebbi tre maestri. Nelle prime tre classi una maestra di nome Guida molto brava come insegnante e come persona. In quarta elementare un maestro “zitellone” di nome Musitano al quale ci permettevamo di fare qualche scherzo, ma che quando si arrabbiava non esitava a prenderci a sberle. In quarta Villivà, severo e manesco che non poche verghe ci ha rotto addosso. Era molto autoritario e lasciava poco spazio alle nostre monellerie.
         Era soprattutto un fanatico fascista, affascinato dalla personalità di Mussolini e non perdeva occasione per lodare il Duce e il suo genio. Noi ragazzi, avendo scoperto questo suo debole, lo imbeccavamo chiedendogli ragguagli sulla vita di Mussolini e sulla rivoluzione fascista.
        Al che di buon grado ci raccontava in dettaglio com’era avvenuta la marcia su Roma, come il Re avesse accolto il Duce ecc. ecc. Poi, infervorato, estendeva il suo dire agli altri “padri della Patria”, eroi e scienziati. E via con Guglielmo Marconi inventore della radio, del primo esperimento, del primo bip e del tipo che ascoltandolo doveva sparare un colpo di fucile; l’esperimento delle luci accese in Autralia con un segnale inviato dall’Italia... quante volte li ho sentiti! A volte, preso da questo entusiastico discorso, si lanciava a fantasticare sulle invenzioni dell’avvenire, che certamente a inventarle saremmo stati noi italiani... Ben presto avremmo avuto la televisione... Per darci l’idea di cosa fosse ci forniva questa immagine: “Pensate ad uno specchio nel quale ad un certo momento, girando un bottone come si fa con la radio, appare il Duce mentre parla a Roma, nello stesso istante che noi lo vediamo qui e in tutta Italia”. E noi ragazzi, un po’ increduli e un po’ stupiti, esclamavamo “Sarà certamente un italiano ad inventarla!” “Probabilmente, ma bisogna tener conto che in tutto il mondo fanno queste ricerche... ma i nostri scienziati sono i migliori e le probabilità sono a nostro favore...” Certo per il nostro maestro era più un augurio che una certezza, infatti poi è stata inventata da altri e molti anni dopo.
        Trascorso qualche tempo, l’attenzione della gente si concentrò su una eventuale guerra di conquista coloniale a fare dell’Italia un impero. I gerarchi fascisti erano entusiasti, pensando che poi loro si sarebbero sistemati in quelle terre ad arricchirsi, perché no. Così un bel giorno si passò dalle parole ai fatti: gli italiani partirono alla conquista dell’Etiopia.
        In paese la gente era molto scontenta, dicevano che tutto quel denaro che si spendeva per fare questa guerra si poteva spenderlo qui da noi, creando lavoro nel nostro paese e tirandolo fuori dalla miseria. Idiozie. Noi, come gli inglesi e i francesi dovevamo diventare un paese con colonie, creare un potente impero, mettendoci alla pari degli altri. Così cominciarono a partire militari di leva e volontari. Quest’ultimi, per la maggior parte, più che mossi da sentimenti patriottici erano attratti da quel misero stipendio e dall’assegno che avrebbe permesso alle loro famiglie di sfamarsi.
      Questo nostro atto di guerra per la conquista dell’Etiopia fu disapprovato da gran parte delle nazioni europee che, per punirci, applicarono le sanzioni economiche e chiusero ogni tipo di commercio verso di noi (almeno ufficialmente). Ma noi reagimmo applicando l’autarchia. Si cominciò a fabbricare scarpe con suole di sughero, tessuti di estratto di latte che quando si bagnavano sprigionavano un odoraccio schifoso. Poi seguì la battaglia del grano: in ogni palmo di terra si seminava grano, comprese le ville comunali.
      Eravamo impegnati in questa lotta, spinti dalla propaganda fascista che non mancava di farci vedere sui giornali il Duce impegnato a trebbiare.
       Fu in questa atmosfera da conquistadores che vidi partire anche mio padre, sebbene avesse quasi cinquant’anni. Il suo fine era, se avesse avuto la fortuna di ritornare, poter ottenere la licenza di macellaio. Ma io penso che c’era pure un po’ di amore per l’avventura.
      Partirono fanatici e poveri (più poveri che fanatici). I ricchi, i gerarchi fascisti rimasero quasi tutti a casa e la guerra la seguivano alla radio nella casa del fascio dove avevano appeso una carta geografica dell’Etiopia e, con delle bandierine spillate sopra, segnavano l’avanzata delle nostre truppe gloriose, intonando l’Inno Nazionale e Faccetta nera. A noi ragazzi queste cose ci esaltavano!
        Il mio amico Spartaco ed io, dopo aver ascoltato un’ennesima volta le gesta di ragazzi che la propaganda fascista ci propinava, decidemmo di non essere da meno di costoro che noi ritenevamo eroi. Ci dicemmo “E noi perché no?”
        Fu così che un tardo pomeriggio, dopo esserci riempiti le tasche di biscotti di grano, qualche fico secco e pochissime monete, tentammo la grande avventura. Obiettivo Messina. Dal porto di Messina salpavano le navi verso l’Africa, cariche di materiale bellico e di militari, e noi avremmo potuto imbarcarci clandestinamente e raggiungere i campi di battaglia, dove ci saremmo coperti di gloria e di medaglie al valore.
        Così al primo treno merci che si arrestò alla stazione, ci avvicinammo guardinghi e in uno degli ultimi vagoni, dove c’era l’abitacolo del controllore, visto che non c’era nessuno, salimmo rapidamente e ci chiudemmo dentro. Accomodandoci alla meno peggio sulla panca ci parve di avere ottenuto già la prima conquista.
        Il treno si fermava a tutte le stazioni e tutto filò liscio fino a Condofuri. Lì la sosta si fece lunga dato che la locomotiva si riforniva di acqua e i controllori avevano tutto il tempo per verificare il treno. Fu così che venne aperto lo sportello del nostro nascondiglio e quale non fu lo stupore dell’impiegato, vedendoci. Rimase qualche istante perplesso, poi sbottò “Ma che cavolo ci fate voi due qui?!”
      Rispose Spartaco e francamente mi stupii sentendolo piagnucolare, dicendo che suo papà (non il mio) si trovava a Reggio in attesa di partire per l’Africa per la conquista dell’Abissinia e che voleva vederlo ancora una volta prima che si imbarcasse.
        “Bene” rispose il controllore, senza commuoversi affatto per la pateticità del racconto, “a me non me ne frega niente della tua storia. Questo è un treno mercantile e non passeggeri e per giunta non avete neanche il biglietto. Perciò rimanete a terra e non tentate di risalire, altrimenti alla prossima fermata vi consegnerò ai carabinieri”.
        Partimmo mogi mogi verso la sala d’aspetto dove rimanemmo al riparo ed approfittammo per sgranocchiarci i biscotti con qualche fico secco. Non mancarono le imprecazioni contro quell’energumeno di impiegato che ci aveva anche minacciati.
        Poi decidemmo che non era questo piccolo intoppo che poteva distrarci dai nostri grandi propositi di conquistatori e ripartimmo con la fantasia sentendoci protagonisti di una grande e meravigliosa avventura. D’un tratto sentimmo un treno arrestarsi e in modo molto guardingo ci avvicinammo alla porta di un vagone, l’aprimmo e ci infilammo dentro nascondendoci, e per fortuna non fummo scoperti.
      Giunti alla stazione di Reggio ci avviammo verso l’uscita in mezzo agli altri passeggeri. Una volta fuori, nella piazza Garibaldi, ammirammo la statua del grand’uomo e sperammo di poter emulare le sue gesta. Traversammo la piazza e percorremmo il Corso, ammirando la villa, i palazzi, le vetrine, tutte cose nuove per noi che mai avremmo immaginato che una città fosse così grande. La vetrina di una pasticceria attirò la nostra attenzione. In un baleno entrammo e tirando fuori quel poco di monete che avevamo in tasca, li investimmo in paste alla crema che divorammo in un istante.
      Quello fu un momento di debolezza, ma ritornammo subito alla realtà, quella realtà che ci attendeva: la conquista di terre lontane, civilizzare i negri, fare dell’Italia un impero con a capo il Duce... Nella nostra fantastica immaginazione ci vedevamo al rientro in Patria, al paese, con il petto carico di medaglie al valore, guardati con ammirata invidia dai nostri compaesani.
      Non rimaneva che presentarci dal Segretario Federale ed esporre il nostro desiderio di raggiungere l’Africa al più presto.
      Giunti alla federazione, bisognava stabilire per le scale un qualche piano per farci ricevere dal Federale. Ma non tutte le ciambelle riescono col buco e infatti, dopo esser saliti al piano superiore, una guardia ci venne incontro con l’aria un po’ stupita e ci chiese cosa facessimo lì. Risposta di Spartaco: “Vogliamo andare a combattere in Etiopia a fianco dei nostri soldati” al che la guardia non riuscì a frenare una gran risata.
       Alla fine, ripresosi, con calma e beffardo dice “ Ma allora siamo a posto, le nostre armate possono rientrare, una volta che arrivate voi due laggiù gli abissini si arrenderanno in massa, prostrandosi ai vostri piedi!” E di nuovo a ridere...
        A tanto insulto Spartaco si rivolse a me “Andiamo. A questo glie la farò pagare cara, io so a chi rivolgermi”. Ritornammo in città ma lui non mi disse a chi si sarebbe rivolto per fargliela pagare a quel bestione che ci aveva derisi perché non aveva capito di trovarsi in presenza di due futuri eroi.
      Lungo il Corso incontrammo due paesani e molto sfacciatamente chiedemmo loro dei soldi in prestito. Ci diedero cinque lire. Quei soldi potevano servirci per pagare il traghetto e passare a Messina dove sarebbe stato più facile trovare un imbarco per l’Africa, ma l’appetito ci attanagliava lo stomaco, così entrammo in una bottega dove comprammo alcuni panini imbottiti. Ci rifocillammo e la traversata dello stretto la rinviammo a dopo.     
       Passando davanti ad un negozio di ferramenta, Spartaco entrò dicendomi di attenderlo, e poi uscì tenendo intorno al braccio un rotolo di fil di ferro. Gli chiesi a cosa gli servisse e mi rispose che lui era bravo a costruire gabbie e che in Africa ci sarebbero stati uccelletti rari, ed ecco l’utilità delle gabbie.
      Ma l’Africa la vedevamo sempre più lontana, i soldi erano finiti, la traversata dello stretto una pura illusione. Errammo ancora un po’ per la città, verso mezzanotte vedemmo un caffè aperto con alcuni tavolini e sedie all’esterno. Ci sedemmo a un tavolo per riposarci e subito un anziano cameriere venne a chiederci cosa desiderassimo. Rispose Spartaco un po’ piagnucolando “Potete prestarci una coperta?” il cameriere rimase un istante inebetito, poi ci rifece la domanda. La risposta fu identica e lui di rimando disse “Ma questo è un bar, non un negozio di tessuti” Poi, rimasto qualche istante pensieroso, ci disse con atteggiamento amichevole di attendere la chiusura del bar.
      Alla chiusura del locale infatti ci venne incontro e con fare paterno ci chiese come mai ci trovassimo in quella circostanza. Io allora gli raccontai della partenza di mio padre per l’Africa e che desideravo incontrarlo prima che si imbarcasse, ma senza confessare il vero progetto. Egli si commosse e ci invitò ad andare a casa sua ché ci avrebbe ospitato per quella notte. A casa sua, trovammo due ragazzi pressappoco della nostra età ai quali ci presentò. Dai loro discorsi intuimmo che la madre era separata dal marito e che lui sperava in un suo ravvedimento. Si notava che era un uomo infelice ma dotato di molta speranza.
      Prepararono in tavola un po’ di broccoli freddi, che certamente erano rimasti da mezzogiorno, un poco di salsiccia cotta, pane e qualche frutta. Un po’ rifocillati, ci condussero in una stanzetta con due lettini che sicuramente erano quelli dei due ragazzi i quali per l’occasione dormirono con il padre.
     Al mattino seguente il padrone di casa ci preparò un po’ di caffelatte con del pane e con fare paterno quell’uomo gentile ci raccomandò di rientrare a casa dove certamente i nostri genitori sarebbero stati in ansia. Con mille ringraziamenti a lui e ai suoi figli ci separammo e ricominciammo a girovagare per la città, ormai decisi a rientrare a casa senza medaglie e senza gloria, Spartaco con il suo fil di ferro per riprendere la costruzione delle gabbie per uccelletti.
     Pensammo di rivolgerci alla Questura per farci rimpatriare ma una guardia un po’ annoiata ci disse di ritornare più tardi perché al momento il capo era assente. Riprendemmo a gironzolare e come sempre succede nelle imprese mal riuscite, una volta finito l’entusiasmo, anche l’amicizia un po’ si incrinò e ognuno di noi in cuor suo pensava che fosse colpa dell’altro se tutto si era concluso con uno scacco.
     In ogni modo alla fine decidemmo di rientrare a casa a piedi. Non era cosa da poco papparci  in tal modo sessanta chilometri, ma non vedevamo altra soluzione.
    Così partimmo alla volta di Brancaleone camminando ad andatura sostenuta. Poi cominciammo a correre. Dopo un po’ di tempo mi venne un forte dolore alla milza e fui costretto a fermarmi pregando il mio compagno di attendermi. Lui non volle ascoltarmi e continuò a correre. Lo vidi allontanarsi e poi lo persi di vista. Calmatosi il dolore ripresi a correre con la speranza di raggiungerlo, ma niente. Così, un po’ al passo e un po’ correndo, giunsi a Melito Porto Salvo.
     Fortuna volle che, traversando la città mi imbattei in un mio cugino al quale raccontai di mio padre ma nascosi il vero motivo della mia andata a Reggio, perché la verità mi avrebbe fatto apparire ridicolo. Lui probabilmente si commosse un poco e mi portò a casa sua. La moglie, sentendo di mio padre imbarcato per l’Africa, si rattristò moltissimo.
     Prepararono la cena ma io mangiai pochissimo sia per la stanchezza sia per l’ansia che avevo di tornare a casa. Ad ogni costo volevano che mi riposassi un po’, ma io insistetti minacciando di ripartire a piedi. A questo punto mio cugino si dispose ad accompagnarmi.
     Questo mi calmò alquanto anche perché fra l’altro, avevo la preoccupazione che Spartaco arrivasse prima di me, e sicuramente mia madre si sarebbe spaventata ancor di più non vedendomi. Arrivare alla stazione fu un martirio, avevo le gambe irrigidite e doloranti, ma con grande sforzo vi giunsi e mio cugino mi comprò il biglietto.
     Quando arrivai al mio paese, scendendo dal treno, vidi mia madre all’ingresso della stazione attorniata da alcuni ragazzi i quali probabilmente da alcuni giorni formavano questo capannello all’arrivo dei treni provenienti da Reggio per godersi la scena del mio rientro e potermi in seguito sfottere... Ma mia madre mi venne incontro e mi abbracciò senza dire una parola.
     Da quel carosello di curiosi che mi aspettava per sfottermi, partì un applauso, alcuni sghignazzavano e se la ridevano tra di loro.
     Queste cose mi lasciarono indifferente, ero refrattario a tutto e non vedevo l’ora di andare a casa e mettermi a letto.
     Dormii quasi ventiquattrore e le gesta di eroismo della guerra d’Africa non le sognai neppure. Spartaco arrivò il giorno dopo accompagnato dalla questura. Inutile dire che evitammo per qualche tempo di incontrarci, probabilmente per evitare di parlare di qualcosa in cui eravamo falliti tutt'e due.



martedì 5 febbraio 2013

SAMIZDAT'


 
Molti anni fa lessi “Mosca sulla Vodka” di Venedikt Vasilevic Erofeev (titolo originale Moskva-Petuški) un romanzo che prima di essere pubblicato circolò in dattiloscritto nei circuiti non ufficiali della cultura moscovita, raggiungendo ben presto una grande popolarità.
Non ricordo molto di quel romanzo, se non che il protagonista viaggiava su un treno locale intorno a Mosca e irrideva sarcastico e dolente alla società sovietica, al ritmo di incontri occasionali e solenni bevute.


Ciò che mi affascinò fu che quel romanzo era nato come  “samizdat”, che  in russo significa "edito in proprio", un fenomeno spontaneo che esplose in Unione Sovietica tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta. In pratica consisteva nella diffusione clandestina di scritti illegali perché censurati dal regime sovietico. Il meccanismo era semplice: l'autore scriveva il testo facendo alcune copie con la carta carbone, poi le distribuiva agli amici; se questi lo trovavano interessante lo distribuivano a loro volta…
Un esempio simile che mi è caro è l’esordio poetico di Ferruccio Brugnaro che ciclostilava le proprie poesie e le affiggeva nelle bacheche delle fabbriche di Porto Marghera dove lavorava come operaio. I suoi scritti erano palpitanti di lotta e di impegno.

 pubblicazioni  Nina edizioni
Io che sono portata a dissacrare il dissacrabile, non mi faccio scrupolo di immettermi in questa scia di autorevoli autoprodotti, e rispondendo semplicemente al mio gusto per la scrittura, per la lettura e soprattutto per il gioco, faccio anch’io da me: poesie, racconti, piccoli testi teatrali (miei e di amici e familiari) li stampo col computer in formato opuscolo, con tanto di indice, numerazione di pagine, copertina colorata, presentazione e logo della... Nina edizioni.


Poi li distribuisco a tutti coloro che hanno la bontà di dedicarmi un po’ del proprio tempo per leggerli…







 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

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