IL NOSTRO POSTO
Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere il posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare, chiedere ...scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri per capirne meglio e più piano la lezione. Sono andata all’estero a studiare ancora, ho visto gli occhi sbigottiti di coloro a cui dicevo che se hai bisogno di ingessare una frattura, nei nostri ospedali, che tu sia il Rettore dell’Università o il bidello della Facoltà fa lo stesso, la cura è dovuta e l’assistenza identica per tutti. Sono stata una giovane donna che ha avuto accesso al lavoro in virtù di quel che aveva imparato a fare e di quel che poteva dare: mai, nemmeno per un istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana, nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno. Ho saputo senza ombra di dubbio che essere di destra o di sinistra sono cose profondamente diverse, radicalmente diverse: per troppe ragioni da elencare qui ma per una fondamentale, quella che la nostra Costituzione – una Costituzione
antifascista - spiega all’articolo 2, proprio all’inizio: l’esistenza (e il rispetto, e il valore, e l’amore) del prossimo. Il “dovere inderogabile di solidarietà” che non è concessione né compassione: è il fondamento della convivenza. Non erano mille anni fa, erano pochi. I miei genitori sapevano che il mio futuro sarebbe stato migliore del loro. Hanno investito su questo – investito in educazione e in conoscenza – ed è stato così. È stato facile, relativamente facile. È stato giusto. Per i nostri figli il futuro sarà peggiore del nostro. Lo è. Precario, più povero, opaco. Chi può li manda altrove, li finanzia per l’espatrio, insegna loro a “farsi furbi”. Chi non può soccombe. È un disastro collettivo, la più grande tragedia: stiamo perdendo la
fiducia, la voglia di combattere, la speranza. Qualcosa di terribile è accaduto negli ultimi vent’anni. Un modello culturale, etico, morale si è corrotto. La politica non è che lo specchio di un mutamento antropologico, i modelli oggi vincenti ne sono stati il volano: ci hanno mostrato che se violi la legge basta avere i soldi per pagare, se hai belle le gambe puoi sposare un miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella presidenza di ente pubblico, di un ministero. Mettiti in salvo tu da solo e per te: gli altri si arrangino, se ne vadano, tornino a casa loro, crepino. Ciò che si è insinuato nelle coscienze, nel profondo del Paese, nel comune sentire è un problema più profondo della rappresentanza politica che ha trovato. Quello che ora chiamiamo "berlusconismo” ne è stato il concime e ne è il frutto. Un uomo con un potere immenso che ha promosso e salvato se stesso dalle conseguenze che qualunque altro comune cittadino avrebbe patito nelle medesime condizioni - lo ha fatto col denaro, con le tv che piegano il consenso - e che ha intanto negli anni forgiato e avvilito il comune sentire all’accettazione di questa vergogna come fosse “normale”, anzi auspicabile: un modello vincente. È un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in quinta elementare, sperano di fare le veline così poi da grandi trovano un ricco che le sposi. È un tempo triste quello in cui chi è andato solo pochi mesi fa a votare alle primarie del Partito Democratico ha già rinunciato alla speranza, sepolta da incomprensibili diaspore e rancori privati di uomini pubblici. Non è irrimediabile, però. È venuto il momento di restituire ciò che ci è stato dato. Prima di tutto la mia generazione, che è stata l’ultima di un tempo che aveva un futuro e la prima di quello che non ne ha più. Torniamo a casa, torniamo a scuola, torniamo in battaglia: coltivare i pomodori dietro casa non è una buona idea, metterci la musica in cuffia è un esilio in patria. Lamentarsi che “tanto, ormai” è un inganno e un rifugio, una resa che pagheranno i bambini di dieci anni, regalargli per Natale la playstation non è l’alternativa a una speranza. “Istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza”, diceva l’uomo che ha fondato questo giornale. Leggete, pensate, imparate, capite e la vita sarà vostra. Nelle vostre mani il destino. Sarete voi la giustizia. Ricominciamo da qui. Prendiamo in mano il testimone dei padri e portiamolo, navigando nella complessità di questo tempo, nelle mani dei figli. Nulla avrà senso se non potremo dirci di averci provato. Questo solo posso fare, io stessa, mentre ricevo da chi è venuto prima di me il compito e la responsabilità di portare avanti un grande lavoro collettivo.
L'Unità - Concita de Gregorio
domenica 10 aprile 2011
giovedì 31 marzo 2011
I Ziti!
…Quando mia sorella Chicca si sposò (e io avevo due anni) tutti si divertivano con i miei commenti. A Ninì, “u zitu”, dicevo: “T’a maritasti? E portattilla!” te la sei sposata? E allora portatela via.
Vedendo mia mamma che le approntava il corredo: “E tutti sti cosi nci duni? Tutti i cosi a idda?” Evidente che si faceva già strada il mio senso di giustizia sociale: eravamo in tanti, ce ne sarebbe stato per tutti? Infine, di fronte alla commozione dei grandi: “E vui chi nci ciangiti affari! Pari chi mori: si marita e basta!” Cosa state a piangere, non muore mica, si sposa soltanto! Quella saggezza spicciola che mi ha accompagnato per tutta la vita, assieme al bisogno di sdrammatizzare e di trovare la via di scampo per tutto.
Alla festa di matrimonio di Chicca posso collocare il mio ricordo più antico.
Il matrimonio di Chicca rappresenta uno dei capisaldi dell’epopea familiare, un matrimonio veramente inusuale: in assoluto il primo matrimonio civile a Bova Marina e sicuramente uno dei primi in tutta Italia.
Era successo che il prete, per celebrare le nozze, pretendeva che mia sorella gli firmasse una carta in cui diceva che mio padre la obbligava a votare per i comunisti (era il periodo in cui i comunisti mangiavano i bambini e il clero tutto era impegnato in una santa crociata). Un ricatto a cui mia sorella non intese sottostare: il corteo, arrivato all’altezza della chiesa, tirò dritto e continuò fino al Municipio, mentre il prete si mangiava il fegato!
Questi fatti si raccontavano in famiglia e ci sono ancora le foto del matrimonio: il corteo sul ponte della fiumara, gli sposi in Municipio che firmano: Chicca in un vestito di raso color avorio splendido nella sua semplicità e Ninì, allegro, con una faccia da attore americano.
Il mio ricordo, chiaro e circoscritto, si colloca durante il rinfresco.
Casa degli sposi, gli invitati seduti sulle sedie allineate lungo il perimetro della stanza; ogni tanto qualcuno passava con un vassoio pieno di "cumpetti e pastetti" con in mezzo tanti cioccolatini incartati con quelle belle stagnole colorate. Mi passavano davanti ma nessuno mi offriva. Evidente che non tenevano nella dovuta considerazione il fatto che fossi sorella della sposa. E che cavolo!
Allora vado nell’altra stanza, quella da cui partivano quei dolci vassoi, forte del mio ruolo e col fermo proposito di esercitare il mio proprio diritto di prelazione. Già dalla porta si vedeva il tavolo, al centro della stanza, su cui era stata riversata una piramide di quelle leccornie. Andavo matta soprattutto per la cioccolata, tanto che fantasticavo che, se fossimo tutti fatti di cioccolato invece che di carne, io mi mangiavo per esempio un braccio, e poi quello mi ricresceva e me lo potevo rimangiare all’infinito: che dolce vita!
Mi piacevano tanto anche i “pastetti” fatti con la pasta di mandorle e un pezzo di ciliegia candita sopra. Per ultimi venivano i confetti, con la mandorla dentro, che però erano tanto duri. Quelli erano per il prestigio sociale. Infatti noi bambini facevamo a gara a chi ne raccoglieva di più quando, fuori dalla chiesa, i parenti degli sposi li lanciavano in aria (la moda del riso fu importata molto tempo dopo da quelli che erano stati al nord). Nessuno si vergognava di raccogliere i confetti da terra, neanche i grandi, e noi bambini ci lanciavamo nella mischia. Poi ci ritrovavamo ognuno con il suo bottino di confetti interi rotti e scheggiati a contarli per vedere chi era stato più bravo.
Dunque: a) sono la sorella della sposa, b) ho libero accesso alle stanze interne, c) sul tavolo c’è una vera montagna di dolci, d) posso prenderne quanto voglio, e) …e quando mi ricapita una cosa del genere?
Mi precipito dentro, decisa ad approfittare della circostanza quando, appena superata la soglia, vedo seduto di sghembo su una sedia alla mia sinistra un signore con una pancia enorme (penso fosse quello che in paese chiamavamo “U Piparu” e sul quale circolavano tanti aneddoti buffi dovuti alla sua mole). Tutta la baldanza e la determinazione di poco prima sparirono alla vista di quell’uomo che mi incuteva soggezione. Che fare? Scoppiare a piangere? Girarmi e tornare indietro? Fingere di star cercando qualcuno?
Dopo un primo momento di smarrimento proseguii come in automatico fino al tavolo, allungai la mano e presi un unico cioccolatino, guadagnando al più presto l’uscita.
Fu lì, credo, che si incardinò la prima costante: quella delle occasioni mancate. Per quel che ricordo cominciai quella volta, a due anni, e da allora un’inarrestabile galoppata finché non si sono quasi del tutto esaurite le occasioni da perdere.
Vedendo mia mamma che le approntava il corredo: “E tutti sti cosi nci duni? Tutti i cosi a idda?” Evidente che si faceva già strada il mio senso di giustizia sociale: eravamo in tanti, ce ne sarebbe stato per tutti? Infine, di fronte alla commozione dei grandi: “E vui chi nci ciangiti affari! Pari chi mori: si marita e basta!” Cosa state a piangere, non muore mica, si sposa soltanto! Quella saggezza spicciola che mi ha accompagnato per tutta la vita, assieme al bisogno di sdrammatizzare e di trovare la via di scampo per tutto.
Alla festa di matrimonio di Chicca posso collocare il mio ricordo più antico.
Il matrimonio di Chicca rappresenta uno dei capisaldi dell’epopea familiare, un matrimonio veramente inusuale: in assoluto il primo matrimonio civile a Bova Marina e sicuramente uno dei primi in tutta Italia.
Era successo che il prete, per celebrare le nozze, pretendeva che mia sorella gli firmasse una carta in cui diceva che mio padre la obbligava a votare per i comunisti (era il periodo in cui i comunisti mangiavano i bambini e il clero tutto era impegnato in una santa crociata). Un ricatto a cui mia sorella non intese sottostare: il corteo, arrivato all’altezza della chiesa, tirò dritto e continuò fino al Municipio, mentre il prete si mangiava il fegato!
Questi fatti si raccontavano in famiglia e ci sono ancora le foto del matrimonio: il corteo sul ponte della fiumara, gli sposi in Municipio che firmano: Chicca in un vestito di raso color avorio splendido nella sua semplicità e Ninì, allegro, con una faccia da attore americano.
Il mio ricordo, chiaro e circoscritto, si colloca durante il rinfresco.
Casa degli sposi, gli invitati seduti sulle sedie allineate lungo il perimetro della stanza; ogni tanto qualcuno passava con un vassoio pieno di "cumpetti e pastetti" con in mezzo tanti cioccolatini incartati con quelle belle stagnole colorate. Mi passavano davanti ma nessuno mi offriva. Evidente che non tenevano nella dovuta considerazione il fatto che fossi sorella della sposa. E che cavolo!
Allora vado nell’altra stanza, quella da cui partivano quei dolci vassoi, forte del mio ruolo e col fermo proposito di esercitare il mio proprio diritto di prelazione. Già dalla porta si vedeva il tavolo, al centro della stanza, su cui era stata riversata una piramide di quelle leccornie. Andavo matta soprattutto per la cioccolata, tanto che fantasticavo che, se fossimo tutti fatti di cioccolato invece che di carne, io mi mangiavo per esempio un braccio, e poi quello mi ricresceva e me lo potevo rimangiare all’infinito: che dolce vita!
Mi piacevano tanto anche i “pastetti” fatti con la pasta di mandorle e un pezzo di ciliegia candita sopra. Per ultimi venivano i confetti, con la mandorla dentro, che però erano tanto duri. Quelli erano per il prestigio sociale. Infatti noi bambini facevamo a gara a chi ne raccoglieva di più quando, fuori dalla chiesa, i parenti degli sposi li lanciavano in aria (la moda del riso fu importata molto tempo dopo da quelli che erano stati al nord). Nessuno si vergognava di raccogliere i confetti da terra, neanche i grandi, e noi bambini ci lanciavamo nella mischia. Poi ci ritrovavamo ognuno con il suo bottino di confetti interi rotti e scheggiati a contarli per vedere chi era stato più bravo.
Dunque: a) sono la sorella della sposa, b) ho libero accesso alle stanze interne, c) sul tavolo c’è una vera montagna di dolci, d) posso prenderne quanto voglio, e) …e quando mi ricapita una cosa del genere?
Mi precipito dentro, decisa ad approfittare della circostanza quando, appena superata la soglia, vedo seduto di sghembo su una sedia alla mia sinistra un signore con una pancia enorme (penso fosse quello che in paese chiamavamo “U Piparu” e sul quale circolavano tanti aneddoti buffi dovuti alla sua mole). Tutta la baldanza e la determinazione di poco prima sparirono alla vista di quell’uomo che mi incuteva soggezione. Che fare? Scoppiare a piangere? Girarmi e tornare indietro? Fingere di star cercando qualcuno?
Dopo un primo momento di smarrimento proseguii come in automatico fino al tavolo, allungai la mano e presi un unico cioccolatino, guadagnando al più presto l’uscita.
Fu lì, credo, che si incardinò la prima costante: quella delle occasioni mancate. Per quel che ricordo cominciai quella volta, a due anni, e da allora un’inarrestabile galoppata finché non si sono quasi del tutto esaurite le occasioni da perdere.
lunedì 14 marzo 2011
IMPRINTING
Nella mia vita la Costante n. 1 (quella delle Occasioni Mancate) si ritrova spesso intrecciata con la Costante n. 2 che si può riassumere in “Ma perché non mi dite mai a che gioco giochiamo?” comparsa nella mia esistenza, e incardinatasi stabilmente, molto probabilmente a partire dall'episodio del Piano (C).
…Era successo durante una missione esplorativa della nostra squadra di ragazzine del rione Tripepi capitanata dalle mie sorelle più grandi. Battevamo il territorio nelle vicinanze di casa. Mi pare fosse dalle parti del mulino che qualcuno trovò una vecchia moneta fuori corso del periodo fascista. Era una moneta da una lira con il profilo di Mussolini da una parte e un’aquila dall’altra. Aveva l’aspetto delle 100 lire: una vera fortuna.
Il consiglio di guerra decise che avremmo provato a spacciarla nella bottega di Ursulina, un’ignorantona che sapeva appena appena leggere e scrivere (per esempio una volta che doveva segnare sulla libretta un acquisto fatto a credito, invece di scrivere il nome di mia sorella Francesca scrisse “Lazza Frasca” . Questa cosa scatenò una feroce ironia da parte di tutta la famiglia, e anche noi piccole ci sentivamo autorizzate a dileggiare la detestata Ursula). La quale del resto era veramente odiosa e a noi bambine non ci poteva vedere. Anche a mia mamma non andava a genio perché si dava tante arie, dato che se la passava molto meglio di noi. Raccontava di una volta che si trovava nella sala d’attesa del dottore, tanta gente ognuno aspettando il proprio turno, quando arrivò Ursula. Piena di boria, "panza avanti" e senza salutare nessuno, entrò dritta dritta nell’ambulatorio del medico.
Tanti buoni motivi, dunque, per centrare il bersaglio. Sì, ma chi ci va? Tutte la temevano, perché era capace anche di menare le mani e chissà che altro.
“Mandiamoci Nina” che ero io, la più piccola e insospettabile. Quella che se Ursula si fosse accorta dell’inganno, poteva ancora passare come un’altra vittima innocente dei falsari.
Dunque, addestrata per la bisogna, entro nella bottega che era vuota e, garbatamente chiamo:
- Donna Ursulina?...
La vecchia abitava là stesso e quindi affacciava ogni tanto, ma in genere stava nel retro a fare le sue faccende.
Dopo un pezzo arriva e, indifferente alla mia grazia infantile, chiede brusca:
- Chi voi?
- Menzu chilu ‘ i zzuccheru…
e appoggiai la moneta sul bancone, girata dalla parte che c’era la testa di Mussolini. Lei con quei suoi piccoli occhietti diffidenti la prese in mano. La guardò la guardò la guardò. Era evidente che si era accorta che non era buona. Lei, una bottegaia, e per di più malfidata e maldisposta. Mentre pensavo al piano (A): discolparmi giurando e spergiurando sulla mia buona fede, stavo là con il fiato sospeso, un occhio a Ursula e uno alla porta, pronta a battere in ritirata: piano (B).
Dopo un tempo che mi sembrò eterno, Ursula, che non aveva mai rigirato la moneta dalla parte dell’aquila, pur non del tutto rasserenata (o era la mia immaginazione?) aprì il cassetto dove teneva i soldi e la fece cadere là in mezzo. Poi appoggiò sulla bilancia uno di quei fogli di carta dei bottegai, gialli e porosi e sopra ancora un altro foglio più piccolo di carta oleata (uno dei suoi trucchi per guadagnarci sul peso) e con la grossa sessola luccicante cominciò a versare lo zucchero. Una stupenda montagnola friabile bianca entusiasmante.
Io ero paralizzata, il cervello che girava a vuoto e non riuscivo a comprendere cosa stesse succedendo.
Avanti.
Ursula ha pesato, appoggia tutto sul banco e comincia a confezionare il pacchetto (Io andavo matta per quel rapido movimento di mani che partiva dalla base, ai due lati dell’involucro e con un abile gioco di pollice da una parte e indice e medio dall’altro, saliva su su veloce, facendo tante piccole pieghette fino a chiudere il tutto in quella tipica forma triangolare di quando si vendevano i prodotti sfusi).
Come dicevo, non ero preparata… Io avevo due piani:
(A) Se ne accorge e io professo innocenza
(B) Si arrabbia di brutto non credendomi e io scappo…
Ma tutto questo zucchero e tutto quel resto non erano previsti! La mia centralina si era inceppata e non mandava più istruzioni.
Non sapevo che fare e dev’essere stato perché ero a bocca aperta che la scemenza trovò la strada libera. Infatti, senza capire cosa stava succedendo e perché, sentii la mia propria piagnucolosa voce che diceva (roba da non crederci!) “Eranu farsi”.
E-ra-no-fal-si!! EH?!! Ma come? La vecchia taccagna aveva abboccato… aveva mescolato la moneta falsa in mezzo a quelle buone, e chi avrebbe più potuto incolparmi?... Mi aveva pesato mezzo chilo di zucchero… Mi aveva anche messo a disposizione un piccolo tesoro…E io?! Io rinunciavo a tutto e per giunta autodenunciandomi?! Ma perché?!
Per onestà? Per non fare peccato mortale? Per paura dell’inferno? Non so dirlo ora ma credo per niente di tutto questo: il fatto è che io ho bisogno di istruzioni precise. Se mi avessero preparata per il paradosso di una bottegaia che si fa abbindolare nel suo da una mocciosa, avrei sicuramente portato a termine l’impresa. Sarei tornata con mezzo chilo di zucchero e un sacco di soldi veri e forse la mia vita avrebbe preso un’altra piega: per anni e anni pensai con rammarico a tutta la cioccolata che avrei potuto comprare!
Naturalmente Ursula, messa alla berlina da una bambina di cinque anni, andò su tutte le furie e sbraitò e ingiuriò e deprecò la cattiva educazione ecc. ecc. Fuggii e mi misi in salvo ma il gruppo dei mandanti fu ancora più spietato:
Ma sei scema?! Quanto sei cretina! Ma vattene!!
Ma come? Anziché congratularsi con me per lo scherzo riuscito (se era uno scherzo non si doveva fare per davvero, no?) si imbufalirono come bisce per i danni che avevo provocato: la perdita del giusto bottino e le immancabili ritorsioni di Ursula.
Non ricordo che mi abbiano picchiato ma mi sentivo come quando si dice: dalle stelle alle stalle.
…Era successo durante una missione esplorativa della nostra squadra di ragazzine del rione Tripepi capitanata dalle mie sorelle più grandi. Battevamo il territorio nelle vicinanze di casa. Mi pare fosse dalle parti del mulino che qualcuno trovò una vecchia moneta fuori corso del periodo fascista. Era una moneta da una lira con il profilo di Mussolini da una parte e un’aquila dall’altra. Aveva l’aspetto delle 100 lire: una vera fortuna.
Il consiglio di guerra decise che avremmo provato a spacciarla nella bottega di Ursulina, un’ignorantona che sapeva appena appena leggere e scrivere (per esempio una volta che doveva segnare sulla libretta un acquisto fatto a credito, invece di scrivere il nome di mia sorella Francesca scrisse “Lazza Frasca” . Questa cosa scatenò una feroce ironia da parte di tutta la famiglia, e anche noi piccole ci sentivamo autorizzate a dileggiare la detestata Ursula). La quale del resto era veramente odiosa e a noi bambine non ci poteva vedere. Anche a mia mamma non andava a genio perché si dava tante arie, dato che se la passava molto meglio di noi. Raccontava di una volta che si trovava nella sala d’attesa del dottore, tanta gente ognuno aspettando il proprio turno, quando arrivò Ursula. Piena di boria, "panza avanti" e senza salutare nessuno, entrò dritta dritta nell’ambulatorio del medico.
Tanti buoni motivi, dunque, per centrare il bersaglio. Sì, ma chi ci va? Tutte la temevano, perché era capace anche di menare le mani e chissà che altro.
“Mandiamoci Nina” che ero io, la più piccola e insospettabile. Quella che se Ursula si fosse accorta dell’inganno, poteva ancora passare come un’altra vittima innocente dei falsari.
Dunque, addestrata per la bisogna, entro nella bottega che era vuota e, garbatamente chiamo:
- Donna Ursulina?...
La vecchia abitava là stesso e quindi affacciava ogni tanto, ma in genere stava nel retro a fare le sue faccende.
Dopo un pezzo arriva e, indifferente alla mia grazia infantile, chiede brusca:
- Chi voi?
- Menzu chilu ‘ i zzuccheru…
e appoggiai la moneta sul bancone, girata dalla parte che c’era la testa di Mussolini. Lei con quei suoi piccoli occhietti diffidenti la prese in mano. La guardò la guardò la guardò. Era evidente che si era accorta che non era buona. Lei, una bottegaia, e per di più malfidata e maldisposta. Mentre pensavo al piano (A): discolparmi giurando e spergiurando sulla mia buona fede, stavo là con il fiato sospeso, un occhio a Ursula e uno alla porta, pronta a battere in ritirata: piano (B).
Dopo un tempo che mi sembrò eterno, Ursula, che non aveva mai rigirato la moneta dalla parte dell’aquila, pur non del tutto rasserenata (o era la mia immaginazione?) aprì il cassetto dove teneva i soldi e la fece cadere là in mezzo. Poi appoggiò sulla bilancia uno di quei fogli di carta dei bottegai, gialli e porosi e sopra ancora un altro foglio più piccolo di carta oleata (uno dei suoi trucchi per guadagnarci sul peso) e con la grossa sessola luccicante cominciò a versare lo zucchero. Una stupenda montagnola friabile bianca entusiasmante.
Io ero paralizzata, il cervello che girava a vuoto e non riuscivo a comprendere cosa stesse succedendo.
Avanti.
Ursula ha pesato, appoggia tutto sul banco e comincia a confezionare il pacchetto (Io andavo matta per quel rapido movimento di mani che partiva dalla base, ai due lati dell’involucro e con un abile gioco di pollice da una parte e indice e medio dall’altro, saliva su su veloce, facendo tante piccole pieghette fino a chiudere il tutto in quella tipica forma triangolare di quando si vendevano i prodotti sfusi).
Come dicevo, non ero preparata… Io avevo due piani:
(A) Se ne accorge e io professo innocenza
(B) Si arrabbia di brutto non credendomi e io scappo…
Ma tutto questo zucchero e tutto quel resto non erano previsti! La mia centralina si era inceppata e non mandava più istruzioni.
Non sapevo che fare e dev’essere stato perché ero a bocca aperta che la scemenza trovò la strada libera. Infatti, senza capire cosa stava succedendo e perché, sentii la mia propria piagnucolosa voce che diceva (roba da non crederci!) “Eranu farsi”.
E-ra-no-fal-si!! EH?!! Ma come? La vecchia taccagna aveva abboccato… aveva mescolato la moneta falsa in mezzo a quelle buone, e chi avrebbe più potuto incolparmi?... Mi aveva pesato mezzo chilo di zucchero… Mi aveva anche messo a disposizione un piccolo tesoro…E io?! Io rinunciavo a tutto e per giunta autodenunciandomi?! Ma perché?!
Per onestà? Per non fare peccato mortale? Per paura dell’inferno? Non so dirlo ora ma credo per niente di tutto questo: il fatto è che io ho bisogno di istruzioni precise. Se mi avessero preparata per il paradosso di una bottegaia che si fa abbindolare nel suo da una mocciosa, avrei sicuramente portato a termine l’impresa. Sarei tornata con mezzo chilo di zucchero e un sacco di soldi veri e forse la mia vita avrebbe preso un’altra piega: per anni e anni pensai con rammarico a tutta la cioccolata che avrei potuto comprare!
Naturalmente Ursula, messa alla berlina da una bambina di cinque anni, andò su tutte le furie e sbraitò e ingiuriò e deprecò la cattiva educazione ecc. ecc. Fuggii e mi misi in salvo ma il gruppo dei mandanti fu ancora più spietato:
Ma sei scema?! Quanto sei cretina! Ma vattene!!
Ma come? Anziché congratularsi con me per lo scherzo riuscito (se era uno scherzo non si doveva fare per davvero, no?) si imbufalirono come bisce per i danni che avevo provocato: la perdita del giusto bottino e le immancabili ritorsioni di Ursula.
Non ricordo che mi abbiano picchiato ma mi sentivo come quando si dice: dalle stelle alle stalle.
lunedì 28 febbraio 2011
FOTOGRAFIE
Una foto in bianco e nero
sullo sfondo rocce chiare
Carne stanca dalla canottiera
e mani macchiate dal tempo
incrociate sulle tue ginocchia
Il tuo sguardo del disincanto
all’ombra del cappello bianco
fugge lontano l’orizzonte
Una ruga ti segna la fronte
una linea d’amarezza fine
Teatri lontani di vita e di lotte
condensati in grumo di ricordi
Nove figli ed eri solo
come un uomo quando è solo
Dov’è adesso quello sguardo
dov’è adesso la tua casa
dove c’è per me la chiave
per capire cos’è stato.
sullo sfondo rocce chiare
Carne stanca dalla canottiera
e mani macchiate dal tempo
incrociate sulle tue ginocchia
Il tuo sguardo del disincanto
all’ombra del cappello bianco
fugge lontano l’orizzonte
Una ruga ti segna la fronte
una linea d’amarezza fine
Teatri lontani di vita e di lotte
condensati in grumo di ricordi
Nove figli ed eri solo
come un uomo quando è solo
Dov’è adesso quello sguardo
dov’è adesso la tua casa
dove c’è per me la chiave
per capire cos’è stato.
martedì 15 febbraio 2011
FAC SIMILE
Circola da qualche settimana in rete questo scritto di Elsa Morante.
Lo ripropongo per chi se lo fosse perso:
Qualunque cosa abbiate pensato, il testo, del 1945, si riferisce a B.Mussolini...
Lo ripropongo per chi se lo fosse perso:
"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per
insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle
sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.
Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare."
Qualunque cosa abbiate pensato, il testo, del 1945, si riferisce a B.Mussolini...
lunedì 14 febbraio 2011
AL COLLO UNA SCIARPA BIANCA
Ieri ne ho viste tante, ero in una piccola piazza anzi in un Campo, perché a Venezia si chiamano così.
Dirigendomi verso Campo Santa Margherita, assieme ad altre donne tutte più o meno del mio periodo storico, mi dicevo che ci saremmo tritrovate in tante più vicine ai cinquanta che ai quaranta, e che potevamo essere ironicamente descritte come vecchie e patetiche vetero femministe.
La cosa più bella è che c'erano tante giovani, tanti ragazzi e uomini con cartelli spiritosi ed efficaci.
Una giovanissima distribuiva un volantino che ho letto fino in fondo. Poi avrei voluto abbracciarla ma non l'ho più trovata nella folla. Ne riporto qualche passaggio :
"Siamo cresciute con Non è la Rai e Beverly hills e in qualche modo questi programmi hanno plasmato i nostri modelli estetici: ci mettiamo il reggiseno, andiamo dall'estetista, ci facciamo la ceretta e ci mettiamo lo smalto.
...Non abbiamo nulla come generazione, avremo forse dei figli ma è difficile immaginare oggi come mantenerli...
Come le ragazze di Arcore non abbiamo nulla. Non abbiamo lavoro, non abbiamo garanzie...Nonostante tutte queste incertezze Io non voglio affidare il mio futuro al fatto che sono brava a spogliarmi, non ho voglia di spiattellare le mie tette in faccia a tutte le persone che sono importanti, non ho voglia di mostrare il mio didietro negli stacchetti di Striscia la notizia, non ho voglia di essere considerata stupida quando invece sono intelligente e furba...
...Io il mio futuro ho deciso di costruirlo nelle piazze urlanti di questo paese, non nei palazzi chiusi dove non si sa bene cosa accade, siano essi il parlamento della Repubblica o la villa privata di Berlusconi...
... Siamo in tante e abbiamo voglia di costruire le nostre relazioni in modo nuovo, bello, egualitario. Abbiamo voglia di divertirci, eccitarci, godere: ma vogliamo farlo alla pari, senza alcuna subalternità..."
Ho fatto un po' di foto per documentare quel che ho visto che spero presto di poter condividere in questo spazio
Dirigendomi verso Campo Santa Margherita, assieme ad altre donne tutte più o meno del mio periodo storico, mi dicevo che ci saremmo tritrovate in tante più vicine ai cinquanta che ai quaranta, e che potevamo essere ironicamente descritte come vecchie e patetiche vetero femministe.
La cosa più bella è che c'erano tante giovani, tanti ragazzi e uomini con cartelli spiritosi ed efficaci.
Una giovanissima distribuiva un volantino che ho letto fino in fondo. Poi avrei voluto abbracciarla ma non l'ho più trovata nella folla. Ne riporto qualche passaggio :
"Siamo cresciute con Non è la Rai e Beverly hills e in qualche modo questi programmi hanno plasmato i nostri modelli estetici: ci mettiamo il reggiseno, andiamo dall'estetista, ci facciamo la ceretta e ci mettiamo lo smalto.
...Non abbiamo nulla come generazione, avremo forse dei figli ma è difficile immaginare oggi come mantenerli...
Come le ragazze di Arcore non abbiamo nulla. Non abbiamo lavoro, non abbiamo garanzie...Nonostante tutte queste incertezze Io non voglio affidare il mio futuro al fatto che sono brava a spogliarmi, non ho voglia di spiattellare le mie tette in faccia a tutte le persone che sono importanti, non ho voglia di mostrare il mio didietro negli stacchetti di Striscia la notizia, non ho voglia di essere considerata stupida quando invece sono intelligente e furba...
...Io il mio futuro ho deciso di costruirlo nelle piazze urlanti di questo paese, non nei palazzi chiusi dove non si sa bene cosa accade, siano essi il parlamento della Repubblica o la villa privata di Berlusconi...
... Siamo in tante e abbiamo voglia di costruire le nostre relazioni in modo nuovo, bello, egualitario. Abbiamo voglia di divertirci, eccitarci, godere: ma vogliamo farlo alla pari, senza alcuna subalternità..."
Ho fatto un po' di foto per documentare quel che ho visto che spero presto di poter condividere in questo spazio
giovedì 3 febbraio 2011
Vita mbrogghjuna
Nc’ennu penseri chi rrivanu suli
senza mi sai chi pensi a certi cosi
comu hjumara chi no nd’avi mari
currinu senza strati e senza muri
Nci sunnu jorna chi volissi jri ndarretu
a quando era figghjola e non sapìa
chi sta vita è mbrogghjuna e ndi pezzìa
lu cori e a menti
stuta li speranzi
Cu ti voliva beni si ndi ìu
e si ndi ìru prima mi capisci
quantu valiva a pena mi nciu dici
ca nto to pettu stavanu cu tia
Vita mbrogghjuna chi ti deludìu
pensavi chi facivi grandi cosi
poi chianu chianu passavanu li jorna
li misi e l’anni schjumpivanu li rosi
E tu ora si rosa spampanata
ddu sensu chi cercavi non si trova
campasti comu a tanti a picca a vota
nu pocu sutta, nu pocu supra a rota
Eppuru pensi non ci faci nenti
ti veni sulu un pocu pe mi ridi
si senti i buci e puru li grancassi
di certa genti chi cusà chi ssi cridi
Pensi “comunqui sugnu nti sta terra
canuscìa e me figghj e a me maritu
a certi amici vicini di penseru…
Giru ogni tantu u mundu
mi piaci assai mi jocu
e po’ l’estati
pozzu tornari a Bova cu i me frati”.
Ci son pensieri che arrivano da soli
Senza saper che pensi a certe cose
Come torrente che non trova mare
Corrono senza strade e senza mura
Ci son giornate che vorrei andare indietro
A quando ero bambina e non sapevo
Che la vita è imbrogliona e ti rovina
Il cuor la mente
Spegne le speranze
Chi ti voleva bene se n’è andato
E andando via il tempo non t’ha dato
Di capire quanto era importante
Avergli detto quel che ora senti
Vita imbrogliona che ti ha deluso
Pensavi di far tante grandi cose
Poi piano piano passavano i giorni
I mesi e gli anni, sfiorivano le rose
E tu ora sei rosa ormai matura
Quel senso che cercavi non si trova
Hai vissuto come tanti un po’ alla volta
Stando un po’ sotto e un poco sulla ruota
Eppure pensi “e chi se ne frega”
Ti viene sol da ridere un bel poco
Ai toni alti e pure alle grancasse
Di certa gente che chissà chi si crede
Pensi: comunque sono su 'sta terra
Ho conosciuto i miei figli e mio marito
E certi amici vicini di pensiero
Giro ogni tanto il mondo
Mi piace assai giocare
E poi ogni estate
Coi miei a Bova posso ritornare.
senza mi sai chi pensi a certi cosi
comu hjumara chi no nd’avi mari
currinu senza strati e senza muri
Nci sunnu jorna chi volissi jri ndarretu
a quando era figghjola e non sapìa
chi sta vita è mbrogghjuna e ndi pezzìa
lu cori e a menti
stuta li speranzi
Cu ti voliva beni si ndi ìu
e si ndi ìru prima mi capisci
quantu valiva a pena mi nciu dici
ca nto to pettu stavanu cu tia
Vita mbrogghjuna chi ti deludìu
pensavi chi facivi grandi cosi
poi chianu chianu passavanu li jorna
li misi e l’anni schjumpivanu li rosi
E tu ora si rosa spampanata
ddu sensu chi cercavi non si trova
campasti comu a tanti a picca a vota
nu pocu sutta, nu pocu supra a rota
Eppuru pensi non ci faci nenti
ti veni sulu un pocu pe mi ridi
si senti i buci e puru li grancassi
di certa genti chi cusà chi ssi cridi
Pensi “comunqui sugnu nti sta terra
canuscìa e me figghj e a me maritu
a certi amici vicini di penseru…
Giru ogni tantu u mundu
mi piaci assai mi jocu
e po’ l’estati
pozzu tornari a Bova cu i me frati”.
Ci son pensieri che arrivano da soli
Senza saper che pensi a certe cose
Come torrente che non trova mare
Corrono senza strade e senza mura
Ci son giornate che vorrei andare indietro
A quando ero bambina e non sapevo
Che la vita è imbrogliona e ti rovina
Il cuor la mente
Spegne le speranze
Chi ti voleva bene se n’è andato
E andando via il tempo non t’ha dato
Di capire quanto era importante
Avergli detto quel che ora senti
Vita imbrogliona che ti ha deluso
Pensavi di far tante grandi cose
Poi piano piano passavano i giorni
I mesi e gli anni, sfiorivano le rose
E tu ora sei rosa ormai matura
Quel senso che cercavi non si trova
Hai vissuto come tanti un po’ alla volta
Stando un po’ sotto e un poco sulla ruota
Eppure pensi “e chi se ne frega”
Ti viene sol da ridere un bel poco
Ai toni alti e pure alle grancasse
Di certa gente che chissà chi si crede
Pensi: comunque sono su 'sta terra
Ho conosciuto i miei figli e mio marito
E certi amici vicini di pensiero
Giro ogni tanto il mondo
Mi piace assai giocare
E poi ogni estate
Coi miei a Bova posso ritornare.
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