venerdì 10 dicembre 2010

LE RAGIONI DELLA MEMORIA

La vita ci cambia, anche se non sempre lo sappiamo...

A volte usa la malattia per colpirti proprio nel tuo punto speciale
portando via  te stesso alla tua memoria...
Negli occhi ti rimane la tristezza
il sentimento di quello che eri
ma che non ricordi più...

Tanti voti mi veni mi pensu
aundi finiru certi cosi antichi
e si è veru chi a materia resta tutta
e si puru si cangia di natura
nenti sparisci (cusì si ssicura)
volissi iri andarretu pe m’i trovu
cu sapi aundi trovanu cunsolu
Dda puma russa ‘i vitru trasparenti
ppojata i latu supra a Vigorelli
a rradiu chi pariva nu casciuni
chi davanti ndaviva du buttuni
(quand’era picciridda mi cridiva
chi d’arretu ccucciatu unu parrava)
U stipu vecchiu, cu na tenda a chjuri
E i giornaletti tutti ncatastati
chi leggiva a mucciuni di me matri
L’artarinu di maggio
U palluni d’a mostra
A bambula settata menz’o lettu
Na mazza di riganu odorusa
fora da porta mpenduta pe’ rispettu
E arretu ‘e cosi veninu paroli
ricordi di quand’eramu figghjoli
U battezzu d’e bambuli,
U rosoliu
“Tegnu apertu l’umbrellu a malaguriu…”
“Sséttati supra domani matina
e tirancillu u coddu (da gaddina)
cusì ti faci l’ovu cu ddu russi”
e po’…“Dissi to mamma mi ti curchi”
Ma arretu d’e paroli po' chi veni?
veni Tripepi cu a so strata dritta
e a ferrovia chi cumbogghjava u mari
veni nu sonu: fisarmonica a festa
e me frati Pinu chi sonandu camina
mmenz’e loiari assiemi a tant’amici
vestutu di sordatu di marina.

TRADUZIONE
Tante volte mi vien da pensare
Dove son finite le cose di una volta
E se è vero che la materia resta tutta
E sebbene cambi di natura
Niente sparisce, così si assicura
Vorrei andar indietro a ritrovarle
Chi lo sa chi ora le consola
La mela rossa di vetro trasparente
appoggiata in parte sulla Vigorelli
La radio che sembrava un gran cassone
che davanti aveva due bottoni
(quand’ero piccolina immaginavo
che accucciato lì dietro uno parlava)
Lo stipo vecchio con la tenda a fiori
e i giornaletti tutti accatastati
che leggevo di nascosto a mia madre
l’altarino di maggio
il pallone della mostra
la bambola seduta in mezzo al letto
un mazzo di origano odoroso
fuor della porta appeso per rispetto
E dietro alle cose vengono parole
Ricordi di quan’eravamo bimbi
Il battesimo delle bambole
Il rosolio
“Tengo aperto l’ombrello a mal’augurio”
“Sieditici sopra domattina
e tiraglielo il collo (alla gallina)
così ti farà l’uovo con due rossi”
E poi “Ha detto tua mamma di coricarti”
Ma dietro alle parole poi, che viene?
Viene Tripepi con la sua strada dritta
la ferrovia che nascondeva il mare
Arriva un suono: fisarmonica a festa
E mio fratello Pino che suonando cammina
In mezzo alle agavi assieme a tanti amici
Vestito da soldato di marina

TAM TAM

Non ho molti lettori, ma confidando anche in quelli di passaggio, riporto un appello che ho trovato in un blog amico e che condivido:
Cari Amiche e Amici, un attimo di attenzione.. è importante,un appello molto urgente per fare in modo di dare una mano a una nostra amica, il suo nome è Bruna Cavasin,in questo momento si trova in grave difficoltà..perchè senza un lavoro,bisogna fare in modo che tutto questo sia fatto girare sui vostri blog,Bruna è una brava persona, seria e leale e lavoratrice,se altre persone faranno come me ci saranno più occasioni di aiutarla,confido nel vostro aiuto.

Grazie di cuore !
La promotrice di questo tam tam e Carla Colombo a cui va un grazie particolare,questo è il link del suo blog,per altre informazioni.
Http://artecarlacolombo.blogspot.com/
E questo è il link del blog di Bruna Cavasin di Rimini .
Http://lookuppainting.blogspot.com/

giovedì 25 novembre 2010

BRIC A BRAC

Qualche tempo fa ho visto alla mostra del cinema di Venezia il film “Cosmonauta” di Susanna Nicchiarelli, gustoso di situazioni ed atmosfere anni sessanta legate al modo di fare politica di quegli anni: le macchine con l’altoparlante che giravano per il paese “votate e fate votare…”, il dualismo tra America e Russia che si confrontava a colpi di avanzata nello spazio. Idee, simboli che consentivano scelte di campo nette e fiduciose. Personalmente l’ho trovato delizioso ed evocativo, mi ha fatto sentire il profumo un mondo che anch’io ho respirato, e la cui presenza coltivo dentro di me come un bel fiore…

Nell’ingresso della casa delle vacanze che condivido con un mucchio di gente, sopra la grande cassa panca che noi chiamiamo “casciuni” e che mia sorella Cilla ha fatto restaurare da poco, troneggia un grande manifesto che trovammo anni fa nella soffitta della casa paterna, quando dovemmo sbaraccare perché i proprietari non ce la lasciavano più in affitto.
Nella ricerca disperata di tutto quello che poteva racchiudere ed esalare ancora profumo di vita vissuta, rovistammo dappertutto. Era difficile trovare qualcosa di significativo: parti di oggetti informi, irriconoscibili e databili solo al carbonio 14; cianfrusaglie anonime come quando giri per i cassetti e trovi solo viti spaiate e pezzettini di fil di ferro che non si capisce che ci stanno lì a fare. Qualche quadernetto di quelli sottili da quindici lire a righe di terza (dei tempi in cui andavo alle elementari) con appunti di mio padre. A volte erano solo conti indecifrabili, altre volte criptici promemoria, ogni tanto un nome familiare: cose sparse, frammenti minimi ma pur sempre una traccia: era stata proprio la sua mano destra (quella con l’indice e il medio ingialliti dalla nicotina) che, impugnata la bic nera, aveva inciso se così si può dire quelle pagine disordinate ma piene di energia!
Nel mentre che un po’ deluse e un po’ volenterose radunavamo il nostro scarso bottino, acquattato dietro un vecchio baule, arrotolato su se stesso con noncurante infingardaggine, ESSO si nascondeva.
Se mia sorella non avesse inciampato nel piede rotto del baule quasi rompendosi il piede, non ce ne saremmo accorte. Ma nell’urto poderoso delle due masse, il baule ebbe un sussulto e irritato si spostò di dieci centimetri. Fu così che lo trovammo: un poster gigantesco in cui su uno sfondo blu notte si stagliava grigia l’immagine della sfera lunare, brufolosa di cento crateri, con piantato spavaldo e sventolante (ma non erano “bandiere senza vento…”?) un rosso vessillo e in basso la scritta:
IL RAZZO SOVIETICO SULLA LUNA…
UN'ALTRA CONQUISTA DEL MONDO COMUNISTA
VERSO IL PROGRESSO E LA PACE
L’abbiamo fatto incorniciare con una striscia di legno rosso, ricoperto con una lastra di vetro per proteggerlo dalla polvere e dal tempo, per quanto possibile. L’abbiamo appeso sul casciuni, proprio in entrata, ad accogliere gli sguardi incuriositi o sconcertati degli ospiti.
Ogni volta che entrando in casa, accaldata dalla spiaggia o carica di borse della spesa, me lo ritrovo addosso, provo un’emozione di nostalgia per l’ingenuità di quella assurda e anacronistica scritta. Mi riattiva sensori che a loro volta ne svegliano altri, mettendo in moto un meccanismo di ricordi che si tirano dietro ricordi. Parole magiche: Sputnik, Laika (la prima cagnetta nello spazio), I96I (data che si legge uguale anche se capovolta), Gagarin, quel primo cosmonauta russo che mi sembrava quasi un parente (*).

(*)A lui le mie sorelle grandi avevano dedicato una canzoncina sulla musica di Bongo Cha Cha Cha che noi filosovietici cantavamo orgogliosi:
 Yu-ri Ga – Ju-ri- Ga-ga-rìn
 par-la-ci tu de-llo spa-zio                                    
 di-cce-lo con sin-ce-ri-tà
 den-tro l’a-stro-na-ve che si fa?
 in te-sta è be-llo me-tte-re
 il ca-sco di a-stro-na-u-ta…

Faccio un salto per riportare un altro pensiero che ogni tanto mi attraversa la mente, quando penso a mio padre: penso che se c’è un senso nella morte, ancorché prematura, di chi come lui ha impegnato la propria vita per il perseguimento di un ideale, è che ne ha preservato i sogni, la grandezza dell’animo e la fanciullezza dello spirito che forse non avrebbero retto al deteriorarsi dei tempi.

lunedì 20 settembre 2010

Settembre, andiamo è tempo di ...

Primo giorno d'autunno. Mi ricordo da piccola come accoglievo con gioia ogni cambio di stagione.
Noi bambine, alle prime avvisaglie di pioggia, ci mettevamo un asciugamano sulla testa e uscivamo fuori in strada o in cortile. Poi andavamo dall'una all'altra a bisbigliarci all'orecchio: "Sentìa na' goccia d'acqua e mi dissi chi tu si storta, (o scema o stupida o cretina) ma nessuna si offendeva perché poi ricambiava il favore.
E poi dopo le interminabili estati calabre un po' di fresco non guastava...
Era anche il tempo del rientro a scuola, che all'epoca avveniva il primo ottobre e quindi i preparativi le aspettative la curiosità, il piacere di ritrovare le compagne di classe, almeno quelle che erano tue amiche.
Alcune me le ricordo per cognome. Di altre rivedo la faccia, altre ancora le ho dimenticate del tutto.
Mi ricordo di Mangano, che copiava sempre (sua mamma le aveva tradotto tutte le versioni dal greco contenute nel libro usato dalla professoressa), fu l'unica a copiare dal bignami perfino il compito di italiano a tema libero.
Quella volta, chi più chi meno, avevamo fatto tutte bene: alcune tradizionaliste ispirandosi al caro nonno defunto e simili, con uso e abuso di buoni sentimenti; l'avanguardia intellettuale affrontando i grandi temi: fame nell'India, pace nel mondo, droga, rapporto intergenerazionale... naturalmente condendo il tutto con una grattugiatina di luoghi comuni e di sentito dire.
Lei si era prodotta in un componimento dal titolo "Istantanee da un treno in corsa"!
L' insegnante (una toscana, mi pare di Pisa, che tutte noi adoravamo) si arrabbiò moltissimo e disse che l'avrebbe rimandata a settembre se quell'anno non ci fossero stati gli esami di quinta ginnasio. Così anche quella volta Mangano la fece franca.
Non pensavo di parlare di questo quando ho cominciato a scrivere ma è così, i ricordi sono come le ciliege, uno tira l'altro.

giovedì 24 giugno 2010

Penso

Eccomi a distanza di qualche mese su questo spazio che, pur essendo poco frequentato, è pur sempre uno spazio pubblico e come tale merita l'attenzione e lo sforzo per esprimere al meglio il mio pensiero e cercare di dire la mia, se mi sembra di aver qualche cosa da dire.

Ho saputo via mail dello smascheramento della banda bassotti della politica che tentava di introdurre il concetto di violenza sessuale "di lieve entità" sui minori.

Per fortuna dal numero di mail inviate e ricevute, dai blog che frequento che ne hanno fatto eco, capisco che il tam tam della contro informazione (contro quella imbavagliata e ammiccante dei media ufficiali) funziona!

Meno male perché a volte mi dispero considerando che tanta gente deve avere il prosciutto sugli occhi, per non smascherare questi loschi individui, quando attraverso la televisione ci appallano e ci ammorbano parlando della famiglia, dei valori, dell'identità cristiana... e tutte le balle che si sparano a getto continuo.

Penso a quegli italiani che dormono il sonno indotto dall'oppio della propaganda mediatica berlusconiana e credono che è meglio farsi i fatti propri, pensare per sé, provarci col gratta e vinci o col quiz televisivo...

Penso a come sempre più spesso io, e credo tanti altri, ci si senta soli, non trovando nel panorama politico italiano qualcuno che sappia cogliere il bisogno di reagire a quest'andazzo, che sia in grado di aiutarci a sperare ancora che l'umanità possa esprimere qualcosa di meglio che la prevaricazione dei potenti o la guerra tra poveri o la stupidità e la miopia dell'egoismo.

Penso che nonostante le sconfitte, le batoste e le fragature io non mi arrendo.

giovedì 15 aprile 2010

LA POLITICA

Per non cedere allo sconforto dovuto alla deriva barbarica che mi pare trascini il nostro paese verso l'apatia e il disinteresse della cosa comune, voglio rievocare come si respirava "la politica" a casa mia, ai miei tempi...



Mio padre era rrussu. A casa mia eravamo tutti rrussi, con due erre.
Fin da piccola io lo sapevo che eravamo rrussi: infatti quando passava il treno noi salutavamo con il pugno chiuso.
Quando c'erano le votazioni, ai comizi dei comunisti mio padre era sempre sul palco a fianco dell'oratore.
Una volta, che doveva venire un deputato di Roma, mio padre disse che dovevo salire sul palco anch'io per dargli i fiori.
Passammo il pomeriggio intero: io in piedi su una sedia e mio padre che mi faceva ripetere la stessa frase. Che avrebbe dovuto essere sempre la stessa, ma lui la modificava ogni volta:
- Offro questo fascio di garofani rossi al compagno onorevole Mario Zagari.
Io ripetevo:
- Offro questo fascio di garofani rossi al compagno onorevole Mario Zagari.
- No! fascio no! Sennò sembra che siamo fascisti …
Di nuovo...
- Offro questi garofani al compagno onorevole Mario Zagari
- Ma non c'è più la parola rossi. Deve esserci il rosso! Devi dire:
- Offro questo mazzo di garofani rossi - rrossi, mi raccomando, rrossi, al compagno onorevole Mario Zagari…
Io ripetevo giusto, ma se lui cambiava ogni volta, logico che poi mi confondevo...
Mio padre si arrabbiava, sbraitava, bestemmiava, sudava, poi mi prendeva con le buone e ricominciavamo daccapo.

La sera andammo al comizio e mia mamma mi accompagnò dietro il palco, dalla parte della stazione. Sentivo il verso di un uccello in quattro tempi.
A un certo punto mi fecero salire, però non vedevo i fiori. Ero preoccupata perché come facevo a dire "Offro questo mazzo di garofani rossi al compagno onorevole Mario Zagari" se non ce li avevo?
Finalmente arrivò qualcuno con i garofani e mio padre mi prese in braccio.
Eravamo di lato al compagno onorevole che gridava. Era molto arrabbiato contro i nemici del popolo che facevano venire la schiena curva alle raccoglitrici di gelsomino.
Gridava e sputava, sputava e gridava: gli spruzzi di saliva uscivano dalla sua bocca come scintille luminose che si spegnevano dopo una breve parabola sul microfono. Non seguivo più tutte quelle parole complicate, e mi misi a pensare se anch’io ero un uccello che potevo volare e cose di questo genere...
Il comizio finì, applausi, qualche commento dal pubblico, mio padre che incalzava - Avanti Nina, tocca a te! … Toccava a chi? A me!?
Ah sì, la frase “Offro questo mazzo di garofani - e ce li avevo – rrossi - con due erre – al compagno onorevole Mario Zagari”
La sapevo perfettamente. Mio padre mi sporse in avanti...avvicinandomi al microfono tutto coperto di saliva!
Io, giuro, volevo… volevo… cioè no, non volevo. Assolutamente non volevo. Non volevo deludere mio padre, ma non dissi una parola.

Comunque era bello quando c’erano le elezioni a Bova! La sera andavamo a sentire il comizio, camminavamo tutte allineate con mia mamma che si metteva la sciarpa con le frange e quando passavamo davanti al cortile con i gelsomini diceva “Puh che puzza!”. Ascoltavamo il comizio dalla piazzetta e poi il giorno dopo c’erano i commenti. Se l’oratore era dello schieramento avversario era stato stupido e ridicolo, se era uno dei nostri era stato intelligente e divertente. Ancora più bello era a casa mia il pomeriggio che precedeva un “nostro” comizio, perché i compagni portavano su da noi i microfoni e l’amplificatore per provarlo e io e le mie sorelle ne approfittavamo per fare le star: cantare, imitare i nostri beniamini della televisione, ché ci sentivano fin dalla piazza.
Allora era tutto molto facile: c’erano i buoni e i cattivi e, pensate un po’ che fortuna, noi eravamo tra i buoni!

giovedì 25 marzo 2010

La tirannide ...

Ultimamente non guardo molto la televisione. Non è una posa da intellettuale, è che proprio mi annoia. I telefilm americani non li reggo, detesto le trasmissioni del pomeriggio le quali oltre che finte, mi arricchiscono come le riviste del parrucchiere, solo che alla fine non ho neanche i capelli a posto.
Gli unici appuntamenti che riescono ad attrarmi sono quelli di Anno zero, Che tempo che fa e Amici (mi piace vedere tanti giovani che hanno una passione e lavorano e sudano per portarla avanti). Ogni tanto guardo anche i balletti del sabato sera.
Ergo: hanno tolto Santoro e Ballarò che faccio? Sono incavolata: possibile che non sia evidente a tutti come a colpi di censura si stiano restringendo sempre di più gli spazi del pensiero libero?
Un po' mi deprimo, un po' cerco di reagire e nel mio piccolo ribadisco che se chi è al potere ha paura delle idee vuol dire che le sue sono cattive!

Nel frattempo leggo, gioco e curo i fiori

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